Ricordando Antonino Agostino e Ida Castelluccio

Il caso di Antonino Agostino rappresenta uno dei più intricati misteri di Palermo e dei suoi omicidi di mafia. Antonino Agostino, detto Nino, era noto come “il cacciatore di latitanti”. Agente della questura di Palermo, stava indagando sul fallito attentato al giudice Giovanni Falcone sulla spiaggia dell’Addaura, dove era stato abbandonato un borsone contenente tritolo. Probabilmente a causa di importanti scoperte sul caso, qualcuno aveva deciso di eliminarlo.

Il 5 agosto 1989, mentre si trovava con la moglie Ida Castelluccio, a Villagrazia di Carini, sulla porta della villa di famiglia, i due furono raggiunti da una serie di colpi sparati da sicari in motocicletta. I familiari accorsero immediatamente, ma Antonino e Ida, sposati da solo un mese e in attesa di un figlio, erano già morti. La polizia seguì dapprima, ingenuamente e colpevolmente, la pista passionale, nonostante la notte stessa dell’omicidio, dalla casa dei coniugi fossero spariti misteriosamente alcuni appunti di Nino sulle indagini dell’Addaura.

Nel corso degli anni Vincenzo Agostino, padre di Antonino, ha indicato il plausibile colpevole: tale Faccia da mostro”, quell’agente di polizia, ritenuto anche vicino ai Servizi Segreti, col viso deturpato che aveva cercato Nino pochi giorni prima del delitto e che dopo aveva fatto sparire i suoi documenti.

Giovanni Aiello, questo il nome del funzionario, si era guadagnato il soprannome per via di uno sfregio sulla guancia causato da un ordigno: un dettaglio inquietante che aveva reso impossibile per Vincenzo dimenticarne il volto.

A confermarne i sospetti, alcuni pentiti, tra cui Oreste Pagano e Vito Lo Forte, concordi nell’indicare Aiello come esecutore materiale del delitto insieme ai capimafia Scotto e Madonia. Secondo la testimonianza, Madonia aveva sparato, mentre Scotto guidava la moto, e Aiello aveva aiutato a distruggere il mezzo e a far fuggire i due.

Faccia da mostro” era insomma l’emblema di quelle cariche pubbliche che tenevano legami con le cosche di Cosa Nostra, di quella feccia tra gli agenti della questura di Palermo che aveva un piede in polizia e l’altro nella mafia e che Nino aveva scoperto e voleva rivelare. Per questo bisognava eliminarlo, insieme a Ida, che ne era a conoscenza; per questo quegli appunti dovevano sparire.

Un movente forte, dunque, per una vicenda giudiziaria che tuttavia si trascina da decenni senza un colpevole ufficiale, poiché per i tre è stata richiesta l’archiviazione del caso. La famiglia Agostino aspetta ancora di conoscere la verità: Vincenzo non si taglia la barba da quel 5 agosto come forma di protesta e non la taglierà finché Nino, Ilda e il nipotino che non è mai nato, non avranno giustizia.

A ricordare i coniugi, oggi, oltre alla lapide commemorativa sul lungomare di Villagrazia, ci pensano i nipoti, nella giornata del 21 marzo dedicata dall’associazione “Libera” alle vittime di mafia. Ma, soprattutto, la barba di Vincenzo, che a distanza di 27 anni dall’omicidio ha ormai raggiunto il mezzo metro.

Silvia Giovanniello

Silvia Giovanniello – Cosa Vostra

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