Matteo Vinci. Una vittima innocente della ‘Ndrangheta a Vibo Valentia

Limbadi è un piccolo comune nella provincia di Vibo Valentia, in Calabria. E’ un territorio complesso, dove, nella narrazione giornalistica, la ‘ndrangheta spadroneggia: pare sia l’aria che si respiri, sia vera e propria normalità; Matteo Vinci, però, biologo di 42 anni, a certe condizioni non era disposto a scendere.

I terreni della sua famiglia, nella zona di Cervolaro, confinavano con quelli della famiglia Mancuso-Di Grillo.

I Mancuso, per chi non lo sapesse, sono la ‘ndrina più influente nella zona di Vibo Valentia, che gestisce un grande traffico di stupefacenti, attraverso alleanze con molte delle famiglie mafiose calabresi delle altre province e addirittura con altre mafie.

Sono considerati, i Mancuso, degli ‘ndranghetisti di spessore, capaci di fare affari economici in tutta Italia. Una vera potenza economica, quindi, a cui non si “deve” dire di no.

Matteo Vinci era un uomo semplice, quello che in molti definirebbero “una persona normale”. Aveva lavorato come rappresentante di medicinali e, in seguito, aveva deciso di candidarsi alle elezioni comunali. Non aveva precedenti, soprattutto non per questioni di mafia. Laureato disoccupato ma disposto a qualsiasi lavoro pur di aiutare la sua famiglia, si è scontrato con la sorella dei boss della già citata ‘ndrina.

I terreni della famiglia di Matteo confinavano proprio con quelli della donna che, assieme ai suoi fratelli, già da un po’ aveva cominciato a guardarli con interesse. Infatti la famiglia Vinci era stata contattata diverse volte dai Mancuso, che cercavano di prenderli, e, ogni volta, Matteo e i suoi parenti si erano rifiutatati di cedere.

I terreni appartenevano a loro e non c’era nessuna ragione per cederli, solo perché una famiglia potente di ‘ndrangheta, potesse espropriarli di ciò che apparteneva loro di diritto. Ma resistere alla ‘ndrangheta, soprattutto nel vibonese, non è una cosa semplice e soprattutto non conviene. Se una famiglia potente come i Mancuso vuole un pezzo di terra, finirà col prenderselo, in un modo o nell’altro.

È il 9 aprile del 2018 quando su uno sterrato nei pressi di Cervolaro esplode una bomba all’interno di un’auto. A bordo del veicolo ci sono Matteo Vinci e il padre Francesco. Il figlio muore sul colpo, mentre il padre rimane ferito, ma riesce a chiamare i soccorsi.

Non siamo nella Palermo delle stragi di mafia, ma nella campagna calabrese e, se esplode un’autobomba, mezzo persino inusuale per la ‘ndrangheta, vuol dire che nessuno può permettersi di dissentire.

Un’autobomba non è un modo comune di uccidere le persone. Era un messaggio che hanno voluto inviare a tutta la comunità, a tutti quelli che stanno a contatto con il contesto di Limbadi” ha affermato il procuratore Nicola Gratteri, “per costringerli ad abbassare la testa”.

Nonostante i sei arresti che hanno coinvolto molti dei Mancuso, il paese, malgrado il grande frastuono mediatico e sociale di quell’autobomba, ha taciuto.

Solo la voce di Rosaria Scarpulla, madre di Matteo Vinci, ha squarciato il silenzio. Dopo aver perso un figlio in questa maniera, Rosaria non è rimasta in silenzio. “Sono sola e mi sento abbandonata”, ha denunciato la signora Scarpulla, supportata dall’avvocato di famiglia, Giuseppe Antonio De Pace, il quale, nei giorni immediati al vile omicidio, ha sottolineato le “mancanze” della società civile – dai commissari prefettizi comunali che non si erano recati dalla donna alla mancata assegnazione di una scorta e, per finire, una dura presa di posizione nei confronti delle associazioni antimafia che “hanno preferito voltarsi dall’altra parte”.

Da qui, l’aperta polemica tra l’avvocato De Pace – che, in segno di protesta, ha pure strappato la tessera di “Libera” – e il coordinatore regionale della medesima associazione, Don Ennio Stamile. Polemica, riteniamo noi, volta a “svegliare” i più, compreso lo Stato: per non abbassare la guardia né per dimenticare questa storia visto che non lo ha fatto nemmeno la ‘ndrangheta.

Un omicidio del genere avrebbe dovuto mutare le sorti del piccolo comune del vibonese o almeno questo è quello che il procuratore Nicola Gratteri si sarebbe aspettato di vedere: “La popolazione non deve sottostare al dominio di queste famiglie mafiose, ci sono le condizioni affinché la comunità si ribelli e denunci. Noi siamo nelle condizioni di dare risposte sul piano giudiziario”.

La magistratura c’è, forse però è lo Stato (e la sua percezione) che manca. Malgrado ci siano forti risposte sul piano giudiziario, sono poche quelle sul piano sociale: al funerale di Matteo Vinci era assente persino il gonfalone comunale, ha notato il giornalista Agostino Pantano “che è una cosa inspiegabile che ci fa sembrare coloro che siamo qua la parte sbagliata. Non solo non siamo la parte sbagliata, ma non è giusto neanche contarci, non è importante. Siamo giusti: siamo le persone e il numero giusto”.

A salutare Matteo non c’è stata la folla oceanica che di solito accompagna le vittime innocenti di mafia e questo perché il 42enne non è stato ucciso per caso. Lui era “colpevole” di essersi rifiutato, in maniera semplice e forse non troppo consapevole delle conseguenze che il suo atteggiamento avrebbe potuto avere, di cedere una sua proprietà e di abbassare la testa.

Io e suo padre non avremo più impegni per tutta la vita, non dovremo preparare il suo matrimonio, non porteremo all’asilo i suoi figli, come fanno tanti altri genitori, ma andremo in giro per tribunali a chiedere giustizia per nostro figlio morto massacrato”, ha detto la madre Rosaria durante i funerali del figlio.

A un anno di distanza dalla tragica morte di Matteo le cose a Limbadi non sembrano essere troppo cambiate. L’orchestra giovanile “Falcone e Borsellino” avrebbe dovuto tenere un concerto nella chiesa del paese per ricordare Matteo Vinci grazie alla fondazione “Città Invisibile” di Catania. Il 9 aprile del 2019 la comunità avrebbe dovuto riunirsi nel segno della legalità e del ricordo.

Don Ottavio Scrugli, parroco di Limbadi, ha rifiutato di ospitare il concerto dei ragazzi nella sua chiesa perché “la Chiesa è un luogo di culto e non si presta ad altre manifestazioni. Il concerto si terrà comunque, perché Matteo Vinci deve essere ricordato e la situazione del vibonese non può continuare a restare nell’ombra.

È proprio la Fondazione Città Invisibile a lanciare un appello alle istituzioni affinché siano presenti “in un territorio in cui predominano la malavita e l’omertà […] I ministri si rechino di persona nel giorno della commemorazione, per rappresentare il volto concreto di una civiltà onesta” ed è un appello anche al Papa e al Vescovo di Vibo Valentia, quello mosso dalla Fondazione, affinché “intervengano personalmente a rimuovere gli ostacoli che impedirebbero al parroco di ricevere una manifestazione per Matteo Vinci. Perché Cristo non si è fermato fuori di Limbadi”.

La Calabria è una terra di resistenti e di resistenze, ma è anche una terra di assordanti silenzi e connivenze. Chi prova ad opporsi resta solo e se anche un parroco non ha più ben chiaro quale sia il suo posto, forse dovrebbe essere lo Stato – compresi noi tutti – a “mostrare i denti” e fare leva sulle dinamiche che ormai sono davvero date per scontate.

Perché la Calabria è affare nostro, anche se spesso tediamo a dimenticarlo.

Asia Rubbo

Asia Rubbo – Cosa Vostra

Revisione testo: Francesco Trotta

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