Francesco Marcone. Una traccia per la verità

31 marzo 1995. La primavera ha da poco iniziato a dischiudere i suoi odori freschi e pungenti e a risvegliare i desideri sopiti, ma per Francesco Marcone le magnolie saranno foriere di morte.

Aveva cinquantasette anni ed era il responsabile dell’Ufficio del Registro di Foggia.

Una vita dedita alla cura della propria famiglia e a quel suo lavoro di funzionario statale. Un lavoro a cui Francesco si consacrava alacremente, con un senso innato della giustizia che brillava a mo’ di sigillo.

Anche quel giorno stava tornando dai figli e dalla moglie, in una traversa di corso Roma, dopo una giornata passata a vagliare carte e prendere appunti, il passo svelto di chi è immerso nei propri pensieri e affida all’automatismo delle proprie gambe il rientro.

Due colpi secchi diretti alla nuca, partiti da una revolver calibro 38, ne congeleranno per sempre i passi e i pensieri. Sotto gli occhi attoniti della figlia dall’altra parte dell’androne di casa. Francesco Marcone aveva avuto la colpa di aver presentato, il 22 marzo, un esposto alla Procura della Repubblica per denunciare un giro di truffe, da parte di finti mediatori che promettevano il disbrigo di pratiche d’ufficio sotto pagamento.

Aveva osato portare avanti il suo ruolo di funzionario pubblico onestamente, senza tradire i valori a cui aveva aderito da tutta una vita.

Appena scoperto il giro malavitoso non aveva infatti esitato un secondo a far uscire il comunicato:«L’ufficio non si avvale di figure intermediarie ma provvede alle comunicazioni ed alle notifiche direttamente ai soggetti interessati».

Comunicato che non solo ci aveva visto giusto sul giro di malaffare, ma che aveva affondato pedine molto più vicine di quello che ci possiamo immaginare Francesco avesse figurato in vita: durante l’inchiesta per la sua morte verrà infatti arrestato, per tentata concussione e falso, il Direttore dell’Ufficio Tributi di quello stesso Comune di Foggia dove Francesco lavorava, Elio Affatato, e a luglio toccherà a Stefano Caruso, Direttore Regionale delle Entrate per la Puglia ( a cui verranno contestati i reati di concorso in abuso d’ufficio, rivelazioni di segreto d’ufficio ed evasione fiscale).

Su Caruso gravava inoltre il sospetto di aver favorito due imprenditori (Antonio Marinari e Salvatore Spezzati) per evitare il pagamento di un’imposta di oltre due miliardi per la cessione di un’azienda sul cui terreno si sarebbero dovuti edificare palazzi.

Malgrado i pezzi complementari di questo puzzle giudiziario, il 17 luglio dell’anno successivo, viene notificata alla famiglia la richiesta di archiviazione dell’inchiesta per insufficienza di elementi.

Così nel 1998 il caso è archiviato. Gli avvisi di garanzia però non si esauriscono, proseguono tenaci la loro denuncia: falsità materiale, soppressione di atti, uso abusivo di sigilli e truffa aggravata; le accuse sono indirizzate all’imprenditore Sarni, a due impiegati del Registro e a un notaio.

Nel 1999 giunge la presentazione di una istanza di riapertura delle indagini con l’indicazione di circostanze significative per l’individuazione dei moventi dell’assassinio: il procedimento viene riaperto ma è indirizzato contro ignoti. L’altalena non si arresta ancora, nel luglio dell’anno seguente arriva una nuova richiesta di archiviazione.

La famiglia Marcone ribolle di rabbia e di dolore, fa sentire la propria voce con forza, finché nel marzo 2011, a quasi sei anni dall’omicidio, ottiene la proroga delle indagini da parte del Gip per altri sei mesi.

Emergono qui altri importanti elementi, come il nome di chi avrebbe fornito l’arma del delitto: Raffaele Rinadi, che fa giusto in tempo a essere raggiunto da un avviso di garanzia per concorso in omicidio, per morire in un incidente stradale sospetto, nel febbraio del 2002.

Infine nel 2004 il caso viene archiviato, senza un reale colpevole, senza arresti. Una vittima rimasta senza giustizia, ignoti l’esecutore materiale come il mandante dell’omicidio di Francesco Marcone (grazie anche forse a quella misteriosa sparizione di Rinaldi).

Francesco ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile, gli sono state intitolate la via dove è ubicato l’ingresso dell’Agenzia delle entrate, la Scuola di Pubblica Amministrazione della provincia di Foggia, e infine, il 21 marzo del 2013, l’Amministrazione Comunale ha voluto dedicargli una piazza.

Una piazza che ospita al centro un monumento imponente, stentoreo, ma che ospita due fori: a simbolizzare i due colpi partiti da quella revolver, nella mani di un criminale di cui non arriveremo forse mai a conoscere l’identità. L’iscrizione recita: “non si costruisce giustizia senza verità”.

Parole che ricalcano quelle straziate della figlia Daniela: “La verità ridà dignità ad un’intera comunità. Quindi, forse, bisogna riprendere a lavorare per la verità”.

Bisogna riprendere a lavorare per la verità: anche quando l’omertà sembra schiacciante, anche quando gli occultamenti e i depistaggi sembrano avere quasi il carattere di una fatalità. Per non piegarsi, per restare liberi, come Francesco Marcone avrebbe voluto.

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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