Il dovere della memoria verso Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo

Ricordare Giorgio Boris Giuliano a partire da quella mattina del 21 luglio 1979, quando il Capo della Squadra Mobile di Palermo si era recato al bar Lux per la colazione. Una iris al forno e un caffè sono quasi d’obbligo, prima che la “frescura” accumulatasi di notte ceda il passo al gran caldo del giorno. Giuliano a Palermo non faceva il poliziotto, ma era il poliziotto.

Era nato a Piazza Armerina, in provincia di Enna, in un altro cuore, quello della Sicilia. E da uomo onesto aveva scelto subito da che parte stare. Era un segugio, con un fiuto particolare per i fatti di mafia. Entrato in polizia nel 1962, chiese di essere trasferito nel capoluogo siciliano dopo la strage di Ciaculli, nel 1963.

Soprannominato “lo sceriffo”, uomo colto, fu il primo poliziotto italiano scelto per la scuola dell’FBI a Quantico, in Virginia. Giuliano faceva quello che era giusto fare, non credendo di fare nulla di eccezionale. Per questo era bravo. Nonostante la mafia, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, ammazzasse a volto scoperto e mirasse al cuore dello Stato.

Padre di tre figli, i suoi baffoni neri lo rendevano riconoscibilissimo e gli davano quell’aria familiare tipica di un uomo buono. Lo era veramente.

Racconta il figlio Alessandro al giornalista Saverio Lodato: “Mio padre, prima che essere poliziotto, fu un uomo. Ricordo che quando l’equipaggio di qualche volante di pattuglia nei quartieri diseredati di Palermo si imbatteva in un bambino che si era perduto, mio padre, mentre erano in corso le ricerche, spesso assai difficoltose, dei genitori, anziché tenerlo in un ufficio di polizia, lo portava a casa nostra e lo faceva giocare con noi che eravamo suoi coetanei”.

Casi eccellenti avevano occupato la sua scrivania: l’uccisione del procuratore Pietro Scaglione, i rapporti tra la mafia e i cugini Nino e Ignazio Salvo, la scomparsa del giornalista de “L’Ora” Mauro De Mauro, l’uccisione del giornalista Mario Francese, l’assassinio del carabiniere Ninni Russo o dell’esponente Dc Michele Reina. Poi l’indagine, appena accennata, su alcuni assegni ritrovati nelle tasche del cadavere del capomafia Di Cristina, collegati a Michele Sindona, il banchiere criminale che si divideva fra Italia e Stati Uniti.

Giuliano il 7 luglio del 1979 aveva incontrato Giorgio Ambrosoli, il liquidatore che stava seguendo il caso Sindona e della sua banca. Pochi giorni dopo, l’11 luglio, Ambrosoli veniva ucciso. Su quest’ultimo fatto, per altro, incombe inquietante la figura di Bruno Contrada, collega dello stesso Giuliano e che lui aveva preceduto alla guida della Mobile.

Boris Giuliano viene spesso descritto come l’ultimo dei poliziotti all’antica, duro con i più forti, giusto con i più deboli. Ma al tempo stesso, un funzionario di Stato moderno. Erano ancora lontani i tempi del pool antimafia, dei pentiti e delle indagini bancarie. Eppure Giuliano comprese come stesse cambiando Cosa Nostra e quali fossero i suoi affari.

Il “Teorema Giuliano” fu dirompente perché svelò come Palermo alla fine degli anni ’70 stesse diventando punto nevralgico nello scacchiere del narcotraffico. Cosa Nostra inatti faceva miliardi di lire con l’eroina e la morfina che arrivava dalla Thailandia, dal Laos e dalla Birmania, veniva raffinata proprio nel capoluogo siciliano per poi prendere il volo verso gli Stati Uniti. Teorema che fu confermato dai fatti.

Prima il ritrovamento di due valigette contenti mezzo milione di dollari all’aeroporto di Palermo. Poi, lavorando in sinergia con la DEA, il sequestro di una partita di eroina all’aeroporto J.F. Kennedy di New York. Infine la scoperta sul lungomare di Romagnolo, in via Pecori Giradi, di un appartamento in cui c’erano quattro chili di eroina, un arsenale militare e la patente contraffatta di Leoluca Bagarella, uno dei più pericolosi capi e assassini di Cosa Nostra, nonché cognato di Totò Riina.

Dopo quell’episodio arrivarono numerose telefonate anonime al 113: “Giuliano morirà”, così recitava la voce dall’altro capo della cornetta. Eppure venne lasciato solo. In quella situazione di solitudine tipica degli uomini bravi, coraggiosi e destinati ad essere eliminati in quella Palermo lontana nel tempo. Giuliano lo capì. Portò la sua famiglia ad Enna, dicendo che l’avrebbe raggiunta una settimana dopo.

La mattina del 21 luglio 1979 Giuliano uscì dal portone di casa qualche minuto prima delle otto. Si recò al bar. Le comunicazioni registrate alla centrale di Polizia raccontano: “Attenzione, sparatoria in Via Di Blasi, Bar Lux”. “Trattasi di un omicidio, la vittima è un avventore”. Poi la volante 25 conferma: “Centrale, la vittima era armata. Un attimo, un attimo… Pronto centrale… è il dottor Giuliano. Ripeto: hanno ammazzato Boris Giuliano”.

Sette colpi di pistola. Tutti sparati mentre Giuliano era di spalle. Un atto di codardia da parte di Leoluca Bagarella, riconosciuto come esecutore materiale dell’omicidio. Forse solo così avrebbe potuto colpire un bravo poliziotto, uno dei migliori tiratori che, si dice, girasse addirittura con due pistole. I testimoni raccontarono che all’assassino, quella mattina in quel bar, tremasse la mano al momento di premere il grilletto…

Nell’ordinanza di rinvio a giudizio per il maxiprocesso, il giudice Paolo Borsellino scrisse: “Senza che ciò voglia suonare come critica ad alcuno, se altri organismi dello Stato avessero assecondato l’intelligente opera investigativa di Boris Giuliano […] l’organizzazione criminale mafiosa non si sarebbe sviluppata sino a questo punto, e molti omicidi, compreso quello dello stesso Giuliano non sarebbero stati commessi”. Boris Giuliano, il capo della Squadra Mobile di Palermo.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 16 luglio 2017)

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