Libero Grassi. L’imprenditore che preferì la libertà al pizzo

Che prezzo ha la libertà? E, soprattutto, che cosa significa davvero essere liberi? A domande come queste esistono molteplici risposte.

Per una donna essere libera vuol dire essere autonoma, poter autodeterminarsi senza dover dipendere da nessuno, mentre per un ex carcerato la libertà è semplice come non avere delle sbarre davanti alla finestra.

In Sicilia invece, per un imprenditore, essere libero significa non assoggettarsi all’egemonia mafiosa, ad esempio rifiutandosi di pagare il pizzo. Già all’inizio degli anni ’90 il fatto che la maggior parte degli imprenditori e commercianti siciliani pagassero le tangenti ai mafiosi era assodato: tutti lo sapevano, ma poco veniva fatto in concreto per opporsi a questo fenomeno.

Il pagamento al clan del quartiere per assicurarsi la “protezione” aveva, e molto spesso ha, lo stesso valore di un pagamento di un bollettino postale: qualcosa di assolutamente e sorprendentemente normale. Nel 1991, però, una lettera semplice e diretta scalfì i lettori del Giornale di Sicilia.

Era il 10 gennaio e Libero Grassi, a capo dell’azienda di biancheria intima Sigma di Palermo e da sempre attivo sul piano politico e culturale, decise di rispondere pubblicamente alle intimidazioni ricevute dal clan mafioso dei Madonia.

Dopo esser stato oggetto di diverse telefonate, rapine e minacce, Libero aveva deciso di rivolgersi alla polizia e di denunciare i tentativi di estorsione, scrivendo in maniera sferzante queste semplici parole: «Caro estortore, volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Libero Grassi, nato a Catania nel 1924, aveva sempre preso sul serio il nome datogli in onore di Giacomo Matteotti, rapito e ucciso dai fascisti proprio nell’anno della sua nascita.

Quello di Libero è un moto rivoluzionario dopo anni di tentativi di estorsione subiti, in una Palermo da troppo tempo assopita e acclimatata a quelle dinamiche così capillari, malgrado i giudici, i poliziotti e i giornalisti uccisi. Malgrado le sirene delle scorte.

In quella lettera l’imprenditore riversa la necessità di difendere la sua dignità, ben consapevole che una volta pagata una tangente ne sarebbe arrivata un’altra. E un’altra ancora. Il rischio di far fallire l’attività sarebbe diventato sempre più concreto e il solo pensiero di assoggettare se stesso, la sua famiglia, i suoi dipendenti e il lavoro di una vita a un potere terzo e criminale, lo spinsero a far diventare la sua denuncia un fatto di pubblico dominio.

Dopo la pubblicazione della lettera e la denuncia fatta alla polizia, a Libero Grassi venne offerta una scorta, che lui però rifiutò. D’altronde stava agendo da libero cittadino, comportandosi nel modo che più riteneva consono e in pericolo non ci si voleva sentire. Tuttavia, decise di far avere alla polizia quattro copie di chiavi della sua fabbrica, poiché quella dello Stato e delle Forze dell’Ordine era l’unica protezione di cui avesse bisogno e che aveva intenzione di accettare.

Una mattina, quando la fabbrica già era sorvegliata dai poliziotti, vennero due uomini che si presentarono come “ispettori della sanità” e che a tutti i costi volevano incontrare il proprietario. Erano i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, gli esattori del pizzo, che poco tempo dopo vennero arrestati assieme ad un complice e ad altri cinque mafiosi del clan.

Se da un lato l’azione di Libero Grassi stava incominciando a dare i suoi frutti soprattutto sul piano legale, dall’altro il muro di gomma dell’omertà, dell’abitudine e della silenziosa collusione ricacciava violentemente indietro tutti i suoi sforzi. Quasi nessuno infatti, a parte la sua famiglia, le Forze dell’Ordine e la Confesercenti palermitana, si era schierato al suo fianco.

Salvatore Cozzo, presidente provinciale dell’Associazione industriali, aveva accusato l’imprenditore di aver fatto troppo rumore e di aver attirato l’attenzione su un problema che di fatto non sussisteva.

Anche le associazioni che avrebbero dovuto far da scudo agli imprenditori si rifiutarono di schierarsi contro il dominio mafioso, poiché così giravano le cose, sia a Palermo che nel resto della Sicilia.

Libero Grassi, credeva che sarebbe bastato creare delle assicurazioni collettive, unirsi e fare rete per inclinare lo stato delle cose. Il pensiero principe, però, era un altro: se tutti si fossero rifiutati di pagare il pizzo in poco tempo le attività commerciali siciliane avrebbero finito per chiudere i battenti. Dichiarazioni come queste non fecero altro che legittimare ufficialmente la sovranità mafiosa sulla vita delle persone e sull’economia dell’isola. Il proprietario della Sigma era quindi, fondamentalmente, solo contro tutti.

Il 4 aprile 1991, una sentenza del giudice istruttore di Catania Luigi Russo, giunge come l’ennesimo schiaffo a Libero Grassi e a chi, prendendolo ad esempio, aveva anche solo pensato di non abbassare la testa.

In quella sentenza fu stabilito, infatti, che pagare la “protezione” ai boss non era reato, legittimando il meccanismo del racket anche dalle aule di un tribunale e con il sigillo dello Stato. Così facendo, il giudice Russo aveva dato il suo benestare alla mafia e al suo controllo del territorio.

Malgrado il clima sfavorevole, Libero Grassi non si arrese e continuò a tenere accesi i riflettori sulla sua storia. L’11 aprile del 1991 fu ospite della trasmissione di Michele Santoro, Samarcanda, dove alla semplice domanda “ma perché non paga? A Gela paga il 90% dei commercianti”, lui rispose “perché non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia di dignità di imprenditore”.

Parole come queste, dette in uno studio televisivo, non potevano passare inosservate: sia da chi aveva sete di giustizia, sia da chi quella voce aveva intenzione di farla tacere. Malgrado la visibilità ottenuta, Libero e la sua famiglia si sentivano abbandonati dalla loro città, soli nella loro lotta, quasi scherniti. E fu così che passarono i mesi, l’attenzione pian piano andò scemando e si decise che era tempo di fermare Libero.

Era il 29 agosto 1991, non erano passati nemmeno nove mesi dalla pubblicazione della lettera all’estortore sul Giornale di Sicilia, eppure per Libero tutto era cambiato. Alle 7.25 di mattina dopo aver salutato sua moglie Pina, fiera spalla di tutta la sua lotta, uscì di casa per andare al lavoro a piedi, come sempre.

Quella mattina però ad attenderlo c’erano Salvino Madonia e Marco Favaloro del clan dei Madonia, arrestati qualche anno dopo. Il primo dei due seguì Libero nascondendo la pistola dietro un giornale, per poi freddarlo con quattro colpi alle spalle. Libero non riuscì nemmeno a vedere in faccia il suo assassino, così come non riuscì a vedere quella di chi in silenzio lo aveva deriso, scoraggiato e abbandonato.

Erano davvero bastati quattro colpi di pistola per mettere a tacere la voce di un cittadino libero e il suo desiderio di riscatto? Se ad oggi molte strade portano il suo nome e molte associazioni si rifanno alle sue azioni, evidentemente no.

Il 30 agosto 1991, il giorno dopo la sua morte, uscì sul Corriere della Sera un’altra lettera dell’imprenditore, questa volta più lunga e dettagliata, dove raccontava tutte le vicende accadute in quel complicatissimo 1991.

Il 20 settembre Michele Santoro e Maurizio Costanzo organizzarono una serata dedicata alla memoria di Libero Grassi a reti unificate, per raccontare la storia di quell’imprenditore semplice che aveva deciso di appellarsi ad un suo diritto, ossia non dividere il suo reddito con dei criminali.

Il simbolo dell’eredità lasciata da Libero è racchiuso forse più di tutto nel viso disteso e sorridente del figlio Davide che, trasportando la bara del padre durante il suo funerale laico, alzò la mano in gesto di vittoria. Libero, lasciato solo, poteva anche aver perso la battaglia, ma quel gesto stava a significare che la guerra era appena iniziata e che non era stato tutto inutile.

La guerra non è ancora finita, ma l’impegno di Pina Maisano Grassi, la moglie di Libero e del figlio Davide hanno dato a molti commercianti di Palermo e della Sicilia intera il coraggio di cui avevano bisogno.

Pina Maisano divenne senatrice della Repubblica nel 1992, per portare anche nelle aule del Parlamento il desiderio di ribellarsi al sistema malato e corrotto della realtà mafiosa. Anche sul piano sociale Pina continuò ad impegnarsi giorno dopo giorno, fino alla sua morte nel 2016, a fianco delle associazioni antiracket nate anche grazie all’esempio di suo marito come Libero Futuro e Addiopizzo.

Per essere libero è necessaria prima di tutto la consapevolezza, poi arriva il coraggio. Essere libero vuol dire aggrapparsi ai propri diritti, difenderli con le unghie e denunciare i soprusi, anche e soprattutto quando diventano socialmente accettati.

La libertà spesso sconta il prezzo della solitudine, poiché una decisione libera è difficilmente una decisione non condivisa. Quando questa libertà si paga con la morte però, diventa fin troppo semplice appellare chi prima si chiamava “pazzo”, tutto d’un tratto “eroe della lotta alla mafia”.

Libero Grassi non era un eroe o, perlomeno, non avrebbe dovuto trovarsi nelle circostanze di dover ricoprire quel ruolo.

Libero Grassi è stato un cittadino come tanti, che a differenza della maggioranza era conscio dei suoi diritti e dei suoi doveri, della sua dignità e della sua libertà, con una profonda volontà anche politica di cambiare la realtà che lo circondava. Bisognerebbe parlare di Libero Grassi come di un uomo che prima di tutto ha voluto essere un esempio per chi era come lui, per chi era vittima di un sistema marcio, delinquente e capillare.

Libero è tutt’oggi un esempio di cittadinanza attiva, dignità e libertà. Una voce acuta e brillante in una Palermo che al tempo, forse, non era ancora pronta per provare ad ascoltare.

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