Il giudice Rosario Livatino e la fede nella legge

Al confine tra la Provincia di Agrigento e quella di Caltanissetta, tra dolci colline che costituiscono l’alta valle del fiume Naro, sorge Canicattì, un comune di circa 36.000 abitanti. Qui, il 3 ottobre 1952 nasce Rosario Livatino. Studente brillante, segue le orme del padre Vincenzo. A 22 anni si laurea cum laude alla facoltà di Giurisprudenza a Palermo. Vince uno, due concorsi. È giudice a latere presso il Tribunale di Agrigento quando viene ucciso a soli 38 anni per mano di quattro killer della Stidda, la mafia locale.

Il mattino del 21 settembre 1990, una mite giornata d’autunno, Livatino viene inseguito lungo la strada statale SS640 che da Agrigento porta a Caltanissetta. La sua auto, speronata, è costretta a sbandare. Livatino, già ferito ad una spalla, cerca di fuggire correndo per i campi ma viene raggiunto e freddato con un colpo di pistola al volto. Il giudice era solo alla guida della sua Ford Fiesta: aveva infatti rifiutato la scorta perché non voleva mettere a rischio altre vite oltre alla sua. Gli esecutori materiali ed i mandanti dell’assassinio sono stati individuati grazie al supertestimone Pietro Ivana Nava. Tutti condannati all’ergastolo; i collaboratori di giustizia con pene ridotte.

La storia politica del comune agrigentino dal dopoguerra riflette quello che su più larga scala avviene a livello nazionale: è travagliata, discontinua e puntellata da frequenti cambi di governo ed alleanze, dimissioni, nuove elezioni, mozioni di sfiducia e via di seguito, in un pittoresco teatrino tutto italiano.

A Canicattì, così come nel resto dell’isola, la situazione è poi aggravata dalla presenza di altri attori, che di fatto regolamentano la vita sociale e politica tramite abili negoziazioni con lo stato centrale sulla misura del proprio potere ed influenza sul territorio.

La fuoriuscita di bracci violenti da Cosa Nostra, tra cui, appunto, la Stidda (la “stella”) agrigentina, cui appartengono gli assassini di Livatino, fornisce uno scenario ancora più caotico.

Quando, dal 1979, assume l’incarico di sostituto Procuratore al Tribunale di Agrigento, Livatino indaga su trame e rapporti che portano alla luce gli interessi economici della mafia e di chi fa affari con essa: è l’anticamera di Tangentopoli. L’intromissione del giovane giudice in tali scomode vicende, vitali per la perpetuazione del circolo criminale, ne ha precocemente segnato il destino. Lo spiega bene il Presidente del Senato, Pietro Grasso in un intervista tenutasi presso la Camera dei Deputati, il 18 Settembre 2015:

Stando alla sentenza che ha condannato esecutori e mandanti del suo omicidio, Livatino è stato ucciso perché “perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia”.

È invece dello scorso luglio, la notizia della profanazione della stele in memoria di Livatino nella periferia di Agrigento. L’accorato sdegno da parte dell’opinione pubblica è testimonianza che la sua immagine sociale rimane in piedi. Stoica. Illesa. è testimonianza che il suo insegnamento morale, involontariamente ma inevitabilmente impartito tramite l’onesto esercizio della sua professione, non viene scalfito.

Integrità, indipendenza e senso del dovere sono affiancati da una fede profonda. Convivono nella figura del giudice canicattinese senza contraddizione alcuna ma semmai rafforzandosi e traendo reciprocamente alimento. La direzione morale tracciata dalla fede non può collidere od esentare dalla necessità di rispettare e proteggere la legge e la sua funzione. “Non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili” è il lascito più semplice ed umile del giudice Livatino. La rettitudine e la coerenza nonostante tutto, prima ancora che la rigorosa professione di una religione, saranno i veri parametri di giudizio dell’operato di un individuo.

Si può qui intendere come Livatino guardi alla sua professione di magistrato, a sua volta quindi incaricato di giudicare altri, come ad un ruolo quasi “divino” che, visto proprio in questa luce, assume un significato ed un’importanza drammatici.

È un uomo di ragione, che vede nella religione una guida morale e nella legge una misura di tutele e codici, entrambe necessarie per il buon funzionamento di una società. Per il suo attaccamento alla fede cattolica – è impegnato sin dalla giovane età in Azione Cattolica-, la figura di Livatino viene ampiamente celebrata dalla Chiesa che ha iniziato il processo di beatificazione nel 2011.

Ancora Pietro Grasso: “Memorabili le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella sua visita pastorale in Sicilia, il 9 maggio 1993. Dopo avere incontrato i familiari di Rosario egli lancia il suo terribile anatema contro i mafiosi, intimando loro di convertirsi. [Il papa definisce Livantino come]“un martire della giustizia, e indirettamente della fede“.

Silvia Bortoletto

(Articolo originariamente pubblicato il 18 settembre 2017)

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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