Giangiacomo Ciaccio Montalto. Una vita dedita alla legge

Giangiacomo Ciaccio Montalto sta rientrando a casa, a Valderice: la moglie e le tre figlie ad attenderlo. Nessuna auto blindata, niente scorta nonostante le numerose minacce. È il 25 gennaio 1983, l’orologio segna l’una e trenta di un martedì mattina iniziato prima ancora che il giorno precedente termini. È nella sua auto, Montalto, quando tre uomini gli sparano armati di una mitraglietta e due pistole calibro 38, spezzandone la vita a quarantadue anni. Il suo corpo dovrà attendere la mattina seguente prima di essere ritrovato, esangue e senza vita, poco prima delle 7.00.

Giangiacomo Ciaccio Montalto nasce il 20 ottobre 1941 a Milano e cresce circondato dalla passione per la politica e la dedizione alla legge: il padre, Enrico Montalto, è magistrato di Cassazione; il nonno, Giacomo Montalto, fu notaio e sindaco di Erice, comune in provincia di Trapani. Ciaccio inizia a praticare l’attività a ventinove anni e, nel 1971, diventa Sostituto Procuratore della Repubblica di Trapani.

In questi anni si dedica come Pubblico Ministero al processo contro Michele Vinci, rinominato dai media il “Mostro di Marsala”, poi condannato a 28 anni di reclusione per il rapimento e l’omicidio di tre bambine. Montalto, in questo periodo già nel mirino della mafia siciliana e minacciato di morte, ipotizza che il rapimento di una delle tre bambine, Antonella Valenti, sarebbe stato eseguito dalla mafia stessa: il padre della piccola, infatti, era emigrato in Germania perché intenzionato a interrompere il rapporto con la mafia, per la quale lavorava come corriere della droga.

Ma il Pubblico Ministero decide di non rivelare a nessuno questa sua intuizione, nemmeno ai suoi superiori: Ciaccio non si fida. A partire dal 1977, Montalto si dedica alle indagini che vedono come protagonisti i mafiosi della provincia di Trapani e i legami dell’associazione criminale con gli imprenditori e i banchieri della città siciliana, fino ad arrivare alla ricostruzione del circolo di denaro sporco nelle banche siciliane.

L’attività di Ciaccio Montalto procede, passa per le indagini sul clan dei Minore che, alleato con i corleonesi, è coinvolto anche nelle indagini sul finto sequestro dell’industriale Rodittis e il sequestro di Luigi Corleo.

Investiga sul traffico di droga, sui collegamenti tra la mafia siciliana e quella americana, indaga sul traffico di armi, si dedica alle investigazioni sull’inquinamento del golfo di Cofano e alle speculazioni edilizie. Qualche anno dopo, nel 1982, Montalto rilascia quaranta ordini di cattura per associazione mafiosa: imprenditori e mafiosi della zona vengono incarcerati e poi lasciati andare dopo qualche mese per mancanza di prove. Da questo momento, aumentano le minacce contro il magistrato che, rammaricato dal modo in cui le sue inchieste vengono affrontate, chiede il trasferimento a Firenze.

Il 1982 sta per terminare quando, dal carcere, l’esponente mafioso Mariano Agate viene sentito annunciare Ciaccinu arrivau a stazione”: è una condanna a morte. Montalto muore poco dopo, il 25 gennaio 1983.

Ai funerali presenziano circa 20 mila persone, tra cui il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. A essere accusato dell’omicidio è inizialmente Salvatore Minore, il quale però, come si scoprirà nel 1998, era già caduto vittima dei Corleonesi nel 1982. Ambrogio Farina e Natale Evola, accusati di essere gli esecutori dell’omicidio, verranno poi assolti nel 1992.

Solo nel 1995, in seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, vengono identificati i supposti mandanti dell’omicidio: Salvatore Riina, Miriano Agate, Mariano Asaro e l’avvocato Antonio Messina, il quale temeva per il futuro degli interessi mafiosi del capoluogo toscano una volta che Montalto fosse stato trasferito. Mentre gli ultimi due vennero assolti, i primi due sono stati condannati all’ergastolo nel 1998.

Una vita spesa per la lotta contro la mafia, dedicata alla legalità e alla verità, quella di Giangiacomo Ciaccio Montalto. Una scelta di vita, quella del trasferimento in Toscana, che lo ha messo in contatto con la rete della mafia trapanese già radicalizzata per le vie di Firenze e non solo. Cosa Nostra ha fermato il magistrato prima che potesse procedere con il lavoro iniziato a Trapani e scoprire la pista della mafia siciliana in Toscana, tra denaro e beni proprio nel momento dell’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre del 1982 che dava avvio alla confisca dei beni mafiosi. Una vita, quella di Giangiacomo Ciaccio Montalto, al servizio del futuro e spezzata da chi, nel futuro, non ci ha mai creduto.

Alessia Pacini

Alessia Pacini – Cosa Vostra

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