Giorgio Ambrosoli. La misura di un uomo di Stato

A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito”.

Sul finire degli anni Settanta, Milano, cuore e motore della finanza italiana, era già una città colma d’immagini e di ricordi, di crimini e stragi impunite. Quella che sarebbe diventata la Milano da Bere nasceva sulle ceneri di morti e di taciti accordi. L’11 luglio 1979 l’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti veniva trasmesso in televisione.

Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva guardato il match con alcuni amici. Una volta conclusosi, l’avvocato aveva riaccompagnato i suoi ospiti alle rispettive abitazioni. Tornato a casa, non appena chiuse la portiera della sua auto, una Fiat 127 rossa si accostò accanto a lui. Una voce domandò: “Avvocato Ambrosoli?”. Istintivamente Giorgio Ambrosoli rispose di sì. “Mi scusi Avvocato Ambrosoli”.

Si sentirono i colpi di arma da fuoco. A contarli come in un lasso di tempo infinito ma molto breve. Uno, due, tre. Quattro colpi in tutto. Giorgio Ambrosoli muore sull’ambulanza, ammazzato dal killer William Aricò, legato alla mafia americana, assoldato dal banchiere Michele Sindona, su cui Ambrosoli aveva investigato.

Il giorno dopo avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale in merito all’indagine che aveva condotto. Al suo funerale non comparve alcun politico. Nemmeno un autorità pubblica, fatta eccezione per qualche collega della Banca d’Italia.

In un celebre libro, Corrado Stajano lo definì un “eroe borghese”. Di famiglia agiata e con profondo senso religioso, era stato scelto da Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, per accertare le attività di Sindona ed evitare il fallimento della Banca Privata Italiana, nata dalla fusione degli istituti di credito gestiti sempre da Sindona: la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria.

Ambrosoli, investigando sulla Banca, intuì subito quello che si nascondeva dietro le operazioni fatte dal banchiere siciliano, legato – ma questo solo la Storia lo avrebbe appurato – a Cosa Nostra. Gravi irregolarità e attività occulte erano state messe in piedi da un faccendiere, un colletto bianco simbolo intoccabile dei poteri forti. Sindona infatti non era solo un banchiere.

Già alla fine degli anni ’60 era stato segnalato dall’Interpol per riciclaggio di denaro proveniente dal narcotraffico. Negli anni ’70 aveva acquisito la maggioranza delle quote della Franklin National Bank, una delle prime banche statunitensi. Riciclava il denaro delle famiglie mafiose Gambino in America e Bontade-Inzerrillo-Spatola in Europa, attraverso la Finbank di Ginevra e l’Amincor Bank di Zurigo.

Aveva versato parecchi miliardi di lire nelle casse della Democrazia Cristiana. Giulio Andreotti lo definì il “salvatore della Lira”. E importante era pure l’amicizia con il “venerabile” Gran Maestro della P2 Licio Gelli.

Di fronte a questi nomi e questa fitta rete di malaffare, la misura dell’uomo Giorgio Ambrosoli non venne mai meno. Tentativi di corruzione, minacce di morte e telefonate che cadevano nel vuoto. Nulla lo piegò o lo fece indietreggiare. Lasciato solo, ebbe come suo unico referente politico Ugo La Malfa, mentre il Maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre gli fece quasi volontariamente da guardia del corpo.

L’Avvocato Ambrosoli sapeva a cosa sarebbe andato incontro, ma decise ugualmente di liquidare la banca e far incriminare Sindona.

Scrisse una lettere alla moglie Anna, immaginando probabilmente che sarebbe stato ucciso: “Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro… Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”. E proprio l’incipit – quel qualunque cosa succeda – è diventato il libro scritto dal figlio Umberto.

La sera dell’11 luglio Giorgio Ambrosoli non fu ammazzato da un killer. Morì per lo Stato e per colpa dello Stato. C’è chi pensa che il suo sacrificio non servì a nulla. Non sappiamo se sia così – forse lo è (ed è un pensiero che accomuna molte di quelle vittime “uccise” dalle mafie) se si pensa a chi abbiamo perso e cosa è successo dopo. Giorgio Ambrosoli rimane misura di un uomo e la sua vita misura di uno Stato.

(Articolo originariamente pubblicato l’8 luglio 2017)

Francesco Trotta

Segui Francesco Trotta su Facebook

Immagini tratte da Google Immagini