Rocco Chinnici. Il magistrato che non aveva paura di morire

Era il 29 luglio del 1983 quando un’autobomba, una Fiat127 imbottita di tritolo, esplose in via Federico Pipitone a Palermo, la prima volta che la mafia sperimentava l’autobomba contro un magistrato.

L’auto era parcheggiata davanti all’abitazione di Rocco Chinnici. Fu ucciso così il giudice. Insieme al maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e al portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi.

Rocco Chinnici si era trasferito a Palermo alla fine degli anni Sessanta, quando divenne giudice istruttore. Iniziò da subito ad occuparsi di fatti di mafia.

Nel 1970 il primo caso eccellente fu la Strage di Viale Lazio, un regolamento di conti fra mafiosi, avvenuto perché certe dinamiche interne a Cosa Nostra stavano mutando, con i corleonesi di Totò Riina che iniziavano il loro colpo di stato all’interno della mafia.

Nel 1979 l’assassinio di un altro grande giudice, Cesare Terranova, portò Chinnici a guidare l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo: un triste gioco al massacro per cui la promozione avveniva quando i giudici bravi venivano ammazzati.

Chinnici capì a cosa stesse andando incontro e, dopo gli omicidi del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile e del procuratore Gaetano Costa, suo grande amico, creò l’arma più efficace per combattere Cosa Nostra: il pool antimafia.

Chiamò a sé giovani magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In un’intervista dichiarò: “Un mio orgoglio particolare è una dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre Magistrature d’Italia. I Magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero”.

Il magistrato non solo comprese come bisognasse lottare contro la mafia, ma capì l’importanza di parlarne, specialmente ai ragazzi. “Sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia.

In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c’è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani. Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia”.

Nel novembre del 1978 gli capitò il caso di Peppino Impastato, allora archiviato come fallito attentato terroristico. Chinnici ascoltò le denunce, rimaste inascoltate, degli amici di Peppino. E diede una svolta decisiva per le indagini. Al giornalista Alberto Spampinato, che gli chiedeva lumi sul caso, il giudice rispose: “Ce la metto tutta. È come se avessero ucciso mio figlio”.

C’è un aneddoto che vale la pena ricordare per comprendere la situazione drammatica in cui i magistrati allora lavoravano. Chinnici aveva la convinzione che all’interno della Procura di Palermo ci fossero talpe e che certe notizie riservate arrivassero quasi istantaneamente ai mafiosi.

Tanto che lui e il procuratore Gaetano Costa si scambiavano informazioni importanti all’interno dell’ascensore del Palazzo di Giustizia, pigiando ripetutamente il tasto del sali e scendi.

A Rocco Chinnici è dedicata la medaglia d’oro al valore civile. “Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni”.

Dobbiamo tanto a Rocco Chinnici. A iniziare dai risultati del Maxi-processo, che non lo poté vedere concluso. Un lascito di enorme importanza. Molto più degli encomi che questo Stato si ricorda di dare quando i suoi rappresentanti migliori vengono uccisi.

La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare”.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 24 luglio 2017)

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