Emanuele Piazza il cacciatore di latitanti

Emanuele Piazza. Si fa fatica a parlare, ancora oggi, di quel ragazzo. Come se il mare avesse eroso pure la memoria. Quella villa affacciata sul porto, un piccolo golfo con acqua apparentemente cristallina, la si vede a distanza di chilometri, puntino colorato da indicare col dito, ma piano, con una certa deferenza.

Come se ci fosse paura che anche le onde potessero far vedere gesti o far udire parole ad orecchie indiscrete. Eppure è una storia di quasi trent’anni fa. Trent’anni come l’età in cui morì Emanuele. Nome d’azione “topo”. Capelli scuri – come gli occhi – portati un po’ spettinati. Alto. Di bell’aspetto. Emanuele apparteneva ad una importante famiglia della Palermo centro. I Piazza. Suo padre, Giustino, è ancora oggi un noto avvocato del foro del capoluogo siciliano.

Fin da piccolo, quindi, Emanuele assapora una certa cultura, quella del diritto e della legge, certo che la strada da seguire fosse stata quella della giustizia. E non senza legittime aspirazioni e sogni, come li ha chiunque di noi. Divenuto poliziotto, voleva di più. Lui non era solo uno sbirro.

E quella Palermo, amara e crudele, era il palcoscenico in cui allora si combatteva la guerra tra Stato e Mafia. Una guerra sporca perché i nemici – almeno per chi fosse stato dal lato onorevole della battaglia – si annidavano dentro quelle stesse Istituzioni che combattevano Cosa Nostra.

“Diventerai uno di noi” gli dicevano gli emissari dei Servizi Segreti, che lo corteggiavano come si fa con una bella donna, con promesse che però non sarebbero mai state mantenute. “Ti assumeremo se ci catturi uno di questi qui” e intanto appoggiavano la lista degli allora latitanti mafiosi più pericolosi sulla scrivania.

Su tutti spiccava il nome di lui, il capo, u curtu, Salvatore Riina, per gli amici degli amici Zu’ Totò. Riina era quello che aveva prima fatto la guerra per prendersi Cosa Nostra e farla sua. E poi aveva alzato il tiro.Scannamu Falcone” era l’imperativo categorico. Il giudice che lo aveva fatto condannare – anche se in contumacia – al Maxi-processo doveva morire.

E in quella guerra sporca, fatta di infami e attentati, di solitudine e di eroi, i giovani palermitani che ci credevano, quelli animati da un alto senso dello Stato e un briciolo di sana incoscienza, schierati tra le fila della giustizia, erano come carne da macello. Prima di Emanuele, morì Vincenzo. Nell’agosto dell’89. Prima ancora ci fu il fallito attentato dell’Addaura. Vittima designata sarebbe dovuto essere proprio Giovanni Falcone.

Emanuele tra l’89 e il febbraio del ’90 fu cacciatore di latitanti. Illuso che ci fosse un futuro ad attenderlo. In quel piccolo borgo di pescatori che è Sferracavallo, tutti sapevano e tutti parlavano, ma sottovoce, senza farsi sentire. E porre domande per cercare risposte fu la sua condanna a morte.

Fatto sparire una sera di marzo, il suo corpo – si disse – fu sciolto nell’acido. Non un segno di scasso fu rinvenuto in quella villetta che si affaccia sul mare. Emanuele Piazza aprì la porta ai suoi assassini. Li conosceva. Era loro “amico”. Perché il confine tra bene e male spesso non è così chiaro come sembra. Perché – come insegnava Beppe Montana – se vuoi fare il poliziotto, tu devi parlare con i mafiosi o con i loro amici. Ti devi far raccontare tutto per capire meccanismi e conoscere situazioni. Perché, alla fin fine, tutti sanno. E tutti parlano.

Alcuni assassini sono stati condannati – chi all’ergastolo chi a trent’anni. C’è stato anche chi è stato assolto. Nessun esponente dei Servizi ha pagato. Lo Stato Italiano si è auto-assolto. Dall’enorme responsabilità di aver mandato a morire un suo figlio. Un ragazzo. Si chiamava Emanuele Piazza. Faceva il cacciatore di latitanti.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

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