Emanuele Basile. Il Capitano dei Carabinieri di Monreale

A Monreale, cittadini e forestieri più attenti, persi ad ammirare la bellezza di una città che non si esaurisce nel solo Duomo, avranno fatto caso ad una targa commemorativa che reca scritto il nome di Emanuele Basile, Capitano dei Carabinieri. Vittima innocente di mafia; ucciso il 4 maggio 1980. Basile, nato in Puglia, a Taranto, era arrivato nella città della provincia di Palermo dopo una rapida carriera nell’Arma.

E qui era arrivato in qualità di pretore anche Paolo Borsellino che con Basile avrebbe condiviso una certa “vicinanza” di intenti: quelli per lo Stato e per la giustizia.

In effetti c’è un’altra targa che ricorda questo passaggio, installata sulla palazzina occupata dal futuro giudice: “In questa pretura ha svolto la funzione di pretore il dott. Paolo Borsellino, procuratore della Repubblica ucciso unitamente alla scorta in data 19 luglio 1992 dalla vile mano mafiosa. La città di Monreale ne ricorda le grandi doti di saggezza e di equilibrio nell’amministrazione della giustizia. 18 luglio 1994”.

Non solo, l’ufficio della Pretura era alle spalle della stazione dei Carabinieri di Monreale guidata proprio da Emanuele Basile. Borsellino, arrivato in città a ventinove anni, sarebbe rimasto lì per altri sei anni e con il Capitano il rapporto lavorativo si sarebbe trasformato anche in stima e affetto reciproci.

La morte del Capitano.

La notte tra il 3 il 4 maggio 1980, Basile, insieme alla moglie e alla figlioletta di quattro anni che teneva in braccio, addormentata, stava tornando in caserma dopo aver assistito ai festeggiamenti del Santo Patrono.

Nell’ordinanza di rinvio a giudizio del 1981, curata da Paolo Borsellino nei confronti di Armando Bonanno, Giuseppe Madonia e Vincenzo Puccio – i tre sicari di Cosa Nostra – leggiamo la ricostruzione dell’accaduto: “Alle ore 1.40 del 4 maggio il Capitano Emanuele Basile, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, dopo aver partecipato ad un ricevimento offerto presso quel Municipio in onore del Santo Patrono della città, percorreva a piedi, unitamente alla moglie Silvana Musanti ed alla figlia Barbara, che teneva in braccio, la via Pietro Novelli, diretto al suo alloggio, presso la sede del Comando. Allorché era giunto già nelle vicinanze della caserma, due individui a viso scoperto gli esplodevano contro, alle spalle ed a ravvicinata distanza, numerosi colpi di rivoltella calibro 38, colpendolo al torace e al capo. Altro colpo, diretto verso la Musanti, veniva fortunatamente deviato da una borsetta che la donna teneva a tracolla. Gli aggressori quindi si allontanavano di corsa, raggiungendo un’autovettura A112, parcheggiata nelle vicinanze della caserma, che prontamente avviatasi, imboccava la strada provinciale in direzione di Pioppo[…]. Frattanto il Capitano Basile veniva soccorso ed accompagnato dapprima presso la Clinica Ingrassia di Palermo e quindi presso l’Ospedale civico regionale, ove, a causa delle gravi ferite riportate, decedeva intorno alle ore cinque del mattino”.

Il ricordo di quella tragica sera procede ora con quanto troviamo scritto nell’ordinanza del Maxi processo: “Nella stessa notte i Carabinieri di Monreale procedevano, a pochi chilometri di distanza dal centro abitato, all’arresto di tali Giuseppe Madonia, Vincenzo Pucco ed Armando Bonanno, sorpresi in sospette circostanze ed in condizioni tali da far con certezza ritenere si fossero poco prima dati alla fuga a piedi lungo la campagna circostante Monreale, nei cui pressi era stata rinvenuta l’auto con la quale i malviventi si erano subito dopo l’omicidio allontanati. I tre davano risibili giustificazioni in ordine ai loro movimenti e fornivano, comunque, alibi risultati falsi. Venivano incriminati per l’omicidio dell’ufficiale, il tentato omicidio della moglie Silvana Musanti e vari reati connessi […]. Dopo complesse vicende dibattimentali i tre imputati venivano assolti dalla Corte di Assise per insufficienza di prove ed immediatamente scarcerati”.

Da quest’estratto possiamo già intuire una caratteristica – purtroppo non unica, che si sarebbe ripetuta in altre vicende giudiziarie – circa la difficoltà di poter condannare gli esecutori del delitto Basile.

Infatti, nonostante la testimonianza della moglie Silvana, i tre mafiosi sarebbero stati in primo grado assolti. E, nonostante in appello la sentenza fosse stata ribaltata, con la condanna all’ergastolo, in Cassazione, nuovamente, Bonanno, Puccio e Madonia sarebbero stati assolti per “vizi di forma”, secondo quanto stabilito dal giudice Corrado Carnevale, soprannominato appunto “l’ammazzasentenze”.

Processo da rifare, dunque. Nuovamente condannati dal giudice Antonino Saetta, poi ucciso nel 1988, la Cassazione avrebbe ancora annullato la sentenza di appello per difetto di motivazione. Sarebbe servito un altro processo, il settimo, per condannare all’inizio degli anni Novanta, precisamente nel 1992, almeno i mandanti: Totò Riina e Francesco Madonia, mentre per Michele Greco, soprannominato “il Papa”, anche lui a giudizio coi predetti, il processo sarebbe continuato con un nuovo rinvio in appello e poi nuovamente in Cassazione, alla fine dello scorso secolo; tant’è che possiamo leggere ancora nel 1999 un articolo su “La Repubblica” in cui si parla del “caso Basile”, simbolo dei processi aggiustati, del caso che non deve finire mai.

Almeno i mandanti, appunto. Perché intanto Bonanno sarebbe sparito per “lupara bianca” e il suo corpo non sarebbe più stato ritrovato, mentre Puccio sarebbe stato ucciso in carcere nel 1989 a colpi di bistecchiera.

Perché era stato ucciso Emanuele Basile? Il Capitano dei Carabinieri aveva raccolto l’eredità di Boris Giuliano, ucciso nel 1979. L’eredità consisteva nell’indagine sul traffico di stupefacenti che coinvolgeva le famiglie mafiose della provincia palermitana, indagate con l’allora innovativa ipotesi di un’organizzazione unica – la mafia, appunto, che ancora non esisteva come reato nel nostro codice penale – capace di fare affari con le altre famiglie criminali d’oltreoceano.

Non a caso, il 6 febbraio 1980, venivano arrestati alcuni componenti della cosca di San Giuseppe Jato, il mandamento alleato ai “Corleonesi” e centrale nella strategia di Totò Riina per impossessarsi di Cosa Nostra. Leggiamo, sempre nell’ordinanza del “Maxi: “Trascorso qualche mese tuttavia le indagini subivano una decisiva svolta. Il capitano Emanuele Basile […] il quale sin dal 25 luglio 1979, occupandosi della scomparsa dei fratelli Melchiorre e Giuseppe Sorrentino, risalente all’inizio di quel mese, aveva chiesto alla Procura della Repubblica di Palermo l’emissione di provvedimenti tendenti ad accertare la consistenza patrimoniale e le disponibilità bancarie dei Di Carlo, del Gioè, del Marchese e del Vanni Calvello, provvedeva autonomamente, in data 6 febbraio 1980, all’arresto di Giulio e Andrea Di Carlo, Salvatore e Giuseppe Lo Nigro, Giuseppe Cusimano e Giacomo Bentivegna, alla denuncia del Gioè e del Marchese […], e di Leoluca Bagarella […], nonché alla denuncia in stato di irreperibilità di Francesco Di Carlo, loro addebitando di essere i componenti di vasta associazione per delinquere con ramificazioni ad Altofonte e a Palermo, alla cui attività dovevano farsi risalire anche numerosi omicidi in quel periodo in Altofonte verificatisi”. E ancora nell’ordinanza si legge: “Nell’aprile 1980 il Giudice Istruttore ed il P.M., accompagnati dal Capitano Basile, si recavano nel comune di Medicina (Bologna), dove venivano escussi in qualità di testi tali Giacomo Riina e Giuseppe Leggio. […] Contestualmente, a cura del Capitano Basile, veniva eseguita perquisizione presso le loro abitazioni in Medicina e Budrio. Veniva in casa di Riina sequestrata ampia documentazione comprovante i suoi rapporti con i Di Carlo e con il loro congiunto Benedetto Capizzi, sicché, con il rapporto del 22 aprile 1980, a firma del Capitano Basile, il Riina e il Capizzi venivano anch’essi denunziati per il reato di associazione per delinquere e colpiti con da mandato di cattura con il quale tale delitto veniva loro contestato”.

Nell’ordinanza, quindi, si evince l’importanza dell’attività investigativa svolta da Basile e si sottolinea nelle successive righe anche il legame tra l’attività dello stesso Capitano e quella di Giuliano: “Col rapporto del 22 aprile 1980 usciva di scena il Capitano Basile, fino ad allora infaticabile animatore delle indagini iniziate il 7 luglio 1979 dal dr. Giorgio Boris Giuliano”. Basile si era affrettato a consegnare il rapporto al suo amico giudice, Paolo Borsellino; il quale, dopo l’omicidio del Capitano, avrebbe detto malinconicamente e non senza emozione: “Non possiamo gettare la spugna. Sennò facciamo il gioco dei mafiosi”.

La notte del 4 maggio, Borsellino, appreso al telefono dell’omicidio di Basile, era scoppiato a piangere nella sua intimità. Fu quella la prima volta che la moglie Agnese lo vide piangere. Fu allora che per il Giudice iniziò una vita sotto scorta.

Sopravvivere alla morte di un marito e di un papà. “È colpa mia se adesso è morto”. Sono queste le parole che una bimba non dovrebbe mai pronunciare e non non vorremmo mai ascoltare, specialmente se dirette al tragico ricordo dell’omicidio del proprio genitore. “Mamma, è stata colpa mia. Non ho avvertito in tempo papà, non ce l’ho fatta a dirgli che doveva scappare”. Barbara quella notte era in braccio al papà, con la testa appoggiata sulla sua spalla. Assonnata, vide probabilmente quegli uomini avvicinarsi al Capitano Basile, estrarre le armi. Vide… ma probabilmente non avrebbe mai potuto immaginare che quegli uomini erano assassini, che quelle armi erano strumenti di morte.

Si incolpava, la piccola Barbara, di non aver fatto abbastanza.

Eppure dopo l’omicidio del padre, la bambina, che aveva ancora la polvere da sparo sulla manina, non parlò per tre giorni, non proferì nulla. I mafiosi non la colpirono per puro caso; ma i proiettili la sfiorarono. Poi una notte avrebbe confessato alla madre quel dubbio atroce, quella colpa che non avrebbe mai potuto avere. E sarebbe stata la mamma a placare la sua innocente angoscia, spiegandole che i proiettili corrono più veloci delle gambe. Neppure al funerale del padre le fu detta la verità e quando chiedeva dove fosse papà, la mamma le rispondeva che lui aveva solo piccole ferite, che lo stavano curando. Che sarebbe tornato presto…

Silvana e Barbara, moglie e figlia di Basile, andate via da Palermo, ancora oggi non hanno più messo piede in Sicilia. A Monreale, pochi giorni dopo la sua morte, sarebbe giunto Mario D’Aleo. Anche lui sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra nel giugno del 1983, insieme ai Carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. Aveva ventinove anni e si sarebbe sposato presto.

Francesco Trotta

Segui Francesco Trotta su Facebook

Immagini tratte da Google Immagini