Mario D’Aleo e l’eredità di Emanuele Basile

Mario D’Aleo aveva 29 anni quando venne ucciso da cosa nostra. Il capitano dei carabinieri e altri suoi due colleghi perirono sotto i colpi di arma da fuoco per mano della cosca corleonese il 13 giugno 1983.

D’Aleo e i sottufficiali Giuseppe Bommarito e Pietro Morici si trovavano nella loro auto di servizio in via Cristoforo Scobar, quando un gruppo di uomini aprì il fuoco contro di loro. Non ebbero il tempo di reagire e rendersi conto dell’accaduto, le loro pistole erano ancora nelle fondine. Palermo si tinse nuovamente di rosso.

Nel 1981, due anni prima, era stato assassinato  Emanuele Basile, all’epoca capitano dei Crabinieri. Mario D’Aleo si trasferì in Sicilia il giorno dopo la morte del suo predecessore e si trovò a lavorare nei luoghi che videro nascere il sodalizio fra Totò Riina e i fratelli Brusca: Monreale e San Giuseppe Jato.

Basile stava indagando su alcune aziende edili legate alla mafia. Il settore dell’edilizia  per la mafia, era all’epoca un terreno fertile e inesplorato, a differenza del traffico di droga ormai da tempo entrato nel mirino degli inquirenti. D’Aleo seguì quindi una pista a suo tempo avviata da Basile che vedeva indagata l’azienda “Litomix” la quale produceva calcestruzzi. Quest’ultima era fortemente legata agli interessi dei boss Giuseppe e Giovanni Brusca di San Giuseppe Jato,  fedeli di Totò Riina.

Ma non solo. D’Aleo cercava la verità sulla morte di Basile e il collegamento con la mafia. Le indagini portarono il Capitano a far incarcerare i tre esecutori materiali dell’omicidio: Bonanno, Puccio e Giuseppe Madonia. Venne anche individuato Giovanni Brusca come mandante: un mafioso promettente figlio del capo della cosca Bernardo e che piaceva molto a Riina. Non rimase in carcere a lungo e la cronaca ci ricorda che, diversi anni dopo, fu per sua volontà che a Capaci morirono Giovanni Falcone, la moglie e la loro scorta.

Le indagini sui Brusca e Riina, furono fra le sue principali lotte che portarono alla luce come il sistema mafioso fosse radicato in maniera capillare sul territorio, come si evince dalla sentenza del 16 novembre 2001 per il suo omicidio e della sua scorta: “Il Capitano D’Aleo, al pari del suo predecessore, non si era limitato a ricercare quei pericolosi latitanti mediante un’azione pressante anche nei confronti dei loro familiari (come il giovane Brusca Giovanni), ma aveva sviluppato indagini dirette a colpire i ramificati interessi mafiosi nella zona.  Nel portare avanti quest’attività, anche tramite fermi ed arresti, l’Ufficiale aveva dimostrato pubblicamente di volere compiere il suo dovere, senza farsi condizionare dal potere mafioso acquisito dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni”.

La sentenza dichiarò che il movente dell’omicidio era di stampo mafioso e molti dei colpevoli vennero condannati ed incarcerati. Ergastolo, in quanto mandanti, per Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giuseppe Farinella e Nenè Geraci. Gli esecutori materiali sono invece stati individuati in Angelo La Barbera, Salvatore Biondino e Domenico Ganci.

Marta Bigolin

Marta Bigolin – Cosa Vostra

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