Silvia Ruotolo. Oltre il vuoto della Camorra

Il vuoto. Prima, prima di quei tre minuti di terrore, c’era altro. La normalità quotidiana di un quartiere, di una strada, Salita Arenella, trafficata e vissuta, specialmente all’ora di pranzo, quando si rincasa per mangiare. E già gli odori delle pietanze di Napoli si mescolano al caldo della tarda primavera. C’era anche chiasso, ovviamente. Ma la confusione – quella genuina di chi cammina e di chi parla sporto dal balcone di casa – fu spazzata via in un attimo.

È l’11 giugno 1997. E il tempo su Salita Arenella improvvisamente appare fermo. Come svuotato della sua più importante caratteristica: lo scorrere. Prima accelera di colpo, fra le grida di chi fugge e cerca riparo dietro posti di fortuna, muri sporgenti e macchine parcheggiate, poi si ferma, come tagliato bruscamente. E accade nel momento esatto in cui un corpo cade sul marciapiede. Il suono del tonfo non lo si sente nemmeno tanta è la paura. È il vuoto che si apre attorno al corpo rimasto immobile a generare altro caos. Le urla si trasformano in ansia.

Accanto a quel corpo, un bambino. Ha lo zaino sulle spalle. È fermo anche lui, tacitato da quello che è appena successo, ma è in piedi. Soprattutto, quel bambino, Francesco, 4 anni, è nel vuoto. Ha gli occhi sbarrati. C’è un particolare che fa rabbrividire chi lo guarda: il suo zaino giallo e blu ha macchie di sangue un po’ ovunque. Poi, in quell’attimo di silenzio in cui il vuoto attorno al corpo torna ad essere riempito dai primi soccorritori, il bimbo pronuncia flebilmente alcune parole: “Mamma caduta. Hanno sparato”.

Ma il vuoto attorno al corpo inizia ad essere riempito anche da altro: dalle urla di Alessandra, la sorellina di Francesco, 10 anni, che era sul balcone di casa ad aspettare che mamma tornasse. È lei che grida dall’alto: “È svenuta, aiutatela”; da chi guarda quel bambino fermo vicino al corpo riverso per terra ma non ha ancora la forza necessaria per muoversi; da un disegno, un foglio ormai rovinato dalle orme di scarpe passate sopra, caduto lì vicino; dal sangue che inizia a spargersi attorno a quel corpo, seguendo le fessure del marciapiede; dalle braccia di chi, finalmente, toglie il bambino immobile da quella scena, da quel vuoto generato dalla Camorra.

Rimane comunque un vuoto dentro. Dentro Francesco, dentro Alessandra, dentro quelle persone sopravvissute in qualche modo e che si riaffacciano nello scorrere del tempo.

Si chiamava Silvia Ruotolo quella mamma che nell’attimo in cui inizia sentire i colpi di proiettile avvicinarsi, ha la forza di spingere via il figlioletto, di schermarlo, riempiendo un vuoto nemico con la propria figura da custode di vita. Eppure un proiettile, uno dei trenta scaricati in tre minuti da un commando camorrista suddiviso in due macchine, che ha il compito di ammazzare altri camorristi, trapassa uno dei bersagli seduti su una Vespa, e si insinua nel cranio di Silvia. Non lasciandole scampo. Vuoto. E subito la morte si palesa in strada.

Francesco e Alessandra, come anche il marito di Silvia, Lorenzo Clemente, sono andati avanti, per non essere inghiottiti da quel vuoto. Hanno ricostruito le proprie vite oltre quel momento di morte lasciato dalla mano fredda della Camorra. Lorenzo, subito dopo l’assassinio della moglie, parla. Chiede che siano catturati i camorristi, chiede giustizia. Cosa che Arnaldo La Barbera, dirigente di Polizia, garantisce: “Li prenderemo tutti”, assicura.

È il vuoto che in qualche modo deve essere colmato. Un mese dopo l’omicidio di Silvia Ruotolo e il ferimento dello studente universitario Riccardo Valle – una pallottola gli ha trapassato la schiena – viene arrestato in Calabria Rosario Privato, killer al soldo dei clan. Basta poco per farlo crollare. E le sue dichiarazioni riempiono il vuoto che l’omertà – erano decine le persone che all’ora di pranzo di quell’11 giugno avevano assistito o si erano trovate nella sparatoria – aveva saputo ingigantire.

Privato parla e racconta. Dice che dopo l’agguato era andato a farsi un bagno. Nel mare che lambisce Napoli si era tuffato anche per togliersi i residui di polvere da sparo. Un vuoto a mare.

Spiega gli ordini che gli erano stati impartiti e il denaro che gli era stato promesso. Ogni omicidio di Camorra faceva guadagnare fino a 10 milioni di lire. Poi, quando era diventato braccio destro di Giovanni Alfano, capo del clan di Torretta, portava a casa anche 40 milioni di lire al mese.

Era stato proprio Alfano a volere quella sparatoria per colpire gli affiliati ai clan avversari Cimmino-Caiazzo: vittime designate di quel giorno sarebbero dovuti essere tali Raimondi e Filippini. Quest’ultimo, interrogato dalla Polizia, rispose che si trovava in Salita Arenella per comprare quadri e che non sapeva nient’altro. Neppure l’averla scampata al posto di una innocente fece cedere il camorrista.

Nemmeno la società civile, dicevamo poc’anzi, collaborò con la magistratura. Ricorda il pm Carlo Visconti: “Molti avevano visto tutto. Quantomeno lo svolgersi dei fatti. Nessuno si faceva avanti per aiutarmi a ricostruire l’accaduto. Feci un appello sui quotidiani di Napoli, ma nulla, nessuno parlava. Ed allora decisi di gettare un sasso nello stagno per cercare di smuovere le coscienze. In un’intervista parlai dell’omertà civile dei napoletani che assistevano impassibili a delitti spaventosi senza collaborare con gli inquirenti. Supplicai dicendo che non mi occorrevano riconoscimenti di persona, volevo solo ricostruire i fatti. Niente. Anzi il sindaco di allora [Antonio Bassolino, ndr.], il cardinale di allora, mi risposero con interviste che mi bacchettavano severamente, per essermi permesso di definire omertosi i cittadini”.

Quella del ’97 s’apprestava ad essere un’estate tragica. Non fosse stato per le dichiarazioni di Privato e per l’arresto, un caso fortuito, di un altro camorrista riparato a Urbino, gli inquirenti avrebbero dovuto continuare a vedere capi camorra farla franca: “[….] arrestammo il boss del Vomero che pervicacemente fingeva di essere paralitico. Ne trovammo le tracce al Casinò di Venezia e sulla vespa per le strade di Napoli. Sapevamo che aveva corrotto in precedenza alcuni medici in carcere. Lo trasferimmo nel carcere di massima sicurezza di Parma. Fu scarcerato ben tre volte per cavilli formali. Ogni volta, lo arrestavamo all’uscita del carcere. Fu un inferno quell’estate del 97. Polemiche, accuse ingenerose agli inquirenti. Ma non ci fermammo”.

Le dichiarazioni di Rosario Privato riempiono il vuoto ma ne creano un altro. Suo zio, un pensionato di quasi settant’anni, viene rapito a Rione Alto, sgozzato e impiccato. Chiaro il messaggio di quanto fosse ritenuto attendibile lo stesso Privato, che nel 2011 chiederà perdono.

Il vuoto materiale lasciato da Silvia Ruotolo viene riempito, poco alla volta dalla giustizia. Nel 2001 la Quarta sezione della Corte d’Assise di Napoli presieduta da Giustino Gatti, condanna all’ergastolo i responsabili della strage: Giovanni Alfano, Vincenzo Cacace, Mario Cerbone e Raffaele Rescigno.

Rosario Privato, che ha confessato una quarantina di omicidi, viene condannato a 42 anni di reclusione, 26 dei quali per l’omicidio di Silvia.

Il vuoto lasciato dall’assenza di Silvia Ruotolo viene colmato oggi, soprattutto, da Alessandra e Francesco Clemente, sopravvissuti a una morte ingiusta, a un vuoto dell’anima. Coltivare memoria ed esserne in qualche modo dei giusti testimoni non è cosa semplice nella nostra Italia in cui anche leggeri simboli di impegno civile – dalle targhe commemorative agli alberi piantati per le vittime innocenti di mafia – vengono ancora vandalizzati. Come se il vuoto della Camorra volesse far paura. Come se Silvia Ruotolo non fosse stata Silvia Ruotolo. Ma sappiamo che non è così.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 9 giugno 2018)

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