Valentina Terracciano. Quando la mafia uccide i bambini

La mafia non tocca i bambini. Il mito del codice d’onore, duro a morire, è forse l’ultimo tentativo della società civile di autoconvincersi che persino all’interno di un’organizzazione criminale esista un limite morale alla violenza, e che anche i mostri abbiano, in fondo, una coscienza a cui rispondere.

Ma si tratta soltanto di una triste illusione. La subcultura mafiosa è per sua stessa definizione crimine, e all’interno di un ambiente criminale non esistono freni morali nemmeno di fronte agli innocenti.

Lo testimoniano i numeri: ben 108 bambini vittime di mafia, colpevoli soltanto di essere imparentati con esponenti della malavita, come Giuseppe di Matteo, o di aver visto cose che non avrebbero dovuto vedere, come il piccolo Claudio Domino. O come Valentina Terracciano, di appena due anni, con l’unica colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

La mattina del 12 novembre 2000, infatti, la piccola Valentina si trova nel negozio di fiori dello zio, Fausto Terracciano, a Pollena Trocchia, nel napoletano. Mentre è in braccio ai genitori, quattro sicari a bordo di una motocicletta scaricano una raffica di proiettili all’interno del negozio.

È un regolamento di conti tra clan camorristi, uno dei tanti che tragicamente infestano la città. Obiettivo della sparatoria è il fratellastro di Fausto, Domenico Arlistico; ma Domenico non si trova, e la scelta ricade proprio su Fausto. Nella criminalità organizzata, infatti, funziona così: non importa che il bersaglio sia innocente o realmente colpevole, è sufficiente che sia consanguineo alla vittima prescelta. È quella che in gergo si chiama vendetta trasversale, e che, ben lontana da qualsiasi morale, troppo spesso coinvolge persone totalmente estranee ai clan.

E infatti, in quell’esecuzione, ad essere colpiti sono i congiunti innocenti di Arlistico. Fausto è soltanto ferito lievemente, ma la piccola Valentina viene colpita da una pallottola alla testa. Morirà all’ospedale Santobono di Napoli dopo un giorno di agonia. Al funerale di Valentina vengono distribuiti confetti neri, simbolo di lutto di fronte all’ennesima vittima innocente che avrebbe soltanto dovuto giocare e crescere serena.

Eppure, persino per la camorra l’assassinio di una bambina rappresenta un’infamia, almeno in apparenza. Non certo per la coscienza di chi è capace di uccidere una persona a sangue freddo, ma semplicemente per il quieto vivere del clan: la morte di bambini nei regolamenti di conti è un fatto troppo eclatante per essere ignorato.

Anzi, è forse l’unico atto mafioso in grado di attirare l’attenzione dei media e scatenare l’indignazione dell’opinione pubblica, nonché, di conseguenza, l’intervento dello Stato. Nessun codice d’onore, insomma: a turbare la camorra non è la morte di una bambina di due anni, ma soltanto la paura di ricevere attenzioni sgradite.

È per questo che il clan Veneruso, responsabile dell’omicidio, si occupa anche di fare giustizia sommaria al suo interno; appena tre giorni dopo la sparatoria, sequestra i 4 assassini Carmine De Simone, Ciro Improta, Ciro Molaro e Pasquale Fiorillo, tutti poco più che ventenni, nel tentativo di eliminarli. Molaro e Fiorillo, scampati alla vendetta per quel bersaglio sbagliato, si consegneranno alla polizia diventando collaboratori di giustizia; grazie alla loro testimonianza, saranno condannati all’ergastolo Gennaro Veneruso e Ciro Balzano come responsabili della morte di Valentina, di Improta e di De Simone.

Ci sono voluti ben tredici anni per ottenere giustizia, ma è bastato un solo, fatale secondo per togliere il futuro a Valentina e a tutti i bambini come lei, vittime di proiettili dalla traiettoria sbagliata, scagliati da assassini senza onore.

Silvia Giovanniello

Silvia Giovanniello – Cosa Vostra

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