Un’orchidea col nome di Renata

In queste notti, luci sommerse disegnano i contorni della baia di Porto Selvaggio. I cordoni di neon azzurri sono colonie di noctiluca scintillans, microrganismo marino che in Primavera illumina le coste di alcune aree marittime e fluviali grazie alla sua bioluminescenza. Si accendono i profili degli scogli subacquei, per la meraviglia dei visitatori notturni, in questo angolo di Salento che di giorno rivela un fondale frastagliato sotto la trasparenza delle sue acque. Poco lontano dalla baia si estende un vasto parco naturale, che verdeggia tra le terre arse della Puglia estrema. Il Parco Regionale di Porto Selvaggio sorge nel territorio del Comune di Nardò. Qui ha il suo inizio e la sua conclusione la parabola esistenziale di Renata Fonte. Il suo nome, spesso dimenticato dai suoi stessi concittadini, riecheggia ovunque, tra le bellezze naturalistiche che compongono il Parco. Fu proprio per difendere quegli alberi e quella baia che Renata perse la sua vita.

Renata nasce nel 1951. Trascorre a Chieti, presso il padre, la sua prima infanzia, negli stessi anni che vedono attuato il progetto di rimboscamento dell’area che adesso coincide con il Parco Regionale. Durante gli anni del matrimonio soggiorna in diverse parti d’Italia: torna a Nardò nel 1980 e si avvia a completare gli studi universitari mentre già lavora come insegnante di scuola primaria. Poliedrica e brillante, Renata persegue, tra i tanti interessi, quello per la politica. Inizia così la sua carriera in rapida ascensione tra le fila del locale Partito Repubblicano Italiano.

È la notte del 31 marzo 1984. Tre colpi di arma da fuoco colpiscono Renata mentre torna a casa da una riunione della Giunta. Appena trentatreenne, è Assessore del Comune di Nardò da due anni. Tre colpi, poi il silenzio; tre colpi che non hanno altro scopo se non mettere Renata a tacere per sempre. L’omicidio avviene per mano di due sicari: le successive indagini consentiranno inoltre l’individuazione e la condanna di due intermediari e del mandante di primo livello, Antonio Spagnolo, collega di partito della stessa Renata e candidato perdente per il ruolo di Assessore nell’1982. Si trattava allora di una vendetta personale orchestrata da un politico di basso livello, punto nel vivo per aver perso la corsa all’assessorato contro una donna? Bastava l’arresto di Spagnolo per rendere giustizia a una morte così sproporzionata al misero movente che sembrava spiegarla?

No, Renata Fonte non fu una delle vittime di un odio tanto immotivato quanto personale. La sua fu una vera e propria esecuzione. Renata, agli occhi di qualcuno, era colpevole: di aver alzato la voce, in Giunta, contro interessi che mai avrebbe dovuto toccare (e che, nel caso di una sua elezione, sarebbe spettato ad Antonio Spagnolo proteggere), di essersi opposta con la determinazione e la franchezza del politico onesto a una speculazione edilizia alle spese di Porto Selvaggio e della cittadinanza. Si trattava di un progetto che prevedeva la costruzione di un lussuoso residence nei pressi dell’area protetta. Lo snaturamento di un patrimonio ambientale inestimabile in cambio dell’edificazione di un’ingombrante struttura alberghiera poteva passare sotto il tacito consenso di molti, ma non dell’Assessore Fonte, che si curò di far valere in Consiglio le ragioni del territorio e della sua tutela su quelle del vantaggio per le tasche di pochi. Quello che Renata non poteva prevedere fu la portata della reazione che si esplicò, in tutta la sua insensata brutalità, la notte del 31 marzo 1984.

Sì, quello di Renata non fu né più né meno che un omicidio di mafia in pieno Salento. Perché mafia è speculazione, corruzione, ricatto, l’illecita intromissione degli affari di una cerchia ristretta in questioni di interesse civile e nazionale. È il mancato riconoscimento della presenza di un sistema mafioso da parte dei cittadini della stessa località interessata, come per anni si è verificato a Nardò, dove di Renata Fonte non si parlava, nonostante la risonanza mediatica del suo assassinio.

Oggi le cose sono cambiate, il tempo ha fatto il suo corso: a Renata sono stati intitolati luoghi, associazioni, premi, persino un fiore. Si tratta di una nuova specie di orchidea, scoperta da Roberto Gennaio nel 2016, che reca il nome scientifico di ophrys x renatafontae. Un fiore caparbio, nato nel Salento, che non ha temuto di sbocciare in una terra arida, difficile, ma che come molti luoghi estremi racchiude tante bellezza.

Delle vittime di mafia come Renata Fonte si può e si deve continuare a parlare, proprio perché sono state immolate all’altare di un silenzio che avevano osato non rispettare. Di silenzi la mafia si ciba, e giudica pericoloso chiunque tenti di strapparle via questo suo essenziale nutrimento. Accordi sottobanco, tacite intese: come tutte le cose che non devono essere, la mafia agisce nell’ombra. Ma non sa che, anche nella notte più profonda, le acque di Porto Selvaggio sanno brillare di luce propria.

(Articolo originariamente pubblicato il 29 marzo 2017)

Carla Nassisi

Carla Nassisi – Cosa Vostra

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