Storia di Natale De Grazia. Un mistero italiano

È una storia che inizia più di vent’anni fa quella di Natale De Grazia. Più di vent’anni dalla sua morte, avvenuta nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995. Più di vent’anni di depistaggi, falsità e una verità – quella giudiziaria – che ancora non è stata scritta.

Ma l’altra verità, quella storica, emerge poco a poco come gli scogli muschiati durante la bassa marea. Anzi, come un relitto. Come quello di una nave, la “Rigel”, inabissatasi a largo di Capo Spartivento, nelle acque calabresi. La “Rigel” in realtà non è mai riemersa.

O peggio, forse non si è mai inabissata. È (o era) una nave fantasma. Definita la madre di tutte le “navi dei veleni” – termine ormai noto che descrive quelle imbarcazioni affondate in circostanze misteriose con carichi di scorie e materiale altamente inquinante.

Natale De Grazia era un ufficiale di 38 anni, capitano di fregata, lavorava nel pool investigativo della Procura di Reggio per un’inchiesta sul traffico di rifiuti tossici con il magistrato Francesco Neri.

Dotato di un eccellente intuito investigativo e voglioso di arrivare a verità certe, Natale De Grazia nel maggio del 1995 aveva perquisito la casa di Giorgio Comerio, ingegnere di Busto Arsizio, a San Boviso di Garlasco. Comerio è la figura chiave di tante storie oscure dell’Italia a cavallo degli anni ’80 e ’90.

Storie non solo di smaltimenti illegali di rifiuti ma anche di morte, come quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, troupe giornalistica del TG3 in Somalia, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 in circostanze mai chiarite. Ma Comerio, latitane per lungo tempo in Tunisia per una condanna ormai estinta per tentata estorsione, è oggi ufficialmente un uomo libero, poiché tutti i procedimenti giudiziari relativi al traffico dei rifiuti sono stati archiviati.

Il 12 maggio 1995 De Grazia nella sua abitazione aveva recuperato due cartelle e in quella con la scritta “Somalia” Natale De Grazia aveva trovato il certificato di morte di Ilaria Alpi. Certificato però che acquisito come prova poi sparì. Comerio, interrogato a riguardo, avrebbe detto che non si sarebbe trattato del certificato di morte della Alpi, ma di tale Giuseppina Migliore.

Ma chi è Giorgio Comerio? E perché il suo nome compare in questa indagine? L’imprenditore di Busto Arsizio che nel corso della sua vita ha anche ospitato il Gran Maestro della P2 Licio Gelli, allora latitante, è l’ideatore della ODM – Ocean Disposal Management – società che si occupava dello smaltimento di rifiuti radioattivi. Ma come avveniva questo smaltimento?

Attraverso il progetto DODOSDeep Ocean Data Operating System – a sua volta trafugato all’Euratom di ISPRA, che prevedeva il lancio sui fondali marini di “penetratori”, una sorta di siluri, di scorie radioattive. Una pratica realizzata in certe zone africane e nel Nord Europa in violazione della “Convenzione di Londra”.

La documentazione relativa a questa procedura veniva trovata in quelle cartelle di cui si accennava poc’anzi da Natale De Grazia. E costituivano una controprova rispetto alle indagini svolte dal Corpo forestale di Brescia relative al possibile affondamento di una nave a Capo Spartivento.

Natale De Grazia infatti durante la perquisizione aveva trovato un’agenda del 1987 che il 21 settembre, giorno dell’affondamento della “Rigel”, recava la scritta “Lost the Ship.

Non è tutto. Per comprendere la situazione, o meglio il delicato contesto in cui si muove lo stesso capitano, occorre fare un passo indietro e tornare al 2 marzo 1994, quando una denuncia a carico di ignoti di Legambiente dà il via all’indagine di Neri.

Si ipotizzava l’esistenza di discariche abusive in Aspromonte – zona geo-morfologicamente assai adatta ai traffici illegali – contenenti materiale tossico e o radioattivo, arrivato nei porti calabresi e poi trasportato in montagna con gli automezzi pesanti.

Venivano poi perquisita la motonave “Korby”, battente bandiera albanese e sospettata di trasportare scorie radioattive (il cui carico tuttavia si suppose poi essere stato smaltito durante il tragitto Palermo – Reggio Calabria), e ritrovati 6 mila fusti di materiale tossico a Savona, probabilmente prossimi ad essere imbarcati per il Sud Italia.

Nel marzo del ’95 l’indagine si arricchisce con le dichiarazioni di “Billy”, un teste segreto che chiamò in causa l’ENEA – Ente nazionale per l’Energia e l’Ambiente. “Billy” era l’ingegnere Carlo Giglio, dipendente dell’ente, che dichiarò di aver scoperto che la registrazione degli scarti nucleari era falsata per rendere incontrollabile il movimento in entrata e in uscita del materiale radioattivo.

A seguito delle sue relazioni ispettive nei centri ENEA di Rotondella (Matera) e Saluggia (Vercelli), era stato oggetto di ritorsioni diffamatorie. Ma le dichiarazioni di Giglio riguardavano anche il presunto coinvolgimento dell’ENEA in attività clandestine finalizzate a fornire tecnologia, materiale nucleare e armi da guerra all’Iraq.

Riferì anche dello smaltimento di rifiuti nucleari dell’ENEL – Ente nazionale Energia Elettrica – sotto la supervisione dell’ENEA, la cui destinazione sarebbe stata ignota.

E del ruolo strategico del porto di Palermo, poiché solo la mafia avrebbe potuto garantire la copertura ai traffici illeciti. Altre fonti confidenziali confermarono che Giorgio Comerio avesse avuto rapporti con l’ENEA proprio per lo smaltimento in mare dei rifiuti e che l’ente stava cercando di cancellare le prove di questi rapporti.

Anche l’Italia infatti aveva disperso in mare le scorie radioattive. Che sempre Comerio avesse proposto il progetto DODOS ad altri Stati con la possibilità di far inabissare le scorie a largo dei Paesi Baltici, che il porto di Reggio Calabria era snodo chiave per l’imbarco di containers verso Malta e Medio-Oriente.

Ecco lo scenario in cui si muove il capitano Natale De Grazia. Dalle carte sequestrate ai primi di maggio a Comerio (e di cui Natale De Grazia trasmetterà un’informativa, avvalendosi anche del contributo del Sismi, al Procuratore Neri, il 25 dello stesso mese) emergeva un quadro ancor più agghiacciante.

Vi erano progettazioni riguardanti le telemine, contatti con paesi arabi e indiani, documenti di transizioni bancarie in dollari su banche svizzere, disegni di navi, dallo scarso valore commerciale e in degrado, da riparare e modificare per i traffici illeciti, con tanto di preventivi di spesa.

Erano le cosiddette “navi a perdere”. I progetti di modifica riguardavano la Jolly Rosso e la Acrux, denominata poi Queen Sea.

La prima si spiaggiò per un errore il 14 dicembre 1990 ad Amantea in località Formiciche (Cosenza). Si seppe in seguito che il comandante Bellantone della capitaneria di porto di Vibo Valentia avesse chiesto ai Vigili del fuoco accertamenti radiometrici sulla Jolly Rosso e sulla spiaggia circostante, in quanto a bordo della nave erano stati recuperati documenti con “strani cenni a materiale radioattivo” e altri simili a “un piano di battaglia navale”.

Nel 1991 la dogana di Paola dette il via libera alla Ignazio Messina & C. S.p.a., proprietaria della Jolly Rosso, a interrare i rifiuti nella locale discarica di Grassullo. Sarebbero stati registrati in via ufficiosa scarichi notturni e in luoghi non autorizzati nel bacino fluviale del fiume Olvia – dove sono state riscontrate sostanze tossiche (tra cui cesio 137, berillo, cobalto).

A partire dal 1994 le indagini non hanno saputo accertare né le cause dell’incidente né il materiale che era trasportato.

Il capitano Natale De Grazia stava compiendo ulteriori accertamenti in merito agli affondamenti sospetti, circa 180, stilando un elenco, consultando le carte assicurative registrate presso la compagnia Lloyd di Londra. In questo mare – è proprio il caso di dirlo – di casi, De Grazia si imbatté sulla motonave “Latvia”, ormeggiata presso il porto di La Spezia, ritenuta appartenente al KGB, i servizi segreti sovietici.

Esiste un’annotazione della polizia giudiziaria datata 10 novembre 1995 in cui si scrive: “Attualmente è ormeggiata alla diga di La Spezia, è stata messa in vendita (forse dal tribunale) ed acquistata da una società Liberiana con sede in Monrovia, tramite un ufficio legale di La Spezia.

Da fonte attendibile risulta che il prezzo pagato è superiore di quello del valore reale, e questo fa supporre che potrebbe essere utilizzata come “bagnarola” per traffici illegali di varia natura, in particolare di rifiuti nucleari e o tossico-nocivi”.

E si riportano alcune dichiarazioni di fonti confidenziali secondo cui la Latvia, come già successo per la Rigel e la Jolly Rosso, sarebbe stata allestita in quattro giorni con un carico non ben definito per poi seguire la rotta Napoli-Stretto di Messina-Malta. E del coinvolgimento di famiglie camorristiche e della massoneria.

Un mese dopo Natale De Grazia, che aveva ufficialmente la delega per indagare sulla Rigel, parte alla volta di La Spezia (con tappa a Massa Carrara), per incontrare una non meglio specificata fonte confidenziale.

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1995. Sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, all’altezza di Nocera, dopo aver sostato e mangiato all’autogrill, il capitano muore. Il medico legale, la dottoressa Simona Del Vecchio, firma il referto in cui è scritto: “Morte improvvisa dell’adulto”.

La Procura di Nocera archivia il caso nel 1996. Natale De Grazia è morto per cause naturali. Il 15 dicembre, due giorni dopo la morte del capitano, la nave Latvia parte da La Spezia.

Dopo la scomparsa di De Grazia, il pool che indagava sui rifiuti si scioglie. E solo l’alba del nuovo millennio, con le denunce di associazioni e comitati cittadini, con le dichiarazioni sui rifiuti dei pentiti Carmine Schiavone e Francesco Fonti, ha saputo rilanciare la voglia di ottenere la verità ancor prima della giustizia.

Vorremmo che questa storia, come tutte le storie, avesse una morale. Ma purtroppo non ce l’ha. Ci rimane invece un mare, il Mediterraneo, cimitero di navi tossiche. E poi il ricordo di un ufficiale, del suo impegno, protratto fino alla morte.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 12 dicembre 2015)

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Immagine della Jolly Rosso tratta da www.comitatodegrazia.org.

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