Mauro Rostagno. L’uomo vestito di bianco

Raccontare la vita di Mauro Rostagno significa ricostruire non solo la sua vicenda personale, ma anche quella sociale e politica del nostro Paese. Dalla fine degli anni ’60 fino al giorno della sua uccisione, il 26 settembre 1988, il giornalista, attivista e sociologo è stato infatti protagonista e precursore di molti momenti essenziali della nostra storia recente, dalle rivolte studentesche a Trento fino all’attività giornalistica svolta per TCR a Trapani.

Nato a Torino nel 1942, Rostagno si sposa e diventa padre giovanissimo, a soli 18 anni. Ancora senza certificato di maturità, il giovane decide di partire prima alla volta della Germania, poi dell’Inghilterra e infine di approdare a Milano, dove conclude gli studi al liceo scientifico. Il padre aveva permesso che si sposasse ad una sola condizione: Mauro doveva laurearsi. Con già qualche esperienza di militanza alle spalle, il ragazzo si trasferisce a Trento dove frequenta la neonata facoltà di sociologia. Colleziona ottimi voti e diventa ben presto uno dei volti del Sessantotto. Insieme ad altri, tra cui Marco Boato e Renato Curcio, anima il movimento degli studenti dell’Università di Trento e si impegna in prima persona per sovvertire gli schemi che ingessavano il mondo accademico italiano e l’intero apparato sociale facendosi forza del motto “noi non vogliamo trovare un posto in questa società, ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”.

Quel periodo così decisivo porta ad una divisione all’interno della sinistra extraparlamentare, da un lato chi crede che l’unico modo di cambiare le cose sia la lotta armata e chi invece, come Rostagno, crede nella non violenza. Nel 1969 il giovane decide di incanalare il suo attivismo politico nella fondazione di un nuovo partito, Lotta Continua, assieme a, tra gli altri, Adriano Sofri e Marco Boato.

Ottenuta la laurea in sociologia a pieni voti nel 1970 e intensificata la sua attività politica, per due anni lavora come ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche e, nel 1972, si trasferisce a Palermo dove per tre anni sarà assistente alla cattedra di sociologia all’Università. E’ allora che “incontra” la Sicilia per la prima volta, terra che segnerà profondamente la sua vita e la sua attività, dove diviene anche responsabile regionale di Lotta Continua.

Candidato alle elezioni nazionali con Democrazia Proletaria non riesce ad ottenere il seggio per pochi voti e nel 1976, dopo lo scioglimento di Lotta Continua, si trasferisce a Milano.

Nel 1977 è uno dei fondatori del centro culturale Macondo nel capoluogo lombardo, che diviene un punto di riferimento per i delusi dalla politica e per la sinistra alternativa. Il centro sopravvive solo per qualche mese, la polizia lo fa chiudere nel ‘78 per sospette attività legate al traffico di stupefacenti.

Rostagno viene arrestato, ma subito prosciolto e decide quindi di abbandonare la lotta politica e l’attivismo per partire alla volta dell’India con la sua ormai storica compagna Elisabetta Roveri e la figlia Maddalena. Al tempo era assai comune partire per l’India per fare un’esperienza di tipo spirituale e a Poona Rostagno si unisce agli arancioni del guru Bhagwan Shree Rajneesh, oggi meglio conosciuto come Osho.

Durante il soggiorno indiano stringe amicizia con il siciliano Francesco Cardella e nel 1981 torna in Italia assieme alla famiglia. Grazie a Cardella, trapanese di nascita, Rostagno e la moglie decidono di trasferirsi a Lenzi in Sicilia dove fondano una comune di arancioni e un centro di meditazione che si trasformerà ben presto in un centro di recupero per tossicodipendenti. In quegli anni la droga, soprattutto l’eroina, comincia a mietere le sue vittime e riempie le tasche della criminalità organizzata. L’idea di una comunità terapeutica dove il tossicodipendente non fosse visto come un malato da curare o da marginalizzare, ma come un individuo da accompagnare e da seguire nel suo percorso, è rivoluzionaria. L’attività della comunità Saman, della cui gestione si occupano Elisabetta Roveri e Francesco Cardella, diventa ben presto un modello e un punto di riferimento.

Bisogna tener conto però del contesto dove questa attività si svolge e dell’innata curiosità di Mauro Rostagno che, da sempre, sognava di fare il giornalista. C’erano cose che ad uno sguardo come il suo non potevano passare inosservate, che dovevano essere raccontate e su cui bisognava indagare.

Verso la metà degli anni ’80, Rostagno si avvicina a Radio Tele Cine (RTC), una televisione locale del trapanese. La sua attività giornalistica è diretta, onesta e sfacciata. Si impegna a raccontare le collusioni tra mafia e politica locale, facendo ciò che in pochi avevano il coraggio di fare a Trapani: informare.

Seppur parte di una televisione così piccola, le indagini di Rostagno fanno rumore e sono molto seguite, soprattutto dai giovani.

Intervista Leonardo Sciascia e persino Paolo Borsellino al tempo del maxiprocesso, spostando i riflettori sul problema mafioso in una città in cui di mafia non si voleva e non si poteva parlare.

La trasmissione di Rostagno seguiva anche, udienza dopo udienza, il processo per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, nel quale erano imputati i due boss Nitto Santapaola e Mariano Agate. Rostagno parlava di tutto ciò che vedeva, senza filtri e senza paura. La sua era una costante ricerca della verità e, per svolgere al meglio questo compito, aveva accantonato la sua attività nella comunità terapeutica.

Sempre vestito di bianco, Rostagno era diventato un volto e una voce amica per chi non si accontentava dei sotterfugi e delle mezze verità e, quindi, una persona scomoda.

La sera del 26 settembre 1988, uscito dagli studi di TCR assieme ad un’ospite della comunità, Rostagno si mette alla guida della sua auto. La strada è stranamente poco illuminata, i lampioni sono spenti e ai margini della strada ad attenderlo ci sono i colpi di un fucile e di una pistola. Il giornalista muore così, all’età di 46 anni.

Subito si pensa ad un omicidio mafioso, vista l’attività giornalistica di denuncia portata avanti da Rostagno. Da parte della Polizia infatti non ci sono dubbi, le dinamiche sono chiare. I Carabinieri però e precisamente Nazareno Montanti, capo del reparto operativo di Trapani, ritiene che il delitto sia stato compiuto da dilettanti e che la mafia abbia ben poco a che vedere con l’accaduto.

Negli anni successivi le cose non migliorano e le ipotesi di omicidio mafioso sfumano. Diversi magistrati cercano piste alternative: chi sostiene che Rostagno sia stato ucciso per la sua intenzione di accusare i suoi compagni di Lotta Continua per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, chi invece ritiene che la sua morte sia stata pianificata dagli stessi coordinatori della comunità Saman poiché aveva scoperto un traffico interno di stupefacenti.

La moglie di Rostagno stessa viene accusata, incarcerata e liberata dopo qualche tempo. Anche Cardella, fuggito, è indagato. Quest’ultimo, indicato come trafficante d’armi, fa sì che la morte di Rostagno sia collegata ad una indagine sul traffico d’armi in Somalia. La sorte del giornalista torinese potrebbe essere legata quindi anche a quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Questa ipotesi suggerisce che Rostagno avesse scoperto un traffico d’armi che coinvolgeva Cardella e altri e che ne volesse fare pubblica denuncia.

Nel 1997 l’inchiesta passa nelle mani della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e grazie ad alcune dichiarazioni di un testimone di giustizia (Vincenzo Sinacori), si conferma che la morte di Rostagno era stata voluta per via delle sue dichiarazioni sulla mafia trapanese e che il boss rappresentante della provincia di Trapani, Francesco Messina Denaro, aveva affidato a Vicenzo Virga l’incarico di togliere di mezzo Rostagno.

Ciò che si cela dietro l’omicidio Rostagno è complesso e difficile da ricostruire, poiché in gioco ci sono collusioni non solo mafiose e politiche, ma anche massoniche.

Il processo per l’omicidio Rostagno venne riaperto a Trapani nel 2011, ben 23 anni dopo la sua uccisione e innumerevoli tentativi di depistaggio.

Nel maggio 2014 Vicenzo Virga e Vito Mazzara, rispettivamente mandante ed esecutore, vengono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Rostagno. Si conferma così l’ipotesi iniziale dell’omicidio mafioso dovuto alle denunce e alle indagini portate avanti dal giornalista a TCR, soprattutto per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano.

L’ex magistrato Antonio Ingroia però, che ha portato avanti il processo, ancora oggi rifiuta di credere che si sia trattato di un omicidio di sola mafia. Secondo lui, infatti, Rostagno era riuscito a scavare molto a fondo, arrivando a toccare interessi certo più alti di quelli della cosca trapanese.

Il lascito di Mauro Rostagno però sovrasta i depistaggi, le ipotesi e la consapevolezza di una verità non davvero completa: in sua memoria ad esempio Libera promuove annualmente un premio per il giornalismo scolastico, per coltivare il suo stesso spirito anche nelle giovani generazioni.

Era proprio tra i giovani, infatti, che Rostagno riscuoteva più successo. In un’intervista fatta subito dopo la sua morte a Trapani, molti ragazzi e ragazze parlarono commossi e allo stesso tempo pieni di rabbia: Mauro Rostagno era stato i loro occhi e le loro orecchie e la sua morte dimostrava che nulla poteva cambiare davvero.

Io sono più trapanese di voi perché ho scelto di esserlo” affermava Rostagno, ribadendo il suo attaccamento a quella terra, malgrado fosse di Torino.

In effetti avrebbe potuto ignorare il contesto dove operava, senza accorgersi delle collusioni e dei giochi di potere, dei traffici illeciti e della cultura del silenzio, avrebbe potuto fare finta.

In quella cultura di omertà, invece, Rostagno ha fatto breccia, parlando e denunciando ciò che spesso era sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno aveva il coraggio di disvelare.

Il suo esempio è ancora oggi un faro per i giornalisti in terra di mafia che, ogni giorno, cercano di raccontare le dinamiche mafiose e le collusioni, rischiando di essere querelati, screditati e isolati.

Mauro Rostagno è stato protagonista del suo tempo, capace di reinventarsi e riadattarsi al contesto in cui si trovava e senza mai abituarsi allo stato delle cose. Senza dubbio è stato un cittadino “scomodo” agli occhi di chi voleva portare avanti i suoi illeciti nel silenzio o per chi voleva che le cose rimanessero esattamente com’erano. Era portatore sano di cambiamento e rivoluzione, in ogni senso possibile.

Nelle aule occupate dell’Università di Trento, nella comunità Saman e dagli schermi di TCR nella provincia trapanese, seppur con diversa consapevolezza, Rostagno ha avuto sempre lo stesso obiettivo: una società in cui valesse la pena trovare un posto.

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