Paolo Rodà. Quando le colpe dei padri ricadono sui figli

È la mattina del 2 novembre del 2004. Pasquale Rodà arriva a Ferruzzano, accompagnato dal figlio Paolo, per prendersi cura degli animali e del suo terreno. Paolo è un ragazzo di appena 13 anni, forse inconsapevole di appartenere ad una famiglia invischiata in affari molto più grandi di lui.

La famiglia Rodà vive a Bruzzano Zeffirio, in provincia di Reggio Calabria. Dal 1985 al 1990 il nome di questa famiglia era già divenuto noto, poiché coinvolta in una lunga faida di mafia, detta “faida di Motticella”.

La faida. Si era scatenata a causa di forti contese sulla gestione del sequestro di una farmacista, Concettina Infantino. Tra gli anni ’70 e gli anni ’80, soprattutto nella zona di Reggio Calabria e dell’Aspromonte, la ‘Ndrangheta utilizzava come metodo di guadagno proprio i sequestri di persona che, in molti casi, degenerarono in omicidi veri e propri.

Le contese tra le due fazioni erano molto aspre e i motivi erano principalmente due: uno dei due clan si era intascato del denaro senza aver coinvolto l’altro e, per di più, il terreno dove la donna era tenuta prigioniera apparteneva ad una cosca che non era stata pagata per la disponibilità. La faida di Motticella vedeva da un lato la ‘ndrina delle famiglie Mollica, Morabito (detti larè, di Africo) e Palamara (detti bruciati di Africo) e dall’altro le famiglie Speranza, Scriva, Morabito e Palamara (detti ramati, di Africo) e infine, per l’appunto, i Rodà.

Dopo cinque anni di spari e agguati la faida cessò e i morti furono più di 30, tra cui una donna, avvenimento assai raro soprattutto in quelle zone.

Solo nel 1997, con l’operazione Tuareg, si venne a conoscenza di quanto intercorso tra le due fazioni, nonché dei motivi scatenanti.

Torniamo al 2004. Quella mattina del 2 novembre Paolo e suo padre sono appena arrivati a Ferruzzano, Pasquale spegne il fuoristrada. I due però non riescono nemmeno ad aprire le portiere dell’auto che dei colpi di lupara spezzano il silenzio.

D’istinto padre e figlio scendono dalla macchina e cominciano a correre, Paolo è proprio nella traiettoria degli spari e viene colpito. Muoiono entrambi, un padre e suo figlio, che aveva appena 13 anni. Riprende così la faida di Motticella e dopo anni di quiete si ricomincia a sparare e si sparerà ancora, fino al 2007.

Nel 2005 avviene un altro duplice omicidio a Bruzzano che, assieme all’assassinio di Pasquale e Paolo Rodà, farà aprire un’inchiesta al Dda di Reggio Calabria che riuscirà ad arrivare fino al clan dei Talia-Rodà ed a decine di arresti, tra cui quello di un assessore comunale. Un deputato dei Socialisti Democratici Italiani, Giacomo Mancini, dopo questi avvenimenti definì la Calabria come “un protettorato della ‘Ndrangheta, dove le leggi sono calpestate”.

Non si può infatti parlare di legge e, soprattutto, non si può parlare di onore, in una terra in cui per ottenere potere e controllo del territorio si arriva a spezzare la vita di un ragazzino di 13 anni, la cui unica colpa è stata quella di avere un nome sbagliato e forse, di non essere rimasto a casa quella mattina.

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