Don Cesare Boschin e l’insoluto mistero della sua morte

Il 29 marzo 1995 Don Cesare Boschin viene trovato morto nel suo letto, a Borgo Montello in provincia di Latina. Braccia e gambe legate “a capretto”, una corda attorno al collo, diversi lividi su tutto il corpo, mascella e costole spezzate. L’autopsia stabilì come causa del decesso  il soffocamento causato dalla protesi dentale ingoiata in seguito alle percosse.

Fin da subito le indagini si orientarono verso la pista della rapina andata male, per conto di un gruppo di tossicodipendenti di un centro di recupero del paese vicino. Ma, dalla stanza di Don Cesare, non mancavano altro che i suoi due diari. Il crocifisso in oro, i soldi delle donazioni e cinque milioni di lire trovati successivamente nascosti in un armadio, erano ancora tutti nella stanza della canonica. È evidente che ciò che più premeva ai suoi aguzzini non fosse altro che il suo silenzio, la cancellazione di ogni sua memoria.

Uomo di carità e prodigo nell’aiutare i più bisognosi, Don Cesare Boschin fu un punto di riferimento per i suoi parrocchiani durante la guerra. Nel 1950 accettò di mettersi a capo della parrocchia di Le Ferriere e in particolare ne seguì la ricostruzione della chiesa. Successivamente gli fu affidata anche l’adiacente parrocchia di Borgo Montello, popolata da emigrati veneti proprio come lui.

Egli infatti era originario di Trebaseleghe, in provincia di Padova. Vi fondò l’Azione Cattolica e, grazie ai suoi contatti a Roma con esponenti della Democrazia Cristiana, aiutava i suoi parrocchiani a trovare lavoro.

Fu proprio a queste personalità che Don Cesare Boschin si rivolse le settimane prima della sua uccisione, per chiedere loro aiuto per una questione di traffico di rifiuti tossici nelle terre della sua parrocchia.

Da qualche tempo ormai, nella sua canonica era attivo un comitato civico di cittadini che si prodigava per far luce sulla questione. Quando Don Cesare fu trovato morto, il messaggio che arrivò ai parrocchiani fu chiaro tanto che il comitato si sciolse e nessuno approfondì oltre la questione.

Nel 2009 è stato Don Ciotti a chiedere la riapertura del caso proprio all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con l’appoggio dell’Azione Cattolica, dell’Agesci e dei cittadini di Borgo Molino che credevano nel coinvolgimento della Camorra con il traffico illecito di rifiuti. Come prove a loro sostegno le dichiarazioni dei numerosi pentiti.

Il modus operandi legato alla morte di Don Cesare Boschin è un linguaggio che chiaramente rimanda al sistema mafioso. Un omicidio tanto efferato quando ancora insoluto.

(Articolo originariamente pubblicato il 25 marzo 2018)

Marta Bigolin – Cosa Vostra

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