Pippo Fava e i Siciliani giusti

Era un piovoso giovedì quello del 5 gennaio 1984 a Catania e il Tg1 delle ventidue condotto da Enrico Mentana dava l’annuncio dell’assassinio di Pippo Fava.

Con il Natale che giungeva all’epilogo e l’Epifania alle porte, l’Italia di trent’anni fa viveva un inverno tra i più freddi ricordati.

Se il giornalismo potesse avere un nome, quello catanese avrebbe sicuramente il suo. Pippo, per gli amici e per chi lo ricorda ancora oggi, non era solo un giornalista. Era un intellettuale scomodo, mente acuta, scrittore, fine coscienza italiana. Padre de “I Siciliani”, storico giornale di denuncia e di lotta alla mafia, fu ucciso alle 21.30 circa.

È in auto, una Renault prestata da un amico perché la sua vecchia 124 non ce la fa più. Gli sparano alle spalle, cinque colpi di 7.65 alla nuca“, scriverà poi il figlio Claudio nel libro “La mafia comanda a Catania. 1960-1991”.

Non aveva avuto il tempo di scendere dell’automobile. Un agguato – era più che evidente. E se viene ucciso un giornalista che denuncia Cosa Nostra, quale pista si dovrebbe seguire? Chiaro: quella della mafia. E invece no. Inizialmente l’ipotesi degli inquirenti è l’omicidio passionale. Ecco il Paese di allora. Ma di quale allora si parla? Solo trent’anni fa in un’Italia che non era quella attuale…

Catania di allora era la città in cui la mafia non esisteva. Parola di sindaco Angelo Munzone: “La mafia? È ormai dovunque, nel mondo: ma qui, a Catania, no. Lo escludo. Davanti al mondo testimonio che mai pressione o intimidazione c’è stata, in questa parte della Sicilia, in questa città storicamente immune dal cancro che mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati“.

Si batté anche la pista economica. Perché la rivista era gravata dalle difficoltà in cui facilmente incombe chi non si piega, chi fa dell’indipendenza un simbolo del proprio giornale. La pistola poi non sembrava quella che la mafia usa di solito!

Come se ci fosse un “solito” negli omicidi perpetuati dai clan. Si ammazza chi si deve ammazzare, con qualunque mezzo. Ma il capoluogo etneo non era “abituato” alla mafia, così volevano far credere. Così si disse.

Pippo Fava fu la prima vittima innocente eccellente di Cosa Nostra a Catania. Ci vorranno anni perché questa vicenda non solo trovi giustizia, ma confermi questa verità. Prima del 1998, anno in cui vengono condannati in primo grado Nitto Santapaola, capo della Cosa Nostra catanese, Marcello D’Agata, Francesco Giammuso e Aldo Ercolano, rispettivamente come mandante, organizzatori ed esecutore del delitto Fava.

Prima di quell’anno la mafia sotto l’Etna non ci poteva essere. Anzi bisognava far in fretta a chiudere le indagini sull’omicidio di Pippo. E così il procuratore aggiunto Di Natale si affrettava a percorrere altre piste lontane da quella mafiosa.

Il perché di quella fretta era dovuto all’inchiesta di Pippo Fava, che interessava quattro imprenditori siciliani, ribattezzati i quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Francesco Finocchiaro e Mario Rendo, collegati al capomafia Nitto Santapaola.

L’onorevole democristiano Antonino Drago se la prese con chi cercava di collegare queste persone all’omicidio di Pippo Fava: “I “cavalieri” da tempo criminalizzati, hanno costruito in quarant’anni veri imperi economici, ma hanno dato notevoli occasioni di lavoro alla città, che, è vero, vive anche di terziario e di altre piccole e medie aziende, ma in crisi […] Abbiamo avuto contatti personali. E questi ci hanno detto: vogliono andarsene“. “Mi auguro che i magistrati chiudano rapidamente questa indagine, per ridare serenità alle attività pubbliche e alle attività economiche. Sennò, possono succedere cose gravi“.

Solo dopo l’allontanamento per incompatibilità ambientale di Di Natale, l’indagine sulla morte di Pippo Fava riprese, e regolarmente solo nel 1994. Nel 2001 la corte d’appello confermò le condanne di Santapaola ed Ercolano all’ergastolo mentre assolveva D’Agata e Giammusso. Infine nel 2003 la Cassazione condannava anche a sette anni Maurizio Avola, reo confesso e pentito. Da sottolineare che il quotidiano “La Sicilia”, di Mario Ciancio Sanfilippo, a lungo si espresse con un campagna mediatica contro i collaboratori Avola e Luciano Grasso.

Avola stesso spiegò al processo che l’omicidio Fava era stato voluto da “alcuni imprenditori catanesi”. Nessun imprenditore tuttavia è stato condannato come mandante. Il quotidiano “La Sicilia” è anche stato duramente criticato da Claudio Fava: “La Sicilia, al di là di ogni pudore, riuscì per molti anni a sopprimere dai propri scritti la parola mafia: usata raramente, e solo per riferirla a cronache di altre città, mai a Catania.

Nell’ottobre del 1982, quando tutti i quotidiani italiani dedicheranno i loro titoli di testa all’emissione dei primi mandati di cattura per la strage di via Carini, l’unico giornale a non pubblicare il nome degli incriminati sarà La Sicilia.

Un noto boss, scriverà il quotidiano di Ciancio: Nitto Santapaola, spiegheranno tutti gli altri giornali della nazione. Il nome del capomafia catanese resterà assente dalle cronache della sua città per molti anni ancora: e se vi comparirà, sarà solo per dare con dovuto risalto la notizia di una sua assoluzione.

O per ricordarne, con compunto trafiletto, la morte del padre“. Recentemente l’editore Mario Ciancio Sanfilippo è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa ma è stato prosciolto perché il “fatto non costituisce reato”, poiché non sono stati raccolti abbastanza elementi per sostenere l’accusa. Quando? Non nella Sicilia di trent’anni fa, ma quella del 2015.

La stessa Italia che ancora annovera come cavalieri del lavoro i quattro dell’apocalisse mafiosa. Nonostante i riscontri ottenuti e le dichiarazioni del pentito Antonino Calderone, secondo la giustizia italiana furono costretti “a subire la “protezione” del clan Santapaola per necessità“.

E di Pippo Fava cosa ci rimane? Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine dell’anno 1983. il 28 dicembre, una settimana prima della sua morte, la Rai trasmetteva un’intervista a cura di Enzo Biagi in cui Fava pronunciava alcune delle sue parole più famose: “Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia.

I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante“.

Una settimana dopo Pippo veniva ammazzato. Al suo funerale nessuna figura istituzionale di rilievo si presentò. Forse fu meglio così. Allora in quella Catania di trent’anni fa che non voleva vedere la mafia, alcuni studenti liceali affiancarono volontariamente i giovani redattori figli di Fava e del suo giornalismo. “I Siciliani” non si fermarono.

Con un grazie a Riccardo Orioles, Antonio Roccuzzo, Michele Gambino, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e a tutti gli altri “Siciliani giovani” inchiodati nella loro assurda convinzione che la mafia la si debba “scuotere”.

A che serve vivere se non si ha il coraggio di lottare?” diceva un giornalista di nome Giuseppe Pippo Fava.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini