Gelsomina Verde. Storia di un fiore contro la Camorra

Il mio cognome era il nome di un colore: Verde, il mio nome invece quello di un fiore: Gelsomina. Ma per gli amici ero Mina.

Avevo 22 anni quando fui uccisa. Era il 21 novembre 2004. Sul mio corpo tumefatto dai pugni e dai calci avevo i segni di una violenza inaudita. Ma ero rimasta viva. Ho urlato a lungo, ho pianto. Ho sperato mi salvassero.

Poi un colpo di pistola venne sparato alla mia nuca. Fu in quel momento che morii. E allora non ho sentito più male, non ho sentito più il sapore ferroso del sangue misto alle lacrime. Era scomparso pure il dolore atroce alle estremità delle mie mani. Avevo i polsi spezzati, le dita frantumate. Mi avevano rotto anche le caviglie, ma quasi non lo ricordavo. Perché tutta quella sofferenza era scomparsa in un attimo.

Altri due colpi esplosi. Poi il mio corpo era stato messo in un’auto. Non per essere ritrovato. Un’esplosione lieve e poi il fuoco. Non potevo comunque sentire il calore che si sprigionava dalle fiamme. L’autopsia svelò l’atrocità che avevo subito alla mia famiglia, a mia madre Anna, che quasi morì per il dolore. Ed era la cosa più brutta che potessi sapere. Perché io ero morta senza un perché.

Prima del libro di Roberto Saviano, prima di Gomorra in televisione, la storia di Gelsomina Verde non la conosceva quasi nessuno. E molti, anche a Napoli, l’avevano quasi dimenticata. Non tutti. Quando accadono “certe cose” si cerca giustizia e allora sono due le strade da intraprendere: rivolgersi allo Stato oppure a chi sa e può trovare gli assassini.

A Napoli nel 2004 era scoppiata la faida di Scampia. Qui il clan camorrista dei Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli” per via del loro capo, Raffaele Amato, latitante a lungo in Spagna, nati proprio all’interno del già citato clan.

L’arresto di Paolo “Ciruzzo o ‘Milionario” Di Lauro fa si che i figli di lui, in particolare Vincenzo, Marco e Cosimo, diventino i nuovi capi dell’organizzazione. L’allora braccio destro di Paolo, Raffaele “o ‘Lello” Amato, viene di fatto estromesso dagli affari, anche per via della latitanza.

Questi si allea con altri clan di Secondigliano-Scampia e dà il via ad una guerra, con omicidi giornalieri, che in poco tempo porta alla morte di centinaia di persone.

È in questo contesto che vive Gelsomina, che con la Camorra non ha niente a che fare. A Scampia è lo Stato che deve intervenire con l’esercito per mostrare almeno una parvenza di esistenza, di non resa al “O Sistema”.

Gli omicidi, il sangue, la reazione al contrario della folla – che scende a protestare contro le forze dell’ordine quando si arrestano i presunti camorristi. Questa purtroppo è anche la realtà sociale prodotta dal crimine organizzato.

Gelsomina è una ragazza di ventidue anni, lavora in una pelletteria e fa volontariato. Anche con i detenuti. È una ragazza normale.

Qualche anno prima aveva avuto una storia con Gennaro Notturno. Con la spensieratezza che contraddistingue chi ha vent’anni. Gennaro era uno dei tanti figli di Scampia. Dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. È allora che Gelsomina lo lascia. Non fa per lui. Gennaro invece vuole fare carriera criminale come il fratello, Vincenzo. Entrambi sono degli “scissionisti”.

Quando scoppia la faida e Gelsomina fa volontariato in carcere, conosce i camorristi dietro le sbarre, sono tutti figli dello stesso territorio. Conosce Pietro Esposito, chiamato anche “o ‘Kojak” per via della testa rasata come l’attore nel Telefilm omonimo.

È lui che, quando esce dal carcere grazie all’indulto, la chiama perché si devono vedere. In realtà è una trappola ordita da Ugo De Lucia, spietato killer del clan Di Lauro. De Lucia è conosciuto come “o Mostro”, uno che passa il tempo ad ammazzare e alla playstation, uno che gli omicidi li chiama “pezzi” e che, appena finiti, grida “ho fatto altri due pezzi!”. Gelsomina sa chi è Ugo e ne ha paura.

Aveva fatto da babysitter a suo nipote, come pure per i figli di Esposito. Che la contatta. Il motivo è semplice: devono chiederle se sappia dove sia Gennaro Notturno. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore.

Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato.

O Mostro sa che uccidere una donna così avrebbe potuto scatenare la reazione popolare. Per questo la brucia. Cerca di nascondere le torture che le ha inferto.

Il 26 novembre Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Cerca di scagionarsi dalle accuse di aver ucciso Gelsomina ma la sua storia non regge.

Si pente: “Io sono un mariuolo, non un camorrista” e inizia a raccontare tutto. Ugo De Lucia, il killer, però non si trova. È scappato in Slovacchia, protetto dalla fitta rete di napoletani amici e complici. I suoi figli – perché anche lui è padre – sono rimasti a Napoli da parenti.

Il 23 febbraio 2005 viene arrestato. Ha ventisei anni, i capelli rasati e un giubbotto di pelle nera. Non dice nulla alla polizia che gli mette le manette e lo riporta in Italia.

Al processo De Lucia viene condannato all’ergastolo. Sei anni invece vengono inflitti a Pietro Esposito. Ma chi ha ordinato a Ugo De Lucia di sequestrare e torturare la ragazza?

Nella sentenza di condanna di De Lucia troviamo scritto: “Si badi, ed è il caso di sottolinearlo con forza che, a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, finanche anziani e donne trucidate impietosamente, ebbene di fronte a tale scempio, fatto di ingenerato ed assurdo terrore, non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde“.

Al processo i genitori di Gelsomina hanno dovuto ripercorre la morte della propria figlia. Hanno pianto ancora. Hanno ascoltato i nuovi pentiti accusare Cosimo Di Lauro, soprannominato “O Barone”. Questi è stato condannato in primo grado all’ergastolo. Ma non in secondo. E la Cassazione lo ha ritenuto infine non colpevole.

Dopo la sentenza di primo grado, Cosimo Di Lauro ha risarcito con 300 mila euro la famiglia Verde, che ha poi deciso di non costituirsi parte civile nei successivi gradi di giudizio. Un’ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura. Nel mentre la Camorra ha ribadito la sua “giustizia”.

Lucio De Lucia, padre di Ugo, è stato ammazzato, così come suo cugino, Antonio Pitirollo. Lo zio Sergio invece, scampato ad un agguato, ha scelto di collaborare con l’altra giustizia, quella dello Stato. E mentre qualcuno commenta “O Barone non putev mai esser comme o pat, chill si ca er nu boss“, rinfacciando di aver “inguaito” il clan, resta quasi sullo sfondo la vita che fu di Gelsomina.

Mi chiamo Gelsomina Verde, come un fiore. Sono una vittima della Camorra. Sono stata uccisa a 22 anni, torturata e bruciata. Non ho avuto giustizia. Non pensate che le mafie abbiano regole d’onore, che queste cose non possono succedere o che siano stati errori. Accadono. Anche senza il famoso “perché”.

Francesco Trotta

Francesco Trotta – Cosa vostra

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