I “diciannove” di Paolo Borsellino. Una vita per la giustizia

Oggi Paolo Borsellino avrebbe 76 anni, se non fosse stato per quel maledetto 19 luglio 1992, che lo ha portato via a 52 anni, età che sembra una persecuzione per la sua famiglia. Infatti sempre a 52 due anni erano morti il padre e lo zio.

I fatti di via d’Amelio restano tuttora una storia aperta che non ha e che non è ancora in grado di avere una sua conclusione, fin quando non verrà scoperta la verità su una delle stragi di mafia più discusse e misteriose della storia della nostra Repubblica, le cui cause non vanno unicamente ricercate in una matrice di stampo mafioso.

Un’ipotesi quest’ultima che sta diventando sempre più una certezza anche sul piano giuridico. E mentre le indagini proseguono è sempre viva in che coloro che desiderano fortemente che emerga la verità, il desiderio che la Giustizia riesca a prevalere su coloro che fanno di tutto per ostacolarla.

Vero è che in questi tempi bui l’assenza di un magistrato dell’autorevolezza e correttezza di Paolo Borsellino si sente sempre di più. Paolo Borsellino, dopo la morte di Falcone, infatti attendeva con ansia di essere interrogato dai magistrati della procura, conoscendo perfettamente i rischi a cui sarebbe andato incontro, e disse pubblicamente: “Io qui non vi posso dire nulla, ciò che ho da dire lo dirò ai magistrati competenti”.

Cosa Nostra ma non solo Cosa Nostra. La mafia siciliana e parte delle Istituzioni Statali – come ormai accertato dalla storiografia ufficiale – avevano paura di quel che Paolo Borsellino poteva sapere e di quello che avrebbe potuto dire il 20 Luglio 1992 a Caltanissetta, riguardo la morte del suo collega e amico Giovanni Falcone, ai titolari dell’inchiesta sulla strage, con i quali aveva concordato un appuntamento per la sua testimonianza. Purtroppo non ne ebbe il tempo.

Oggi, tuttavia, preferiamo focalizzarci su un altro importante “diciannove”: il 19 Gennaio 1940, sua data di nascita. Vogliamo sottolineare infatti “l’eredità” che Paolo Borsellino ci ha lasciato, attraverso le sue parole ed i suoi ideali; era un uomo che credeva nella giustizia e soprattutto nello Stato.

Grazie a lui e ad altri martiri contemporanei, si è potuta definire e delimitare la mafia siciliana, quale società organizzata complementare allo Stato. In lui la ricerca della verità non ha mai conosciuto tregua, ha perseguito infatti fino alla fine il suo obiettivo di legalità.

La lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

Chissà cosa penserebbe se sapesse che quel senso di gelo, di impotenza, di rabbia e angoscia che tutti abbiamo provato di fronte alle atroci vicende di Capaci e di via D Amelio, si è trasformato in impegno civile e in un tentativo di recuperare il nostro Paese e le nostre terre restituendo loro una dimensione più umana, più civile e più democratica, una realtà che cerca di liberarsi dal potere mafioso e dalla sottocultura che lo alimenta, una realtà che desidera liberarsi da questa oppressione che cancella i diritti più elementari.

Questa rigenerazione collettiva deve partire dal basso, dalle scuole, dall’educazione alla giustizia. “I giudici possono agire solo in parte nella lotta alla mafia” diceva Paolo Borsellino, ed aggiungeva “se la mafia è un’istituzione anti-Stato che attira consensi perché ritenuta più efficiente dello Stato, è compito della scuola rovesciare questo processo perverso, formando i giovani alla cultura dello Stato e delle Istituzioni” .

Se quella che ci troviamo a combattere è quindi una lotta alla sottocultura mafiosa, la scuola può essere “l’arma vincente”, il valido strumento attraverso il quale sviluppare nelle nuove generazioni, mediante un’incessabile azione di promozione sociale, di crescita culturale e di rigetto del fenomeno mafioso. L’obiettivo dev’essere quello di rinforzare un bagaglio di valori nei quali i giovani possano ritrovarsi, che li faccia sentire parte di una comunità e che li spinga a proteggere la loro integrità ed identità a qualsiasi costo.

Quello che Paolo Borsellino ci ha lasciato in eredità è la consapevolezza che la giustizia va perseguita, davvero, con il sacrificio, con l’impegno, nel rispetto delle regole e nell’onestà. Quello che dobbiamo essere in grado di tener vivo e che non dobbiamo assolutamente disperdere è il suo esempio: il coraggio, la fiducia, la sua stessa vita.

È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Chiara Sammaritani – Cosa Vostra

Immagine in copertina tratta da Google Immagini. Illustrazione all’interno realizzata da Giuseppe Strati per Cosa Vostra. Tutti i diritti riservati ©