Giuseppe Francese. La giustizia che crea resistenza

Ricordare Mario Francese è anche ricordare Giuseppe Francese, suo figlio.

Il padre è una figura fondamentale nella vita del figlio, è colui che dà certezze e speranze in un mondo che spesso fa paura. È quell’uomo che fin dalla tenera età protegge nella tua vita la flebile luce della diversità nell’oscurità dell’omologazione, il grande lavoratore che torna a casa la sera dopo un’incessante giornata di lavoro e nonostante ciò ti chiede cosa hai fatto a scuola. L’eroe che ritroviamo nei fumetti e, una volta adulti, proviamo a riprodurre nella realtà attraverso i valori che ci ha trasmesso.

La vita è un’opportunità, una guerra contro il male che si combatte solo con le armi del bene e, se esistiamo, un motivo c’è. Questo è ciò che il giornalista Mario Francese, ha cercato di insegnare ai suoi figli e, volontariamente o no, ha trasmesso a noi.

In particolare, grazie al suo lavoro di giornalista ha portato la sua famiglia ad una continua sete di verità basata soprattutto sul senso che tra tutti è quello più indiscutibile: la vista. Nei suoi articoli infatti, informava – dal latino certiorem facere ovvero dar forma – cosa che per paura o indifferenza la maggior parte dei suoi colleghi non faceva.

Dava un quadro nitido e preciso alla situazione attuale degli anni Settanta a Palermo. Tra traffico di droga, lotta per gli appalti, si soffermò sulla scalata dei corleonesi all’interno di Cosa Nostra, facendo nomi e cognomi. Mario Francese chiude gli occhi il 26 gennaio del 1979, ma li riapre 20 anni dopo, nel corpo del figlio più piccolo, Giuseppe, quando quest’ultimo decide di ribellarsi all’idea che l’atto che l’ha allontanato da suo padre sia stato liquidato da un semplice “delitto di mafia”.

Giuseppe Francese inizia ad indagare, ripercorrendo la strada di Mario, studiando le sue mosse, cercando di vedere quello che vedeva lui e di pensare quello che pensava lui. Entrare nella mente di un padre di cui hai potuto usufruire per soli 12 anni è difficile, cercare di scoprire verità intrappolate nel passato e invisibili nel presente è quasi impossibile, ma il suono dei sei proiettili rimbombavano con quel desiderio immenso di far leggere il primo vero articolo mai letto.

Sette condanne, catturata l’intera cupola di Cosa Nostra, arrestato il killer Leoluca Bagarella con Michele Greco, Pippo Calò e altri. Giuseppe Francese ce l’ha fatta e acquisita la consapevolezza del motivo della sua esistenza, completò il compito, e successivamente non si sentì più in dovere di vivere.

Il 3 settembre 2002 a 35 anni torna per rivivere con il padre quegli anni che nomi e cognomi gli avevano strappato e, chissà, anche per avere un parere su quel famoso primo articolo mai più ripreso.

A Giuseppe Francese con “spero adesso che i miei castelli di rabbia si trasformino presto in semplici castelli di sabbia costruiti in una quieta spiaggia, spianata dalla verità e dalla giustizia” (“I dieci piccoli passi. Breviario sulla Legalità”), mi permetto di rispondere che non di sabbia, bensì di cemento vorrei fossero le pareti dei castelli che si ergono irti su scogliere contro le quali le onde si infrangono.

Tuttavia restano intoccabili questi castelli perché le fondamenta su cui poggiano si basano salde, grazie a quei principi che fanno della legalità e della giustizia il mattone che dà forma a tutto il resto.

Emanuela Braghieri

Emanuela Braghieri (Associazione 100x100inMovimento) – Cosa Vostra

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