Pio La Torre oltre la lotta alla mafia

Pio La Torre e un mare rosso sangue. Come quando si procede alla mattanza di tonni. A Palermo il 2 maggio del 1982 le bandiere di centomila compagni giunti da tutta Italia erano il mare dentro piazza Politeama.

Mare rosso sangue dicevamo, quando a Palermo centinaia e centinaia di persone venivano trucidate per le strade.

Quello di Pio La Torre fu uno degli omicidi eccellenti – così li chiamano – di quella stagione di morte che Cosa Nostra portava avanti nel capoluogo isolano. “Ammazzarono a La Torre e Di Salvo” gridava sconvolto e in lacrime il 30 aprile che entrava nella federazione del Pci palermitano.

Pio La Torre, una vita per la giustizia. Quella sociale, quella degli ultimi, da sempre prevaricati dal potere mafioso, che non era solo esplicitato dalla forza militare e violenta della mafia, ma anche dal sistema economico compromesso che aveva devastato la Sicilia e in generale il Meridione.

La Torre fu la figura di riferimento, a livello istituzionale, del passaggio della lotta dei contadini per la terra di fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta (lotta che era anche antimafia tout court) a quella del contrasto alla nuova mafia, fatta di clientele, di politica e di imprenditori.

Un profondo amante della Sicilia e dello Stato.

Il suo nome oggi è legato alla legge che introdusse il reato di associazione di stampo mafioso (e lo riconosceva come tale) e che in parte porta il suo nome. Era l’avanguardia dell’antimafia e quella norma che permette la sottrazione del patrimonio illegale è l’avanguardia tutt’oggi.

Ma La Torre fu più di una legge da dover adottare, la quale comunque il Pci capì tardi – e non per colpa di La Torre ma di chi lo precedette, Achille Occhetto.

La legge in realtà era nata molto prima, nei primi anni Settanta, ma fu tacciata di essere troppo generalista perché in quel modo, colpendo le ricchezze della mafia imprenditrice e borghese si rischiava di annientare tutta la borghesia produttrice. Perché il suo ideatore, Mario Mineo, fu accusato di vedere la mafia ovunque.

Pio La Torre era l’emblema della rivalsa degli ultimi. Capo popolo e portavoce allo stesso tempo –cosa assai difficile oggi-, di una coerenza che lo portò alla morte. Fine conoscitore del tempo e del contesto mondiale in cui viveva – quello della Guerra Fredda e dei blocchi europei.

Sulla Sicilia gravano, oggi, tre minacce: gli effetti della crisi economica, il dilagare della violenza criminale e mafiosa e il suo intrecciarsi col sistema di potere egemonizzato dalla Dc e, infine, la trasformazione dell’isola in avamposto dello scontro fra i blocchi militari contrapposti.

Sorge pertanto l’interrogativo angoscioso: quale destino si intende riservare al popolo siciliano in un Mediterraneo già attraversato da tensioni e focolai di guerra estremamente pericolosi? La Sicilia rischia di diventare bersaglio di ritorsioni in uno scontro che va ben oltre i confini e la concezione difensiva del Patto atlantico ed è contrario agli interessi nazionali“.

Parole scritte nel 1981, di una disarmante lungimiranza e attualità. La mafia uccideva ben sapendo che un omicidio eccellente tanto faceva rumore e minacciava quanto poi lasciava un vuoto difficilmente colmabile all’interno delle istituzioni.

Il 30 aprile 1982 Pio La Torre e Rosario Di Salvo furono trucidati di mattina nella loro auto. La Torre soccombe alle decine di proiettili sparati a meno di un metro di distanza, con la gamba che sporge fuori dal finestrino, in un ultimo estremo quanto vano tentativo di opporsi ai suoi assassini, di salvarsi, di proteggersi.

Sul posto accorsero poi Giovanni Falcone e Rocco Chinnici, il quale in seguito avrebbe dato una spiegazione del suo omicidio: “Ucciso con modalità tipicamente mafiose, sarebbe stato eseguito in attuazione di un disegno criminoso maturato in ambienti nei quali mafia, terrorismo politico e grossi interessi finanziari ed economici si fondono, nell’intento di porre ostacoli a quei movimenti progressisti che propugnano la libertà dell’uomo dallo strapotere economico-finanziario che lo soffoca“.

Era questa la mafia. E per il suo impegno antimafia fu ucciso. Almeno questo è l’unico movente che la magistratura ha saputo accertare. Gli altri, quelli che riconducono agli interessi più alti della zona grigia e del malaffare istituzionale rimangono senza risposta. Persi nel mare rosso sangue della mattanza.

Oggi con l’antimafia trasformata in tutt’altro rispetto a quello che originariamente era, siamo nuovamente orfani di Pio e di uno Stato che intenda se stesso come forza democratica partecipata e condivisa. 

(Articolo originariamente pubblicato il 29 aprile 2016)

Francesco Trotta

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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