Marcello Torre. Quando un sindaco fa la differenza

La mattina dell’11 dicembre 1980 la Camorra uccideva Marcello Torre, avvocato e sindaco di Pagani, un piccolo comune nella provincia di Salerno.

Erano passate solo due settimane dal devastante terremoto che aveva colpito l’Irpinia – il 23 novembre – e Marcello Torre aveva trascorso quei giorni tra la sua gente, a distribuire cibo e coperte, a cercare in qualche modo di fare la differenza a modo suo.

Soccorsi, finanziamenti e Camorra. È il contesto storico a ricostruire la vicenda umana di Torre. Da avvocato difende anche esponenti della Camorra. Ma da sindaco la “storia” cambia. Perché Marcello Torre, eletto tra le file della Democrazia Cristiana – si mormora anche con l’aiuto dell’allora Deus ex machina Bernardo D’Arezzo – ma da indipendente, decide di testa sua.

Nei fatti concreti, quando c’è di mezzo la vita di altre persone, Marcello Torre non si piega alle logiche camorriste. Lo scrive lui stesso: “Pagani ha scritto le pagine più avvilenti della sua storia, tormentata com’ è stata dalla camorra politica, dalla delinquenza di piccolo e grande cabotaggio; sfruttata com’ è stata dai gruppuscoli, si è trasformata da realtà viva e palpitante in zona di pascolo per sfaccendati approfittatori che nella politica hanno trovato facile arricchimento […]”.

Negli anni Settanta e Ottanta, infatti, si afferma la violenza camorrista con 1.570 omicidi che insanguinano le strade, si afferma la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Soprattutto si riaffermano o tendono a farlo le logiche clientelari quando da Roma vengono stanziati i tanti miliardi di lire, cinquanta mila, per dare il via alla ricostruzione post terremoto.

Ancora otto anni dopo il suo omicidio, nulla è cambiato a Pagani: le logiche dei cumparielli e degli amici degli amici rimangono le stesse. Stesse aziende, stessi imprenditori, stessi politici a far da padrone in un comune e in una Regione, la Campania, in continua emergenza. Nel 1990 ad esempio, si contavano quasi trentamila sfollati a dieci anni dal terremoto.

Marcello Torre, da sindaco di tutti e non di pochi, decide di fare la differenza. Ostacola e si frappone al connubio politico mafioso.

Una vicenda umana e politica, la sua, che ricorda quelle di altri politici, su tutti Piersanti Mattarella, che da dirigenti dell’amministrazione comunitaria, agiscono nel rispetto delle regole dello Stato e non di quelle dei compromessi sottaciuti e malavitosi. Una scelta che gli costa la vita.

Perché Marcello Torre viene ucciso e la sua morte per anni viene dipinta come “ambigua”, forse anche per via della professione praticata.

Quel lontano 11 dicembre 1980, infatti, Torre doveva recarsi prima in tribunale – doveva difendeva Salvatore Serra, detto Cartuccia, camorrista di Pagani, dapprima legato a Cutolo e successivamente suo nemico, morto suicida in carcere nel 1981 – e poi andare in Comune. Non sarebbe arrivato da nessuna parte.

Il delitto di Marcello Torre rimane impunito fino al 2002, quando vengono condannati come esecutore materiale Francesco Petrosino, reo confesso, e come mandante Raffaele Cutolo. Gli altri killers indicati dai pentiti, per una serie di norme processuali, vengono ritenuti non giudicabili.

Ma Torre non fu ucciso per contiguità camorriste, ma per essersi opposto proprio al sistema. Come scrive la Commissione Parlamentare Antimafia, Torre fu “colpevole di non aver favorito il sodalizio criminale nell’affidamento di appalti per la rimozione delle macerie”. Un omicidio “che costituisce anche un segnale nei confronti degli amministratori degli enti locali, ai quali vengono indicate le “procedure” che saranno seguite in caso di non assoggettamento o di dissenso”. Perché da sindaco e come sindaco, Marcello Torre, aveva scelto di fare la differenza.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 10 Dicembre 2017)

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