Storia di Gianluca Congiusta. Vittima di ‘Ndrangheta

Gianluca Congiusta nasce il 19 dicembre del 1973, da Mario e Donatella. Come i genitori gestisce alcuni negozi di telefonia a Siderno, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria. Un paese che cela sotto l’apparente tranquillità della provincia le più sanguinose manovre criminali. Il clan Costa contende infatti con il clan Commisso il dominio del territorio, e nei primi anni 2000, a seguito di un’aspra faida, il primo viene decimato: per un po’ di tempo sparisce dalla circolazione.

Finché non arriva una lettera di Tommaso Costa a rompere il silenzio e a riaprire la partita.

È indirizzata al suocero di Gianluca Congiusta, Antonio Scarfò. Contiene intimidazioni esplicite: un tentativo di estorsione, minacce di morte disseminate. Tommaso Costa in quel periodo si trova in latitanza e decide di provare a ricostituire l’antico potere; un tentativo forse maldestro, ma non meno pericoloso. Fa visita ai Scarfò dissimulando i suoi reali intenti, tasta il terreno. Infine manda quella lettera. Siamo nel 2003.

La violenza di quelle poche righe riverbera sulle pareti dall’inchiostro traslucido. Antonio esita, poi decide di farla leggere al genero Gianluca. Gianluca la fa arrivare nelle mani di un elemento del clan Commisso. Ma veloce un’altra missiva arriva in quelle dello stesso Tommaso, da parte della sorella Teresa: in cui lo informa dell’accaduto, firmando la condanna a morte del commerciante.

Il 24 maggio del 2005 Gianluca sta guidando la sua auto, quando viene freddato da un killer con tre colpi di lupara: muore sul colpo. Nel 2007 si apre l’inchiesta coordinata da Antonio De Bernardo: l’inchiesta “Lettera morta”.

I giudici d’appello non hanno dubbi sulla colpevolezza di Tommaso Costa: «le modalità dell’omicidio del giovane, di chiara e inequivocabile matrice mafiosa, tanto per l’arma utilizzata quanto per l’abilità e la freddezza, sono tutti elementi che letti unitariamente convergono nel delineare un quadro probatorio del tutto idoneo ad affermare la penale responsabilità dell’imputato».

E ricordano come pochi giorni prima dell’omicidio Gianluca avesse esternato le sue preoccupazioni “per le rinnovate richieste estorsive a carico del suocero provenienti da Curciarello “dietro il quale c’è Tommaso””. Ma condannato all’ergastolo otterrà un primo annullamento con rinvio, una nuova condanna all’ergastolo in secondo grado, quindi un nuovo annullamento, definitivo. Assolto per “non aver commesso il fatto”, tuona la sentenza della Cassazione.

Tommaso Costa verrà solo condannato all’ergastolo ma per associazione mafiosa e altri reati.

A niente valsero le lettere intercettate in carcere, che secondo la stessa Procura avrebbero permesso a Costa di dirigere a distanza i componenti del suo clan.

Il 16 dicembre del 2015 magra consolazione per la famiglia Congiusta verranno condannati l’ex fidanzata Katiuscia Scarfò e i suoceri Antonio Scarfò e Girolama Raso, rispettivamente a due anni e due mesi, e a due anni e tre mesi, per aver mentito durante tutta la durata del processo.

Per paura di ritorsioni da parte della famiglia Costa, paura che Gianluca non aveva mai assecondato durante la sua vita.

Il padre di Gianluca, Mario, per tutti gli anni a venire avrebbe denunciato quell’assurdo vuoto legislativo, arrivando anche a restituire, nel 2014, la tessera elettorale al ministro della giustizia Andrea Orlando, dopo aver anche scritto a Matteo Renzi senza ottenere risposta. Denuncerà a gran voce: “Gianluca è vittima della mafia e dello Stato”. Nelle piazze, nelle scuole, nei tribunali.

Al suo fianco la figlia Roberta, che dopo la sentenza definitiva sfogherà la sua rabbia con queste parole: “Oggi il dubbio che essere onesti sia inutile diventa certezza. Oggi Luca lo hanno ucciso per la seconda volta, oggi niente ha più senso…oggi siamo morti tutti!”. Che riecheggia la domanda che nel 2014 Mario pose davanti a un microfono: “Mi chiedo – disse – quanto tempo devo aspettare per avere giustizia o se devo prima morire e averla dopo morto?”.

Lotta, quella delle sorelle e dei genitori di Gianluca, portata avanti a dispetto delle numerose intimidazioni: come quelle inflitte da quelle croci di sigarette lasciate davanti alla porta di casa, della stessa marca che Gianluca fumava quotidianamente.

Lotta condotta da Mario con tutte le sue forze, fino alla sua morte, arrivata per un male incurabile nell’agosto del 2018.

Mario Congiusta è morto senza giustizia, ma lottando con coraggio ogni giorno per la memoria del figlio.

Memoria che ci spetta custodire gelosamente, per Mario ma anche per tutti quegli altri Mario Congiusta la cui vita è stata recisa dalla mafia e poi accantonata, obliata, sotto il peso di una falsa giustizia.

Valentina Nicole Savino

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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