Rita Atria e la speranza di un mondo diverso

Rita Atria si suicida il 26 luglio 1992, a 17 anni, qualche giorno dopo la strage di Via D’Amelio, che sottrae alla giovane forse l’ultima figura paterna presente nella sua breve vita: il giudice Paolo Borsellino.

Rita Atria è vittima della tradizione che la vuole “muta”, della società che la vuole obbediente. Parimenti, anche la madre di Rita – nonostante, e forse per tanti di noi incomprensibilmente, sia talmente adirata con quella figlia ribelle che con le sue azioni l’ha resa invisa al paese, da sfregiarne la tomba – è vittima dello stesso carnefice.

Entrambe sono cadute nel sistema di Verità storpiate dal fenomeno cancerogeno mafioso: i valori dell’onore, della famiglia, della segretezza vengono abilmente strumentalizzati e sacralizzati per creare convenzioni tacite, per dettare i rapporti sociali e per giustificare la violenza ed i soprusi commessi nell’intento di difenderli.

Entrambe incolpevoli della povertà e l’iniziale disinteresse ed ignavia dello Stato, che hanno reso possibile la nascita della mafia in Sicilia più di un secolo e mezzo fa e la graduale consacrazione della sua indispensabilità all’interno del tessuto sociale: la mafia è indispensabile ai latifondisti, ai proletari così come agli imprenditori, ai dipendenti pubblici, alla “casta” politica.

Entrambe vittime di quella mafia, che ha ricevuto un importante riconoscimento in occasione dello sbarco in Sicilia delle forze alleate, quando è scesa in campo per negoziare con i sodali Americani ed ha aperto le porte del mercato statunitense alla Trinacria.

In altre parole, sono entrambe condannate dalla debolezza di buona parte della politica italiana, sedotta e lusingata dai “cavalieri mafiosi” e dalle possibilità di perpetuazione del potere reale esercitato tramite un networking di ispirazione massonica: un reticolo di conoscenze giuste e favori scambiati, nella segretezza, tra individui di diversa estrazione sociale che condividono la medesima agenda.

Ed ancora, entrambe tradite da quello Stato spesso ambiguo, che a tratti si serve della mafia come braccio armato, a tratti complotta ed ordisce trame criminali assieme ad essa per la mutua protezione e garanzia di interessi ed affari, con una spregiudicatezza di machiavellica memoria.

Entrambe vittime, si diceva, ma dove la madre si è chiusa nel silenzio, ligia al dovere e cosciente del suo ruolo di “femmina” e delle sue responsabilità, Rita ha deciso di reagire, di rompere i vincoli prestabiliti.

Si avvicina a Paolo Borsellino quando, restia a seguire l’ordine della madre di non immischiarsi e motivata dall’esempio della cognata, Piera Aiello, diventata informatrice di giustizia dopo l’omicidio del marito, si rivolge al giudice nella speranza di scardinare quel sistema infame che le ha sottratto prima il padre, poi il fratello, nel giro di pochi anni.

Rita era nata a Partanna, un comune di pastori di circa 11.000 anime, il 4 settembre 1974. Era figlia di Giovanna Cannova e don Vito Atria, ufficialmente pastore, ma in realtà piccolo boss locale.

All’età di 11 anni Rita Atria perde il padre, ucciso nel novembre del 1985 in un agguato: Don Vito era diventato un impiccio dato che si opponeva all’entrata della droga a Partanna. Il piccolo comune del trapanese è teatro di aspre faide all’epoca dell’ascesa al potere dei corleonesi.

Ed è proprio l’eroina proveniente dalla Thailandia e raffinata in Sicilia, fonte di lauti guadagni, ad esasperare le divisioni tra la mafia della “vecchia guardia”, più propensa ad allacciare rapporti di mutuo interesse con la classe dirigente, e le nuove leve, più lungimiranti e con più fiuto per gli affari.

Passano sei anni – durante i quali Rita si allontana sempre più dalla madre e dalla sorella per legarsi al fratello Nicola. Quest’ultimo – nonostante mantenga il suo status di mafioso di un clan della Valle del Belice ed un piccolo giro di spaccio – cova il desiderio di vendicare la morte del padre, di cui conosceva gli assassini.

Confida alla moglie Piera le sue intenzioni. Il suo piano ha però un risvolto tragico: Nicola viene ucciso il 24 giugno del 1991 nella sua pizzeria di Montevago, nell’Agrigentino, dove si era trasferito con la moglie e la figlia dopo la morte del padre.

Rita è sempre più sola. Ripudiata dalla madre, decide di collaborare con la giustizia. Come la cognata Piera, che si era rivolta a due donne, due sostituti procuratori della Repubblica: Morena Plazzi di Sciacca e Alessandra Camassa, di Marsala, anche Rita Atria collabora con la magistratura ed incontra Paolo Borsellino.

A lui si lega quasi come fosse un padre, passa del tempo con la sua famiglia e confida i segreti cui l’aveva resa partecipe il fratello: i mandanti dell’omicidio del padre Vito, il movente, le gerarchie di potere a Partanna.

Rita denuncia persino il fidanzato Calogero, anche lui nel “giro”, addetto alle estorsioni. Piera e Rita fanno nomi e le loro confessioni portano al processo per omicidio e associazione mafiosa ai danni di Vincenzo Culicchia – poi assolto.

Deputato della Democrazia Cristiana e sindaco di Partanna per quasi 30 anni, Culicchia era accusato di aver ucciso Stefano Nastasi. Quest’ultimo – nonostante l’esplicito invito dello stesso don Vito Atria su ordine del clan dominante, gli Accardo-Cannata – non si era messo da parte ed era riuscito addirittura a battere il deputato democristiano alle elezioni comunali del 1983.

Il piano di protezione dei testimoni prevede che Rita Atria si allontani dalla Sicilia. “La ragazzina inizia così una vita clandestina a Roma. Sotto falso nome, per mesi e mesi oltre Piera e la piccola Vita Maria non vedrà nessuno, e soprattutto non vedrà mai più sua madre. Si innamorerà, studierà, sarà interrogata dai magistrati”.

Rita non voleva più far parte di quel mondo che per tanti giovani siciliani figli di boss sembrava l’unico mondo giusto, l’unico mondo possibile.

Rita, come tanti prima e dopo di lei, ha reagito. Con estremo coraggio, si è ribellata alle sue radici, a quelle tradizioni e a quei costumi quasi sacri: ha “tradito” la famiglia, ha calpestato l’onore, ha ignorato l’omertà. Per le sue “colpe” Rita Atria era convinta che l’avrebbero trovata e punita, come scriverà nel suo diario.

L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivranno contro tutto e tutti. L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore”.

Rita Atria. Tema di maturità. Erice, 5 giugno 1992

Il 19 luglio 1992, quando in via Mariano d’Amelio viene eliminato il suo amato “zio Paolo”, magistrato scomodo, Rita Atria perde definitivamente la speranza; decide di non aspettare che la “giustizia” mafiosa chiuda i conti con lei per ricordarle chi comanda e chi decide l’ordine delle cose, si lancia dal settimo piano di un condominio della capitale.

Chiudiamo con l’ultima frase, ancora carica di speranza, del suo tema di maturità, che Rita scrive poco più di un mese prima di morire. “Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Silvia Bortoletto

(Articolo originariamente pubblicato il 24 luglio 2017)

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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