Lea Garofalo. Una vita per la libertà

Aveva 35 anni, Lea. Sognava un futuro lontano dalla mafia, dal sangue, dalla malavita. Testimone di giustizia e vittima della ‘Ndrangheta, rifiutava di essere definitiva pentita: del mondo della mafia lei non aveva mai fatto parte.

Avrebbe voluto fare l’avvocato, studiare ma la realtà in cui si è trovata a crescere non glielo ha mai permesso. Adesso Lea Garofalo è simbolo di coraggio, immagine e storia di una donna che ha perso la vita per la verità.

Lea Garofalo nasce il 24 aprile 1974 a Petilia Policastro (in provincia di Crotone), in una famiglia legata alla ‘Ndrangheta. A tredici anni si innamora di Carlo Cosco, membro anche lui di una delle famiglie della mafia calabrese e i due decidono di andare a vivere a Milano.

Dopo non molto, Cosco inizia a frequentare un gruppo di spacciatori di Quarto Oggiaro e allaccia rapporti con un gruppo della ‘Ndrangheta da tempo presente in Lombardia.

La relazione tra il ragazzo e la malavita calabrese si fa sempre più stretta, fin quando Cosco diventa il capo della ‘Ndrangheta a Milano. Nel frattempo, i due giovani sono diventati genitori di Denise ed è anche in nome di loro figlia che Lea cerca, invano, di far cambiare vita al suo compagno.

Il 1996 è un anno cruciale nella vita di Lea. Il 7 maggio viene arrestato il fratello della ragazza, Floriano Garofalo, boss di Petilia Policastro e capo della malavita del capoluogo lombardo.

Il fermo avviene in seguito a un blitz della polizia nello stabile di via Montello 6, proprietà della Fondazione del Policlinico occupato abusivamente da famiglie calabresi che gestivano l’attività di spaccio. Nel corso dello stesso anno anche Carlo Cosco viene arrestato per traffico di droga e per la Garofalo questo rappresenta la fine della loro storia: la giovane donna parte con la figlia, tentando di nuovo di allontanarsi dalla mafia.

È nel 2002 che Lea decide di diventare testimone di giustizia e far luce sulle faide interne tra la famiglia Garofalo e la famiglia del suo ex compagno Cosco. Entra in un programma di protezione testimoni e fornisce informazioni riguardo omicidi di carattere mafioso che hanno avuto luogo alla fine degli anni Novanta a Milano.

Tra questi, il caso Antonio Comberiati del 1995: la collaborazione di Lea permette di capire quale sia il vero ruolo di Floriano Garofalo e Giuseppe Cosco, fratello di Carlo e detto “Smith” dal nome di una marca di pistole.

In seguito a queste sue testimonianze, la donna viene trasferita a Campobasso, dove però nel 2006 perde la tutela del programma di protezione: la sua collaborazione non è ritenuta rilevante alle indagini. Nel 2007 decide quindi di rivolgersi prima al TAR, il quale rifiuta la sua richiesta, poi al Consiglio di Stato che la riammette al programma nell’aprile del 2009. A questo punto, però, è la stessa Garofalo a rinunciare alla tutela e torna a Petilia Policastro prima, Campobasso poi, sempre con sua figlia Denise.

Una volta tornata a Campobasso, Lea si trasferisce in un appartamento che le trova proprio l’ex compagno Carlo Cosco. Ma c’è un problema: la lavatrice non funziona bene. Lea chiama Cosco, riferendogli il fatto. Lui le promette che di lì a poco sarebbe arrivato un idraulico, ma a presentarsi alla porta della Garofalo è invece Massimo Sabatino, un sicario.

È grazie all’intervento della figlia che Lea riesce a salvarsi: Denise, infatti, si rende conto di ciò che sta succedendo e chiama immediatamente la polizia e ipotizza il coinvolgimento del padre.

Nel novembre dello stesso anno, Cosco convince Lea ad andare a Milano per parlare del futuro della figlia. I due si trovano davanti all’Arco della Pace e decidono di parlare in presenza della figlia, fino a quando il padre dice di voler accompagnare Denise a trovare gli zii. Lea si rifiuta di recarsi dai Cosco e dà appuntamento alla figlia alla Stazione Centrale per tornare a casa in Calabria.

Questa sarà l’ultima volta in cui Denise vedrà sua madre. Era il 24 novembre 2009. Sarà lo stesso Cosco a denunciare poi la scomparsa della donna. In seguito, le indagini riescono a far luce sulla scomparsa di Lea: l’ex compagno, con l’aiuto di due fratelli, ha torturato e ucciso con un colpo di pistola la donna, gettandola in 50 litri di acido e lasciandola lì per tre giorni. Il corpo è stato portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza). Solo dopo la condanna in primo grado, Carmine Venturino inizia a confessare, permettendo agli inquirenti di ritrovare frammenti ossei e la collana della donna.

A termine dell’iter giudiziario, il 18 dicembre del 2014 la Cassazione conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, la condanna a 25 anni di reclusione per Carmine Venturino e assolve Giuseppe Cosco per non aver commesso il fatto. La Corte d’appello aveva precedentemente disposto il risarcimento dei danni per la figlia, la madre, la sorella di Lea Garofalo e il comune di Milano, costituitisi parti civili nel processo.

Oggi la figlia Denise studia, vive sotto copertura in una località segreta e difende la memoria della madre. Il giorno dei funerali di Lea Garofalo, ha detto: ”Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene”.

Aveva 35 anni, Lea, e il desiderio di un futuro migliore per se stessa, ma soprattutto per sua figlia. Un futuro che oggi promette di continuare a guardare la realtà negli occhi, senza nessuna paura.

Alessia Pacini

(articolo originariamente pubblicato il 24 novembre 2017)

Alessia Pacini – Cosa Vostra

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