Ninni Cassarà e la stagione degli sbirri in prima linea

Era nella logica di Cosa Nostra ammazzare gli sbirri bravi e inavvicinabili e Ninni Cassarà, commissario di Palermo, era uno di questi.

Protagonista della Palermo di fuoco degli anni ’80 – quella che pareva Beirut – dove il sangue di politici, magistrati e poliziotti sgorgava su marciapiedi e strade roventi.

Sezione investigativa della squadra mobile di Palermo. Era l’antimafia. Fatta da volontari, quelli che non avevano paura. L’avamposto degli uomini perduti. Così era soprannominata. Ninni Cassarà era arrivato nel capoluogo siciliano nel 1981. Reclutava personalmente quei poliziotti, puliti e senza compromessi.

Si creava un rapporto che andava al di là della professione. Una fratellanza. Gli sbirri bravi non avevano neanche le macchine per pedinare o inseguire. E allora prendevano quelle delle fidanzate o degli amici. O le affittavano. Facevano collette per comprare dei binocoli per gli appostamenti. Non avevano neanche i computer.

Calogero Zucchetto era uno di questi volontari. Accompagnava il commissario Cassarà in vespa, nei territori che lui conosceva – Bagheria, Brancaccio, Corso dei Mille, Ciaculli. Durante un controllo di un casolare furono notati da Pino Greco “Scarpuzzedda”, killer della mafia corleonese, uno che aveva ammazzato più di cento persone, e Mario Prestifilippo. Si guardarono.

Greco e Zucchetto si riconobbero. Si conoscevano già da piccoli. Poi le diverse strade intraprese, ma quei luoghi erano gli stessi per entrambi. Quel giorno comunque non ci furono arresti, i mafiosi erano scappati.

Il 7 novembre del 1982 Zucchetto e Cassarà arrestarono Salvatore Montalto, latitante che si nascondeva a Villabate. Come i poliziotti sapevano chi erano i mafiosi così i mafiosi sapevano chi erano i poliziotti. Sapevano dove abitavano, chi frequentavano, quando rientravano a casa.

Il 14 novembre, sette giorni dopo l’arresto eccellente di Montalto, Zucchetto fu ammazzato con cinque colpi di pistola alla testa, all’uscita del bar Collica, in pieno centro, a Palermo. Gli assassini a volto scoperto erano Pino Greco e Mario Prestifilippo.

Gli sbirri della mobile amavano il proprio mestiere. Lo facevano e basta. Ninni Cassarà era stato a Reggio Calabria e poi Trapani. Qui aveva scoperto bische clandestine dove si mescolavano mafiosi, massoni e pubblici amministratori collusi. E allora era scattato il trasferimento a Palermo dove nasceva il pool antimafia voluto da Rocco Chinnici, in cui lavoravano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E Cassarà lavorò a stretto contatto con loro. Falcone si fidava ciecamente di Ninni. Era il suo braccio operativo. Il commissario aveva alcuni confidenti nella mafia palermitana che iniziava ad essere perdente rispetto a quella corleonese. Allora poco si conosceva di Cosa Nostra e quello che si sapeva lo si doveva proprio a loro.

Nel rapporto dei 162, l’embrione del Maxi-processo, stilato da Ninni Cassarà c’è il primo organigramma completo di Cosa Nostra e c’è anche spiegata la causa della prima guerra di mafia – quella degli anni ’60. Poi l’omicidio del capomafia Stefano Bontade, il principe di Villagrazia, il 23 aprile 1981, fu il segnale della Seconda guerra di mafia.

I Corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano iniziarono ad eliminare tutti i rappresentanti della mafia palermitana. Si arrivò anche a sei omicidi al giorno. Palermo come Beirut, si diceva. Più di mille morti e altrettanti scomparsi in pochi anni.

Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici, il capo istruttore della procura palermitana, fu ammazzato con un’autobomba. La sua morte creò un momento di rottura tra i giudici del pool e Ninni Cassarà.

Durante la testimonianza al processo sulla morte dello stesso Chinnici, nel 1984, il commissario “anticipò” la complicità con la mafia dei potentissimi cugini Nino e Ignazio Salvo, gli “esattori di Palermo”. Solo otto mesi dopo, questi furono indagati per associazione mafiosa. Ma durante quel lasso temporale Cassarà fu isolato. La sua credibilità investigativa fu messa in dubbio.

Il 28 luglio 1985 Beppe Montana, capo della Catturandi di Palermo, viene ammazzato al porto di Santa Flavia, dopo una breve gita domenicale in barca.

Tra Montana e Cassarà c’era uno stretto rapporto di amicizia. Anche lui era uno di quelli sbirri “pazzi”, trentenni amanti della “giustizia”, parola di cui oggi si va sempre più svilendo il significato ma che allora era ben incarnata in quelle figure quasi “eroiche” – anche se eroi non ci si sentivano.

Montana era quello che diceva: “A Palermo siamo poco più d’ una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà”.

Il giornalista Antonio Calabrò racconta: “Ricordo il suo corpo disteso per terra, la rimessa delle barche, coperto in un lenzuolo bianco in un lago di sangue e ricordo la faccia di Ninni e la faccia di Giovanni Falcone. La sensazione è che con la morte di Montana si fosse alzato il tiro, molto alzato il tiro”.

Era chiaro a tutti che l’omicidio di Beppe Montana era un segnale per Cassarà. Che capisce e sa che il prossimo sarà lui.

Successe di tutto in quell’estate del 1985. Quattro giorni dopo quest’ultimo assassinio un giovane mafioso, un calciatore di nome Salvatore Marino, allora solo sospettato di essere parte del gruppo di fuoco che aveva ucciso Montana – in casa sua erano stati trovati svariati milioni di lire e una maglietta sporca di sangue – viene portato in questura.

In una situazione ormai insostenibile, l’interrogatorio della squadra mobile si conclude con la morte di Marino. I funerali del giovane si svolgono tra gli applausi della folla.

Si respira un clima da rivolta civile. I poliziotti e i carabinieri accusati della morte del ragazzo vengono rimossi per decisione dell’allora ministro Scalfaro. Finirono in prigione. Era il 5 agosto. Ninni Cassarà, che al momento della morte di Marino non era presente in questura, era sempre più delegittimato e lasciato solo. Soprattutto dallo Stato.

6 agosto 1985. Ninni Cassarà telefona alla moglie per dirle che sta tornando a casa. Non si faceva vedere da tre giorni. Doveva fare in fretta a raccogliere prove.

C’è chi parla di talpe in polizia. C’è chi dice che non servivano mica delle cimici per sapere dove si recavano quegli sbirri dell’antimafia. Bastava seguirli.
In macchina con Ninni c’era anche Roberto Antiochia, poliziotto di ventitré anni che si era fatto assegnare, nonostante le ferie, di scorta al suo commissario.

Lui quello voleva fare: proteggerlo. Roberto fu colpito mentre apriva la portiera dell’automobile di Cassarà. Quasi contemporaneamente fu colpito anche Ninni, che però ebbe la forza di trascinarsi fin dentro la propria abitazione.

Duecento colpi di kalashnikov. Un tiro al bersaglio.

Laura la moglie di Ninni, era scesa giù per le scale, gridando, implorando ai suoi vicini di tenerle la bambina di pochi mesi. Più scendeva, più gridava. Nessuno le apriva la porta. Aveva assistito all’agguato dal balcone del condominio in cui abitava, in via della Croce Rossa.

C’è un fotogramma che racconta meglio di ogni parola quello che accadde quel 6 agosto di trentanni fa. Laura, solo lei, accovacciata sulle scale accanto al corpo di suo marito ormai esanime.

Ninni Cassarà, così come Beppe Montana, Calogero Zucchetto, Roberto Antiochia e molti altri, erano sbirri in prima linea. Furono ragazzi di una stagione “straordinaria”, che non si ripeté mai più. In cui quella cosa poco conosciuta, quella mafia che ammazzava e faceva affari, doveva essere contrastata. Sapevano quello che facevano. E gli piaceva farlo. Si sentivano vivi in una Palermo piena di morti.

Francesco Trotta

(articolo originariamente pubblicato il 2 agosto 2015)

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