Simonetta Lamberti. Era di Maggio

È una storia, quella di Simonetta Lamberti, che ha rischiato di perdersi negli alveoli del tempo. È una storia affidata ad immagini di una vita che non c’è più, un album fotografico interrotto e mai completato. Perché la vita di Simonetta fu fermata un giorno di calda primavera.

In questo album immaginario che scorriamo, c’è una foto che non è mai stata scattata da nessuno e che fa iniziare questa storia da un lontano 29 maggio di tanti anni fa. È la foto in cui il corpo ancora caldo di Simonetta, bambina di appena undici anni, giace sul sedile accanto al conducente, con la testa appoggiata al finestrino. Come se ancora dormisse.

Simonetta Lamberti è figlia del giudice Alfonso, uomo perbene, sempre composto, magro, con degli occhiali dal vetro assai spesso che lo rendono quasi buffo. È il procuratore di Sala Consilina, in Campania, e dalla fine degli anni Settanta si occupa di casi di criminalità organizzata.

Il 29 maggio Alfonso ha deciso di trascorrere una giornata di meritato riposo. Dedicarsi alla famiglia. Porta la figlia, Simonetta, in spiaggia. Le ore spensierate trascorse a Vietri sul Mare – piccolo gioiello dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità – possiamo solo immaginarle. E ritraggono l’amore, quello di un padre per una figlia tanto desiderata e altrettanto coccolata. Poi, il ritorno a casa, alla quotidianità lavorativa.

E sulla strada per Cava de’ Tirreni, esausta, come ogni bambino dopo ripetuti bagni e tanto sole, Simonetta si addormenta sedendo sul sedile accanto al papà Alfonso, che, intento a guidare la macchina, torna a immergersi coi pensieri sugli impegni che lo aspettano.

Poi, improvvisamente, accade l’irrimediabile.

Una macchina affianca quella del giudice. Una raffica di proiettili diretti verso di lui partono da armi tenute in pugno da persone sconosciute e che tali rimarranno per lungo tempo. Quel 29 maggio del 1982 l’auto di Alfonso Lamberti si ferma d’improvviso. I vetri sono in frantumi. Uno dei proiettili ferisce il giudice alla testa. Ma la pioggia assassina dei sicari della Camorra quel 29 maggio ha reciso una vita: quella di Simonetta. E l’ha recisa per sempre.

Due sono le fotografie del nostro album immaginario che raccontano quei momenti. La prima è un’istantanea, ripresa quasi sfocata, in cui Alfonso Lamberti tiene tra le braccia il corpo di Simonetta. Nonostante sia una foto, possiamo sentire le urla di dolore che squarciano il silenzio della folla radunata attorno alla macchina del giudice. E su questa foto immaginaria, le lacrime di Alfonso Lamberti continuano a cadere velocemente.

La seconda foto, invece, immortala una scena che verrà consegnata alla memoria della mamma di Simonetta, Angela Procaccini. Raffigura la macchina vuota, con lo sportello aperto, e una scarpetta rosa – una ballerina – su cui la stessa Angela inciampa nella folle e disperata corsa verso l’ospedale in cui è stata trasportata Simonetta.

È un’immagine in cui l’ignobile vuoto imposto dalla Camorra giù tumula il dolore di una madre. Angela inizia a chiudersi in un doloroso silenzio, raramente interrotto per tre lunghe decadi.

È qui che l’amore si crepa. L’amore di una famiglia inizia a trasformarsi in altro. Ma nessuno, compresi Alfonso e Angela, ancora lo può immaginare.

Simonetta ha capelli biondi come quelli della mamma, raccolti ai lati da due forcine, e una lunga frangia che le cade sul viso, quasi sopra gli occhi scuri. Ha il volto sorridente e il sorriso furbetto che si incaglia in dolci fossette. Simonetta ha undici anni quando lascia per sempre la sua vita.

Alfonso e Angela hanno già un figlio, Francesco. E ne avrebbero avuto un altro ancora, Stefano. Ma a un anno dalla morte di Simonetta, Angela dà alla luce una figlia. Si chiama Serena ma nella sua storia già si imprime il ricordo della sorella che mai potrà conoscere. Alfonso decide di darle un secondo nome: è quello di Simonetta.

È un tragico amore familiare. Angela è contraria a questa scelta ma Alfonso non ne vuole sapere. È afflitto dai sensi di colpa. Sarebbe dovuto morire lui quel 29 maggio.

La storia della famiglia Lamberti, infatti, da quel giorno è impostata non sull’assenza della figlia scomparsa, ma sulla sua mancanza. E Serena Simonetta, col trascorrere del tempo, inizia a comprendere il peso del lutto che le è stato affidato. Non solo. È testimonianza vivente di quello che la Camorra toglie. In qualche modo, quella storia avrebbe dovuto essere trasmessa ai più, per non cadere in un oblio oscuro. Ad un prezzo, però, troppo alto.

Alfonso Lamberti, purtroppo, non si riprende mai più dalla morte di Simonetta. Serena racconta: “Ricordo le sere di agosto, le rare sere in cui papà non lavorava ed era con noi in vacanza, in cui ero nel piccolo giardino all’ingresso della casa, dove c’era un tavolo bianco con due sedie e dove io e papà guardavamo il cielo cercando delle stelle cadenti. Chiedevo sempre a papà di farmi una grattatina sulla schiena, perché mi piaceva tantissimo. Appena smetteva, gli chiedevo di ricominciare ogni volta. E lui non poteva far altro che accontentarmi. È uno dei pochi ricordi dolci della mia infanzia difficile. All’epoca ancora non immaginavo quello che sarebbe successo di lì a poco, né sapevo di aver perso una sorella a causa della Camorra”.

Quel “di lì a poco” è il mondo familiare che crolla. Alfonso soffre di crisi epilettiche dovute alla ferita causata dal proiettile dell’agguato a cui è sopravvissuto. La morte di Simonetta lo divora e lo tiene legato a quelle fotografie che sfoglia e che custodisce come una sacra reliquia. Usa tranquillanti per riuscire a dormire. Inizia a sospettare di tradimenti da parte della moglie. La sua gelosia non si placa anche quando Alfonso e Angela decidono di divorziare alla fine degli anni Ottanta. Anzi, peggiora.

È Angela che riesce ad andare avanti, salvando i suoi figli più piccoli da quell’amore malato che porta, ad esempio, Serena a soffrire di disturbi alimentari e a compiere gesti di autolesionismo. Lei ha nel nome la sorella morta di cui pare occuparne abusivamente il posto. Alfonso, intanto, logorato dentro, dedica i suoi giorni alla disperata ricerca dei nomi degli assassini della figlia.

Ma l’ennesimo colpo di coda di un destino infausto, che sembra aver preso di mira la famiglia Lamberti, si abbatte sui protagonisti di questa storia.

Nel maggio del 1993 il giudice Alfonso viene arrestato con l’accusa di essere “organico alla Camorra”. È un pentito che lo accusa, Pasquale Galasso. Sfogliando le cronache giornalistiche dell’epoca, si leggono le motivazioni che portano in carcere Lamberti, che da Procuratore capo di Sala Consilina, era passato alle misure di prevenzione della Corte d’Appello di Napoli: “Gravissima l’accusa: associazione camorristica e corruzione. In manette con lui il gotha della Camorra imprenditrice. Secondo gli inquirenti, Lamberti avrebbe in più circostanze, come presidente della sezione Misure di sorveglianza della Corte d’appello di Napoli, annullato scientemente misure di prevenzione personale e patrimoniale a vantaggio di boss come Alfieri, lo stesso Galasso, o affiliati ai clan Norcaro e Moccia. Ma c’è di più. Il Consigliere d’Appello, al quale la Camorra ha ucciso la figlioletta di 11 anni, avrebbe anche cominciato ad agire secondo le logiche camorriste […]”.

Le logiche camorriste di Lamberti sarebbero state rivolte alla stessa ex moglie e a un insegnante, Carmine Montefusco, con cui – secondo l’ex marito – Angela Procaccini aveva una relazione. Lamberti, infatti, si sarebbe rivolto alla Camorra per preparare due attentati dinamitardi. Ma sono le accuse di corruzione per favorire la criminalità organizzata a delineare la nuova persona di Alfonso Lamberti. Prima del 29 maggio 1982, il giudice, soprannominato “Fonzo ‘a manetta”, per la celerità con cui faceva arrestare i sodali della Camorra, era assai diverso da quell’uomo “nuovo”, che ora favoriva i camorristi con sentenza clementi o a cui restituiva i beni confiscati, a fronte di appartamenti, gioielli e soldi.

É una vicenda “umana”, squarciata dalla morte, quella del giudice, che pochi mesi dopo l’arresto, avrebbe tentato di suicidarsi ingerendo barbiturici, che dalla seconda metà degli anni Ottanta, agì forse temendo per i suoi figli ancora vivi o entrando in ambienti mafiosi, per trovare gli assassini di Simonetta. Non conosceremo mai fino in fondo cosa ci fosse nella testa di quell’uomo. Ed è inutile fare ipotesi fuorvianti. Questa è una storia di amore e di Camorra, che non vuole giudizi né li vuole dare. É una storia che va raccontata per quella che è.

E nelle fotografie di questo album ideale che stiamo sfogliando, ci sono ancora alcune foto da guardare.

La prima immagine è simile ad un ricordo sbiadito: è quella di un giudice disperato, che privatamente indaga per sapere chi ha sparato in quel 29 maggio 1982. Lamberti cercò di incontrare all’Hotel Vesuvio di Napoli il boss Salvatore Di Maio, detto “Tore o’ guaglione”, figlioccio del capo Raffaele Cutolo, per avere il nome dei killer. Di Maio alcuni anni dopo sarebbe stato processato ma assolto dall’accusa di aver partecipato al delitto di Simonetta. Ma quella trattativa tra un uomo di Stato e un boss, negata dallo stesso Lamberti, sarebbe stata confermata dalle deposizioni di alcuni carabinieri, che avevano arrestato dopo una sparatoria due presunti sicari della bambina: Francesco Apicella, poi ucciso nell’autunno dell’89, e Tammaro Musto, assassinato a sua volta nel 1991.

È un’immagine confusa che ci conduce alla successiva, quella che ha il nome dell’assassino e di una giustizia assai precaria. A ventinove anni di distanza dalla morte di Simonetta, il pregiudicato Antonio Pignataro si autoaccusa del suo omicidio e indica come mandante Francesco Apicella, già deceduto, e come sicari Gerardo Della Mura, Claudio Masturzo e Gaetano De Cesare, anch’essi già morti. Ma chiama in causa nuovamente Salvatore Di Maio che la Cassazione aveva assolto per l’omicidio nel 1987.

Pignataro, che poi si pente di essersi pentito e presenta ricorso, nel 2015 è stato condannato definitivamente a 30 anni di carcere. Due anni dopo, lo ritroviamo agli arresti domiciliari per motivi di salute. Ma le porte del carcere si aprono nuovamente per lui nel 2017 quando viene accusato di essere a capo di un’organizzazione mafiosa di Nocera inferiore. È un’immagine che ha il commento della sorella di Simonetta, Serena: “Io quest’uomo l’ho incontrato in tribunale, ha voluto parlare con me, con mia mamma, ha voluto darci una lettera. Ci ha chiesto perdono guardandoci negli occhi. È tremendo il pensiero che lui che è l’assassino di mia sorella e che ha distrutto la nostra famiglia ha avuto la possibilità di stare a casa con la sua famiglia, una possibilità che io non avrò mai”.

La terza fotografia, quella che conclude il nostro album, si compone man mano che la guardiamo, come un disegno che si tratteggia. Ad apparire in questo quadro è, per l’ultima volta, Alfonso Lamberti, che passa a miglior vita nel settembre del 2015.

Alfonso è stato segnato dal tempo, dalle disgrazie professionali e umane, da scelte sbagliate. Da un amore per la figlia divenuto straziante ed ossessivo. Ma era pur sempre il padre di Simonetta. Chi avrebbe dormito per alcuni giorni in una casa fatiscente e piena di ratti per incontrare un boss o si sarebbe insinuato nel cuore della Camorra, promettendo quello che non poteva promettere, pur di ottenere informazioni o prove contro gli autori materiali e contro i mandanti del suo delitto? In pochissimi, in quella vita reale in cui Alfonso sopravviveva, stettero vicino a lui o cercarono di assisterlo. Alfonso Lamberti era un papà e un marito già morto una volta nella calda primavera del lontano 1982.

La nostra immagine si compone e si conclude con la figura di Angela Procaccini, la mamma di Simonetta. Prima insegnante, poi dirigente scolastico. Impegnata con progetti educativi coi minori a rischio o in carcere. Una donna rimasta bellissima con lo scorrere del tempo, dai modi curati, che mai abbandonò, nonostante la perdita di una figlia e di una famiglia che si sgretolò in quei giorni passati.

Ad Enzo Biagi, che la intervistava, disse, rompendo il personale doloroso silenzio: “Io sono una donna fortunata. Difatti non penso mai alle persone che hanno ucciso mia figlia. Lei è morta, è vero, ma per me è come se fosse successo senza la premeditazione di qualcuno, come se non fosse stata uccisa. Vede, non odiare chi ci ha fatto tanto male è la salvezza”.

Si chiamava Simonetta Lamberti. Figlia di una storia di chiaroscuri e di un amore violato. Era di maggio quando morì.

(Articolo originariamente pubblicato il 29 maggio 2018)

Francesco Trotta

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Immagini tratte da Google Immagini