Il caso dell’omicidio di Emanuele Notarbartolo

Il 1 febbraio del 1893 viene assassinato Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, esponente di una delle più importanti famiglie aristocratiche siciliane, già sindaco di Palermo e direttore generale del Banco di Sicilia fino al 1890.

Notarbartolo, che era stato vittima di un sequestro conclusosi con il pagamento del riscatto nel 1882, viene assassinato in treno, sulla tratta che collega Termini Imerese al capoluogo siciliano, da due individui. A gran voce prende piede, subito, che si tratti di un delitto di mafia, anzi, afferma il procuratore generale Sighele, di “alta mafia”. Ma mai prima i mafiosi avevano osato uccidere un appartenete alle alte sfere dirigenziali del Paese. Eppure in breve tempo gli indizi raccolti portano ad individuare come esecutori materiale dell’omicidio, due mafiosi della cosca di Villabate, in provincia di Palermo: Matteo Filippello e Giuseppe Fontana.

Il mandante di quel delitto, però, sarebbe stato da ricercare lontano negli ambienti della malavita e del crimine organizzato: si vociferava che ad ordinare l’assasinio sarebbe stato Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento nazionale e già collega all’interno del Banco di Sicilia della vittima. “Nei pubblici ritrovi, nelle vie, ovunque si diceva: la mano dev’essere stata di Palizzolo“. Così si sarebbe trattato del primo omicidio politico-mafioso del Regno d’Italia.

La morte di Notarbartolo – vuoi per l’importanza del personaggio, vuoi per le modalità dell’omicidio (i due mafiosi aggredirono la vittima mentre il treno percorreva una delle tante gallerie ferroviarie, pugnalandolo e gettando il corpo fuori dalla carrozza, nella speranza che terminasse in un torrente e da qui in mare) – finisce per diventare uno dei più importanti casi dell’epoca, nonostante le difficoltà nell’imbastire e proseguire le indagini, chiuse e poi riaperte due anni dopo l’omicidio, grazie all’insistenza del figlio di Notarbartolo, Leopoldo.

Esemplare è la vicenda che vede coinvolto l’allora ispettore della Polizia Cervis, il quale accusa il suo collega Di Blasi, vicino a Palizzolo, di aver depistato le indagini, trafugando prove e occultando relazioni accusatorie (finché Di Blasi viene arrestato in aula per falsa testimonianza). L’indignazione pubblica si trasforma presto in analisi dello status quo: è l’omertà la causa dell’impossibilità di accertare la verità? Oppure il caso Notarbartolo rappresenta l’ennesimo esempio di uno scenario di crisi istituzionale, inquadrato all’interno degli scandali politico-bancari dell’epoca?

Sarebbe questa un’ulteriore prova del generale stato di corruzione tipicamente italiano, un sottaciuto ma quanto mai indelebile tratto di continuità con la più recente attualità. Tutto farebbe propendere per questa ipotesi.

Tre anni dopo l’assassinio, il conte imolese Giovanni Codronchi, nominato Commissario della Regione Sicilia, che aveva inizialmente espresso la sua volontà di accertare chi fosse il mandante dell’omicidio Nortarbartolo – così si esprimeva:”Tutti sanno chi fu il mandatario, chi fu il mandante. La giustizia si è fermata davanti a qualche pezzo grosso amico di Crispi” – dovette arrestare la propria foga di giustizia di fronte alle dinamiche politiche. Palizzolo infatti restava uno dei punti cardini della Destra Storica nell’isola.

Nell’1898 inizia il processo a Milano e compaiono solo due imputati minori: i ferrovieri Garufi e Carollo, indicati come complici dell’omicidio; nessun addebito inizialmente viene mosso contro Palizzolo e Fontana mentre i sospetti contro Filippello cadevano già prima. Il processo va contestualizzato nella storia nazionale e politica dell’epoca: la violenta repressione dei moti siciliani del ’98 porta la Sinistra Storica ad affermare che il governo è duro verso i socialisti e arrendevole verso i mafiosi.

Uno scandalo che porta alle dimissioni del ministro della guerra Mirri, quando il procuratore generale Venturini, da lui violentemente attaccato a Milano, passa al giornale Il Tempo alcune lettere del 1894 in cui Mirri pretendeva la scarcerazione del mafioso Saladino, legato al partito di Crispi. È Leopoldo Notarbartolo, cinque giorni dopo l’inizio del processo, a chiamare in causa Palizzolo, accusandolo apertamente di essere il mandante dell’omicidio del padre. Questi, infatti, durante la dirigenza del Banco di Sicilia, si era opposto a Palizzolo, cercando di impedire che il Banco fosse utilizzato per elargire favori ad amici e persone poco raccomandabili fino alle dimissioni dello stesso Notarbartolo.

L’8 dicembre del 1898, mentre si diffondono voci su una possibile fuga all’estero di Palizzolo, allora ancora deputato, e quindi soggetto ad immunità parlamentare, il Parlamento vota l’autorizzazione al suo arresto. Cosa che avviene. In galera finisce anche Fontana, il presunto esecutore dell’omicidio.

Gioca un ruolo di primo piano l’allora Questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, passato alla storia per il suo rapporto omonimo sulla mafia palermitana, la prima analisi che mostrava e dimostrava l’esistenza di un’organizzazione criminale collegiale e segreta (attraverso il vincolo del giuramento di sangue), che guadagnava attraverso il racket dell’estorsione.

Sangiorgi è l’artefice dell’arresto di Fontana, che decide di consegnarsi a lui – non in questura ma direttamente nella sua abitazione – quando il questore minaccia il Principe di Mirto di arresto per favoreggiamento. Fontana infatti era il protetto del Principe e faceva il latitante nelle sue terre. Ed è lo stesso Sangiorgi a testimoniare contro Palizzolo sulla sua capacità di delinquere.

Ma se i mafiosi venivano arrestati, spesso la magistratura non li condannava. Molti processi dell’epoca infatti si concludevano con l’assoluzione per insufficienza di prove. Non così sembra andare il processo Nortabartolo, che in secondo grado di giudizio a Bologna, si conclude nel 1902 con la condanna a 30 anni di carcere per Palizzolo e Fontana.

Nel 1903 la Cassazione annulla la sentenza di condanna per un vizio di forma. Il processo, da rifare, inizia a Firenze dieci anni dopo l’omicidio di Notarbartolo. Ma il caso non è più “mediatico”, l’attenzione pubblica è scemata. Le prove “cascavano ad una ad una per terra come le pietruzze di un mosaico scomposto, e mancava l’anima tragica che aveva dato loro vita a Bologna“.

L’accusa chiama in causa un solo nuovo testimone, Filippello, l’altro presunto esecutore del delitto, il quale era stato abbandonato sia da Palizzolo sia da Fontana e per questo motivo non era mai stato chiamato in causa dalla difesa durante i precedenti processi. Filippello, però, sarebbe stato trovato morto qualche giorno prima della sua deposizione. L’inchiesta che seguì sentenziò che fosse un caso di suicidio. Cosa ci si sarebbe potuto aspettare allora? Un’assoluzione generale per insufficienza di prove. E così avvenne: il caso Notarbartolo fu dichiarato chiuso il 23 luglio 1904.

Palizzolo poté fare ritornò a casa. Su un piroscafo della Navigazione generale giunse a Palermo, dove venne accolto come un trionfatore. Mentre Leopoldo Notarbartolo cercò di trovare giustizia almeno nella Storia. Scrisse un libro sulla vita e la morte del padre, che fu pubblicato due anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1947.

Una raccomandazione è d’obbligo per chi si accinge a concludere la lettura di questo articolo: non serve trovare analogie con la storia attuale, piuttosto continuiamo a chiederci che cosa sia questa mafia.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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