Gaetano Costa. Un procuratore “affidabile” a Palermo

Palermo. 6 Agosto del 1980. Una giornata calda, afosa. Il calare della sera non portava alcun beneficio. Gaetano Costa camminava lungo via Cavour, a pochi metri da casa. Camminava solo. Perché lui non voleva la scorta. Non voleva mettere in pericolo altre vite.

Si avvicinò a una bancarella di libri. Sfogliò qualche pagina. Poi tre colpi partiti da dietro lo trafissero. Uno gli sfregiò il volto. Un agguato mafioso, alle spalle.

Muore così Costa: dissanguato. A terra. Solo. Nel pieno centro della città. Dirà un testimone che il killer era giovane, guidava una motocicletta.

Vent’anni dopo Rita Bartoli disse: “In tutti questi lunghi, amari anni ho preferito tacere su quanto mi bruciava dentro, gelosa dei miei sentimenti e della appartenenza del mio dolore, delle mie emozioni: i sentimenti e le reazioni ho pensato appartenessero solo a me stessa e non potevano essere oggetto né di commiserazione dai parte dei probi, né di soddisfazione da parte dei reprobi”.

Rita era la vedova del magistrato Gaetano Costa. Donna Rita. Così la chiamavano i suoi amici più stretti. Parlò con compostezza unica. Scrisse un libro – Una storia vera a Palermo – per raccontare a figli e nipoti della Sicilia e dell’Italia una storia d’amore verso quel marito lasciato solo in vita così come da morto.

Il silenzio cala sin da subito sulla figura di quel procuratore integerrimo di cui – verrà scritto – si poteva comprare solo la morte. Gaetano Costa prima di essere procuratore, fu partigiano. Iscritto da giovane al Partito Comunista, quando ritornò nelle aule di giustizia, prima a Caltanissetta poi a Palermo, consegnò la tessera di partito. “Mai venne influenzato dalle sue idee politiche nel corso del suo lavoro. Non avrebbe mai pensato di fondare un partito una volta finito il suo percorso di magistrato, o di aderire a un partito mentre era in carica”, disse poi, donna Rita.

Costa capì come fosse cambiata la mafia. Di fronte alla Commissione Parlamentare, raccontò di come Cosa Nostra ormai si fosse radicata nei settori pubblici, controllasse gli appalti e li gestisse a proprio piacimento. La mafia era imprenditrice, quella dei “colletti bianchi”, non di lupare altre amenità. Ovviamente, per contrastarla occorreva seguire le tracce – ben poche – del denaro sporco, fiume sommerso nelle banche compiacenti.

Nel 1978 Gaetano Costa diventò Procuratore capo a Palermo. Era già consapevole delle difficoltà a cui sarebbe andato incontro: “Vengo in un ambiente dove non conosco nessuno, sono distratto e poco fisionomista. Sono circostanze che provocheranno equivoci. In questa situazione è inevitabile che il mio inserimento provocherà anche dei fenomeni di rigetto. Se la discussione però si sviluppa senza riserve mentali, per quanto vivace, polemica e stimolante, non ci priverà di una sostanziale serenità. Ma ove la discussione fosse inquinata da rapporti d’inimicizia, d’interlocutori ostili e pieni di riserve, si giungerà fatalmente alla lite”.

Avrebbe raccontato donna Rita: “Solitamente per i posti direttivi, dopo la decisione del Csm, si era soliti dare l’anticipato possesso del posto al quale si era designati, per evitare che un ufficio direttivo rimanesse senza la presenza del capo per i tempi lunghi dell’iter burocratico. Il Procuratore generale dell’epoca, il dottor Pizzillo, non aveva fatto mistero di non avere nessuna intenzione di sollecitare il Csm, non preoccupandosi affatto di lasciare una Procura calda come quella di Palermo senza il Procuratore capo designato, affidandola per un periodo così lungo a un Procuratore aggiunto, buono per tutte le stagioni, di cui preferisco non fare il nome per carità di patria…”.

Gaetano Costa, però, non era tipo da lasciarsi turbare. Anzi. Si fidava di pochi: il capo dell’Ufficio Istruzione, Rocco Chinnici, e l’altro grande amico, il giudice Cesare Terranova. Aveva preso in mano l’indagine avviata prima da Boris Giuliano, ammazzato nel 1979, e proseguita da Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri di Monreale, ucciso anche lui, il 4 Maggio del 1980. Il tema dell’indagine era il traffico di droga gestito dalle famiglie importanti, quelle della Palermo altolocata: Spatola-Inzerrillo-Gambino. Il connubio tra Cosa Nostra siciliana e quella americana.

C’erano quaranta persone da arrestare. Il 9 Maggio del 1980 all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo, il procuratore Costa presentò le carte da firmare ai suoi sostituti, Pietro Grasso e Giusto Sciacchitano, che si rifiutarono di firmare.

Racconta il figlio Michele Costa: Per proteggere i suoi ragazzi firmò da solo tutti i provvedimenti quando capì che alcuni avvocati avevano avuto garanzie sul mancato sostegno da parte dei pm. Sciacchitano, lo stesso giorno, andò dall’avvocato Fileccia dicendo che aveva firmato tutto lui”.

Quel procuratore integerrimo, lasciato solo dai suoi stessi colleghi, continuò senza batter ciglio il proprio lavoro. Il 14 Luglio del 1980 ordinò alla Guardia di Finanza alcune indagini ad ampio raggio sugli intrecci economici tra mafiosi e complici collusi, in tutta Italia. Sperava di trovare una soluzione agli assassinii dell’On. Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, e del giudice Cesare Terranova, caduti nel 1979. Ad occuparsi delle indagini fu il il colonnello Pascucci di Firenze. Pochi giorni dopo l’inizio delle indagini, la moglie di Pascucci fu avvicinata da un individuo che le consigliava di dire al marito di non indagare troppo affondo. Dopo la morte di Costa, l’indagine cadde nel vuoto perché Pascucci venne trasferito, apparentemente senza motivo. Al suo posto fu messo il colonnello Mola. Al processo di Catania, sulla morte di Costa, emerge allora la presenza della loggia massonica P2, come confermerà lo stesso Pascucci: “Circa l’ingerenza della P2 nel mio trasferimento posso motivarlo in relazione al fatto che la P2 di Licio Gelli aveva in Arezzo la sua sede operativa e che il comandante generale della Guardia di Finanza generale Giannini risultò poi essere un’aderente a tale loggia massonica (tessera n. 832); probabilmente avevo messo le mani su qualche cosa che non andava toccato. Il generale Giannini mi telefonò direttamente – anche ciò è insolito – dicendomi che dovevo andare via da Firenze […]il passaggio di consegna tra Mola e me avvenne in mezz’ora”.

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Gaetano Costa, un procuratore “affidabile” – così doveva essere un magistrato secondo lo stesso Costa – che a Palermo cercava di combattere la mafia. Fu ucciso per vendetta per gli arresti firmati in totale solitudine? O per “altro” volere?

Non restano che dubbi. E una storia, come ne esistono tante, ma non una qualsiasi. È quella di Gaetano Costa, il procuratore di Palermo che “doveva” essere ammazzato.

Ad oggi esecutore e mandanti del suo omicidio sono ignoti.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 24 luglio 2017)

Segui Francesco Trotta su Facebook

Immagini tratte da Google Immagini.