Roberto Antiochia. Poliziotto e amico di Ninni Cassarà

La voce di Roberto Antiochia ha riecheggiato in quella della madre Saveria fino alla morte di lei, nel 2011, dopo quasi trent’anni di lotte come testimone dell’antimafia in onore del figlio: prima col circolo Società Civile, poi con Libera.

Una voce matura e disincantata, impegnata a rievocarne alla memoria collettiva una più sottile, più giovane: quella del figlio Roberto.

Roberto Antiochia aveva 18 anni quando entrò nella polizia, assegnato prima alla questura di Torino, poi alla Criminalpol di Roma, infine alla Squadra Mobile di Palermo. Ne aveva appena 23 quando morì, il 6 agosto 1985, freddato dai killer – dapprima otto (“Otto killer massacrano due bravi poliziotti”), il loro numero si estese poi a nove, infine, tra esecutori e postazioni di copertura, il conteggio totale divenne diciotto – accucciati di fronte alla casa del vice capo della Squadra Mobile Antonino Cassarà, detto Ninni, che di anni ne aveva 38.

Al fianco di Cassarà collaborava la cosiddetta Squadra Catturandi, organizzata in seno alla quinta sezione investigativa antimafia dal commissario Beppe Montana. Malgrado la giovane età, Roberto Antiochia era stato scelto dal commissario per farne parte, così, arrivato a Palermo nel giugno 1983, si era subito prestato alle operazioni di quella che era considerata una delle migliori squadre di polizia a livello nazionale.

La Squadra Catturandi aveva dato nuovo impulso alla lotta contro Cosa Nostra: importante era stata l’operazione “Pizza Connection” portata a termine con l’aiuto dell’FBI, che aveva portato all’arresto di decine di mafiosi tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Roberto, inoltre, prendeva parte attiva alla vita della Squadra al termine di un triennio particolarmente sanguinoso: tra il 1981 e il 1983 si erano verificati numerosi omicidi interni a Cosa Nostra miranti a riorganizzarne i vertici (la cosiddetta “seconda guerra di mafia”), mentre magistratura e forze dell’ordine lavoravano a stretto contatto per dipanare le trame criminali.

Quando nel 1984 Tommaso Buscetta decise di collaborare con Giovanni Falcone, vennero poste le basi per il Maxiprocesso che sarebbe iniziato nel febbraio 1986. Qualche mese dopo la morte di Roberto.

Roberto Antiochia aveva lavorato con Beppe Montana e Ninni Cassarà nella Squadra per un anno e mezzo, fino alle fine del 1984, quindi si era trasferito a Roma. I tre avevano collaborato fianco a fianco con pochi mezzi e tanta intraprendenza; le giornate, e a volte persino le notti, scorrevano tra gli inseguimenti su Alfette moribonde o auto private. Si pagavano gli informatori di propria tasca, persino i computer scarseggiavano.

Tra un inseguimento e l’altro Roberto chiamava la fidanzata Cristina, costretta all’apprensione solo come un giovane amante potrebbe esserlo nei confronti dell’amato che ogni giorno rischia la propria vita, e la tranquillizzava dicendo che le pallottole per i “rosci” (era rosso di capelli) ancora non le avevano inventate al mondo.

Grazie alla forza di questa sua ironia giovane e sfacciata che questa immagine porta con sé, quasi riusciamo a rievocarlo davanti agli occhi, lui e Cristina, mentre si scambiano rassicurazioni e tenerezze, qualche mese prima di quello che sarebbe dovuto essere il loro matrimonio, e che invece sarà tragedia.

Dopo gli scambi telefonici ripartivano le corse, gli accerchiamenti, le indagine serrate, che interrompevano bruscamente il ritmo della quotidianità lasciando a malapena tempo per i pasti.

E così freneticamente arrivò a Roberto la notizia della morte di Beppe Montana, dai giornali che egli lesse mentre si trovava in vacanza. Appresa la morte dell’amico amico Beppe Montana, egli si precipita a Palermo, quindi decide di prolungare la sua permanenza nella città indefinitamente per dare man forte alle indagini e per proteggere Antonino Cassarà.

Aveva detto: “Darei la vita per salvare Ninnì”, quel Ninni che non era soltanto il vice comandante, ma era in primo luogo il suo amico Ninni.

E insieme vennero uccisi in via Croce Rossa (l’ironia della sorte che si riverbera anche sui nomi delle strade), dall’ammezzato di un edificio vicino le cui finestre davano sul cortile interno della casa di Cassarà, un 6 agosto in cui Roberto aveva insistito per scortare l’amico mentre tornava da sua moglie e i suoi figli.

I colpi sparati dal Kalashnikov furono decine. Oltre a Roberto e Antonino morti sul colpo, un terzo agente venne gravemente ferito e il quarto, l’assistente Natale Mondo (che verrà poi assassinato il 14 gennaio del 1988), si salvò per miracolo riparandosi sotto alla vettura.

Nel 1997 alla sua memoria verrà intitolata la nuova sede del Commissariato di Orvieto e successivamente la via della nuova Questura, a entrambe le cerimonie parteciperà la madre Saveria e nella voce di questa, l’eco della voce giovane e coraggiosa di Roberto.

Valentina Nicole Savino

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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