Michele Reina. Un omicidio politico fra dubbi e certezze

Le mafie hanno il potere di giocare con grande anticipo a discapito delle istituzioni che sono costantemente in ritardo nel recepirle e, successivamente, nell’opprimerle.

Questa sembra un’affermazione di cronaca moderna, ma per capire di cosa si parlerà, è necessario tornare indietro alle passate pagine della storia siciliana e, con esattezza, compiere un salto temporale di circa cinquant’anni.

Gli amanti della mafia agraria, “l’eroica e valorosa” organizzazione criminale, piansero per l’arrivo di una “nuova mafia”, definita così perché iniziava ad estendere i suoi tentacoli in luoghi mai esplorati prima quali la produzione e distribuzione di eroina, il traffico dei tabacchi e mostrava i primi interessi per le aree edificabili.

Siamo di fonte allo scenario perfetto nel quale ambientare la tragedia che vede protagoniste le morti di giudici, politici, giornalisti, carabinieri, fino ad arrivare alla scoperta della definizione della mafia intesa in senso assoluto, prigioniera nel corpo di di mostri e omicida di donne e bambini.

Nel 1970 muore il giornalista Mauro De Mauro, un anno dopo il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione. La mafia, reputata salvatrice, diventa odio e distruzione con l’omicidio dell’ufficiale dei carabinieri Giuseppe Russo nel 1977. Un anno dopo l’obiettivo si sposta su Mario Francese, fino ad arrivare a Michele Reina, il segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana.

Era il 9 marzo 1979, tutto ciò che egli avrebbe voluto era ritornare a casa, dopo una giornata di lavoro seguita da una piacevole serata con amici, ma prima che potesse entrare in macchina, con ancora un ampio sorriso rivolto alla moglie a pochi metri da lui, venne colpito da tre colpi di calibro 38. Non si ebbe il tempo di rendersi conto dell’accaduto che i due sicari, coraggiosi e convinti quanto erano, si diedero immediatamente alla fuga, a bordo di una Fiat Ritmo rubata poche ore prima con targa falsa.

Dopo un’ora dall’attentato, ci fu una telefonata anonima al Giornale di Sicilia: “Abbiamo giustiziato il mafioso Michele Reina” firmato da “Prima linea”, in quel periodo uno dei gruppi armati più attivi del terrorismo rosso.

Il giorno dopo, al quotidiano palermitano della sera “L’Ora”, un uomo non identificato parla a nome delle Brigate Rosse, minaccia altri attentati e afferma: “Faremo una strage se non sarà scarcerato il capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio“.

Tre giorni dopo: “Non abbiamo giustiziato Michele Reina, anche se la mafia fa di tutto per addossarci questo delitto”.

E ancora: “Qui Prima Linea, abbiamo le prove di quanto detto poco fa. Faremo di tutto per farvele avere”.

A questo punto la domanda sorge spontanea: questione mafiosa o politica?

Due rette parallele che potrebbero non accettare il loro destino, in quanto potrebbero incrociarsi creando un interesse politico-mafioso.

L’allora capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, affermò di trattare il caso come un delitto di sangue, senza privilegiare nessuna matrice, anche se non si ignorarono le telefonate ricevute.

La verità sembra non voler emergere fino a quando, davanti a Giovanni Falcone e al dirigente del Criminalpol, Giovanni De Gennaro, uno dei pentiti più significativi, Tommaso Buscetta, eliminò alcuni punti interrogativi che si possono trovare nella frase verbalizzata:

Anche l’onorevole Reina è stato ucciso su mandato di Salvatore Riina“.

A sostegno della tesi iniziale, dopo tredici anni da quella notte iniziata nelle risate e conclusa nel sangue, il 22 aprile del 1992 a Palermo si aprono i processi per “omicidi politici”: Michele Reina è uno di questi.

Nell’aprile del 1999 oltre a Salvatore Riina, si aggiungono Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Antonino Geraci all’elenco di coloro che riuscirono ad estinguere tanti uomini ma non le loro idee.

Emanuela Braghieri

Emanuela Braghieri (Associazione 100%InMovimento) – Cosa Vostra

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