Francesco Fortugno. Un “semplice” omicidio di ‘Ndrangheta

Cinque colpi di una calibro 9×21 freddano l’allora vicepresidente del Consiglio Regionale calabrese, Francesco Fortugno, di 54 anni. È l’evento nefasto che desta l’Italia il 16 ottobre 2005. Da Locri, una cittadina di 12.000 abitanti, con una storia antica che risale alla Magna Grecia.

L’omicidio avviene nell’androne di Palazzo Nieddu del Rio in corso Vittorio Emanuele, seggio delle primarie dell’Unione.

Francesco Fortugno, primario in aspettativa al pronto soccorso di Locri, dove lavorava anche la moglie Maria Grazia in qualità di vice direttrice sanitaria, aveva appena depositato il suo voto per eleggere il leader della coalizione di centrosinistra, quando il killer gli spara da distanza ravvicinata.

Carriera medica ed impegno politico scandiscono la breve vita di Francesco Fortugno. Dopo la laurea in medicina nel 1975, esercita la professione di primario ospedaliero a Reggio Calabria.

Eletto al consiglio comunale del paese natio, Brancaleone, con la Democrazia Cristiana, entra nelle fila del Partito Popolare di Gerardo Bianco per poi approdare alla Margherita.

Proprio col gruppo di Francesco Rutelli, alle elezioni regionali del 2001, Fortugno assume la carica di consigliere subentrando a Luigi Meduri. Nell’aprile 2005, sei mesi prima del suo assassinio, il medico calabrese viene eletto nuovamente al Consiglio Regionale, sotto la presidenza di Agazio Loiero.

Ma chi ha ucciso Francesco Fortugno?

La sentenza del giudice Olga Tarzia della Corte d’assise di Locri, emessa il 2 febbraio 2009, tra le veementi polemiche dei familiari degli imputati, condanna all’ergastolo quattro individui: Alessandro Marcianò, 55enne caposala dell’ospedale locrese e il figlio Giuseppe, 28 anni, infermiere nel medesimo nosocomio, quali mandanti dell’omicidio; Salvatore Ritorto, 27 anni, quale esecutore materiale e il suo coetaneo, Domenico Audino. quale fiancheggiatore a guida dell’auto che trasportava il killer.

Il 21 marzo 2006 il gip del Tribunale di Reggio Calabria emetteva nove ordinanze di custodia cautelare per l’omicidio di Francesco Fortugno, quattro delle quali raggiungevano esponenti della criminalità calabrese già detenuti.

Tra gli accusati, oltre al killer di Fortugno Salvatore Ritorto, anche Vincenzo Cordì, capogruppo della cosca locrese impegnata sin dagli anni ’70 in una sanguinosa faida con i rivali Cataldo.

Tre mesi dopo, nel maggio 2006, venivano individuati i mandanti in Alessandro e Giuseppe Marcianò.

Affianco ai loro nomi compare quello di Domenico Crea, di cui i Marcianò sono membri dell’entourage politico.

Crea, uomo vicino ai boss della ‘Ndrangheta e primo tra i non eletti nella lista della Margherita, proprio grazie all’eliminazione del vicepresidente calabrese, riceve un’involontaria promozione.

Nel 2008 viene arrestato e condannato nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità” che ruotava attorno al caso dell’accreditamento della sua clinica privata “Villa Anya”.

Favoreggiamenti, faide fra cosche rivali, risentimenti personali, il pericolo che le resistenze di un uomo onesto potessero guastare gli intrecci tra mafia e politica, in particolare la gestione della sanità calabrese (bloccando l’affidamento di appalti già segretamente aggiudicati alla criminalità per la costruzione di una infrastruttura o per la gestione di un servizio).

É questo lo scenario torbido che si presenta agli inquirenti impegnati ad indagare all’indomani dell’omicidio di Francesco Fortugno.

Queste sono le indiscrezioni che avvolgono la vicenda e che non hanno ancora trovato risposte chiare e definitive.

Così come non ha ancora trovato un risvolto esaustivo e soddisfacente il caso di Vincenzo Cotroneo, calciatore del Locri ucciso nel marzo 2006 prima che potesse testimoniare su elementi trasversalmente legati a Fortugno ed al suo assassinio.

Il 28enne, che gestiva assieme al padre un circolo sportivo, a Bianco, un comune del reggino, era stato vittima di un atto intimidatorio.

Qualche mese prima vennero infatti sparati dei colpi contro la saracinesca del circolo proprio con quella stessa calibro 9×21 usata nell’ottobre successivo per eliminare lo “scomodo” Francesco Fortugno.

Se la vicenda, pur ingarbugliata e non priva di zone buie, si è conclusa dal punto di vista giuridico nel 2011 con la conferma da parte della corte d’appello di Reggio Calabria delle condanne emesse nel 2009, di certo così non si può dire della più ampia questione ‘Ndrangheta.

Ed è forse e principalmente per questo motivo che va ricordata la morte di Francesco Fortugno.

Ass. Antimafia Ammazzateci tutti

All’indomani di quel 16 ottobre nascono associazioni antimafia, si aprono inchieste ed investigazioni, i pentiti cominciano a parlare.

Nomi di comuni calabresi prima sconosciuti ai più cominciano a popolare i notiziari e diventare familiari: Gioia Tauro, Rosarno, Africo, Platì. Il termine ‘ndrangheta entra di diritto nel codice penale all’articolo 416bis.

L’omicidio Fortugno ha aperto le porte sull’inferno della criminalità calabrese, cui non si deve guardare come ad un parente minore della mafia siciliana: è un’associazione a sé stante, con i suoi uomini, le sue leggi, i suoi rituali di affiliazione. Ha la sua giustizia fondata sull’onore e i legami di sangue; i suoi traffici affondano i denti nelle arterie statali oscillando abilmente tra legalità ed illegalità, protetti dal voto omertoso dei suoi adepti.

La criminalità organizzata è uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria nostrana. Un esempio di eccellenza italiana, se vogliamo.

E, sembrerà scontato, ma dopo che ha fatto finalmente parlare di sé e colto l’attenzione dei media, continuare a parlarne è un dovere civico che spetta a tutti.

Silvia Bortoletto

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

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