Daphne Caruana Galizia. Storia di una giornalista coraggiosa

L’immagine migliore che possiamo conservare di Daphne Caruana Galizia, giornalista assassinata il 16 ottobre del 2017, è quella delle sue dita che scivolano febbrilmente sulla tastiera del suo portatile. Le dita di una donna forte, coraggiosa, caparbia, che non aveva paura di alzare la voce, anche a costo di inimicarsi le personalità politiche più eminenti del proprio Paese.

Era titolare dell’inchiesta “Maltafiles”, filone dello scandalo conosciuto come “Panama Papers – cominciato con un “leak” di documenti riservati provenienti dallo studio legale Mossack Fonseca, che aveva consentito di svelare i depositi su conti off-shore di esponenti politici e imprenditori delle classi dirigenti di mezzo mondo (a quel leak aveva contributo anche Daphne).

Ma si occupava anche di molti altri casi: come quello dei cosiddetti passaporti d’oro; i documenti venduti a cittadini stranieri senza controlli o a individui coinvolti in attività illegali. Indagava sui traffici illeciti, come l’acquisto da parte di Malta del gas proveniente dall’Azerbaijan a costi fuori mercato. Quindi il riciclaggio di denaro sporco: Malta, tristemente divenuta crocevia della finanza nera internazionale, operava per mezzo di una banca di proprietà iraniana e clientela russa e azera, la “Pilatus, che aveva una propria filiale sull’isola.

Le inchieste di Daphne non passavano inosservate: l’additavano come “strega” da bruciare, l’avevano trascinata quarantasei volte in tribunale per diffamazione, le congelavano i conti in banca. Il “potere” che dirigeva i fili di queste trame criminali aveva da tempo intuito la pericolosità della giornalista: le sue parole taglienti, come solo quelle che dicono il vero sanno esserlo, facevano paura.

Ed è per questa paura, per questa codardia che l’hanno fatta saltare in aria. Nella campagna di Bidnija: con un’autobomba di mafiosa memoria, triste ma loquace simbolo di quelle “morti eccellenti” che i criminali vorrebbero far sparire per sempre tra le fiamme e il fumo, nell’illusione vana di poterne fare svaporare per sempre la voce.

Voci che non si spengono mai nel clamore di quelle fiamme terrene e passeggere, come non si è silenziata quella di Daphne: emblematico in questo senso è il Daphne Project, progetto che ha accomunato 45 inviati da 18 testate internazionali (tra cui La Repubblica), coordinati dall’organizzazione francese “Forbidden stories” (impegnata da sempre a riannodare le fila di inchieste cadute nell’oblio a causa dell’assassinio o dell’incarcerazione dei giornalisti), alla scopo di portare alla luce le tracce illuminate dalla giornalista durante le sue inchieste.

E in cinque mesi il reportage ha raccolto elementi fondamentali contro quelle personalità ai vertici politici che Daphne aveva coraggiosamente additato come colpevoli degli atti illeciti perpetrati nell’isola: come Keith Schembri e il ministro del Turismo Konrad Mizzi, figure chiave del governo di Joseph Muscat, che avrebbero ricevuto, nel 2015, attraverso la società “17 black, pagamenti dall’Azerbaijan per 1 milione e 600 mila dollari. Triangolati grazie a un intreccio di banche e società offshore, tra Malta, le Seychelles, Dubai e Panama.

Storie ben sommerse e occultate a cui Daphne aveva cominciato a lavorare. Vane le smentite di Joseph Muscat: “La storia della Pilatus è una grande menzogna”. denunciava. Così come negava le opacità del programma di vendita dei passaporti e il lassismo nei controlli antiriciclaggio. Smentite futili perché dall’altra parte c’era Daphne, che lavorava giorno e notte ricercando indizi, tracce, piste; che delle volte era costretta ad assentarsi anche dal suo blog personale, perché oberata dal troppo lavoro. E che sempre rassicurava i suoi lettori: “Tornerò molto presto, sto solo lavorando”.

Quei lettori che la seguivano ormai assiduamente, sul suo blog che si chiamava “Running Commentary – Daphne Caruana Galizia’s Notebook, ed era diventato da tempo una finestra sul mondo e per il mondo. Uno specchio di verità, una fonte pura e riflettente. Mentre ciò che v’era di riflesso era torbido, intricato, un meandro dedalico difficile da percorrere e ricostruire. Daphne Caruana Galizia, con tutta la temerarietà di cui questa terra avrebbe bisogno, era decisa a risolvere tutti i casi di corruzione, evasione fiscale e riciclaggio di denaro che sporcavano il nome della sua terra, di Malta.

Quella Malta che è da sempre un punto di snodo fondamentale per la criminalità, per stessa ammissione del figlio di Daphne, Andrew, che nella trasmissione “Global Conversations” parla così alla presentatrice, Sophie Claudet: “Malta è un paese piccolo, si si controlla un partito politico importante, che verrà eletto al governo, improvvisamente si possiedono tutte le leve di un Paese membro dell’Unione Europea”.

Ed è nella politica che vanno ricercati i reali mandanti dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia. Di quella autobomba esplosa nella campagna di Bidnija e che era stata quasi annunciata, presagita: la sua informatrice principale, infatti, la russa Maria Efimova, che lavorava nella filiale della “Pilatus Bank” di Malta, e che sarà inseguita fino in Grecia con un mandato di arresto, racconterà così un loro dialogo: “Un giorno dissi a Daphne che temevo che la uccidessero. Lei, sorridendo, mi rispose: “E come? Con un’autobomba?”.

Donne coraggiose: come Daphne, che era stata ribattezzata “Donna Wikileaks” per analogia con l’hackivist Julien Assange, fondatore di “Wikileaks”, così Maria Efimova che aggiungerà alle sue dichiarazioni queste forti parole: “Forse avrei dovuto essere più convincente ed è un rimpianto che mi porto dietro dal 16 ottobre del 2017. Mentre c’è una cosa che sicuramente non rimpiango. Di aver deciso un giorno di sedermi davanti al mio computer per scrivere una mail a quella donna che non conoscevo. Daphne. A cui avrei raccontato quella verità che lei avrebbe avuto il coraggio di pubblicare”.

Daphne aveva puntato il dito contro la totalità dei vertici politici costituiti, nella stessa persona del primo ministro Joseph Muscat. Aveva scoperto che un’azienda panamense dedita al riciclaggio di denaro sporco era intestata a sua moglie. Verità documentate dal film inchiesta: “Daphne – Esecuzione di una giornalista”, scritto da Emilio Torsello e Diana Ligorio, come da tutti i giornalisti che hanno lavorato senza tregua al servizio del “Daphne Project” per far emergere anche soltanto briciole di quelle verità occultate e nascoste. Ancora il figlio Andrew denuncia davanti a Sophie Claudet: “Da chi poteva chiedere protezione? Le persone che la minacciavano spesso avevano legami con le forze dell’ordine e con il governo”.

Intanto le persone hanno cominciato a esprimere con forza la propria solidarietà: in Republic Street, hanno trasformato il basamento in marmo del “Great Siege Monument”, la scultura che ricorda il Grande Assedio del 1565, in un memoriale spontaneo, un memoriale dovuto, sentito, quasi evocato dalla forza di quel sorriso caparbio che riluce nelle foto che ci rimangono oggi della giornalista.

La gente comune, legata non da un’inchiesta ma da una coscienza diffusa, non ha ceduto ai ricatti del governo, alla protervia del “potere”. Ha posto i fiori e le candele direttamente di fronte al palazzo della giustizia maltese. E poco importa che questo cerimoniale sia stato più volte smantellato: alea iacta est, il gesto ha simbolicamente atteso alla propria funzione, quella di non far cadere nell’oblio domande essenziali e cogenti: “chi ha ordinato la morte di Daphne?”, ”Quali fili non dovevano più toccare le sue inchieste?”, “Com’è possibile che in un paese dell’Unione Europea una giornalista sia stata ridotta al silenzio con un’autobomba?”.

L’altro figlio di Daphne (madre di tre figli), Paul tuonerà: “L’impunità di chi minaccia o uccide giornalisti è un nostro problema. Non loro. Ogni ferita inflitta a un giornalista è una ferita a ciascuno di noi e si trasforma nel tempo in una perdita che siamo in grado di avvertire solo quando è troppo tardi. Ed è questa la strana cosa che accade quando muore un giornalista. Che il senso di perdita collettivo supera quello individuale. I giornalisti perdono le loro vite. Noi che gli sopravviviamo, perdiamo il nostro diritto a sapere, parlare, a imparare. Né l’impunità di chi minaccia e aggredisce i giornalisti è semplicemente un attacco alla libertà di stampa e di espressione. Perché la libera circolazione della conoscenza dei fatti, delle opinioni, crea società più libere e consapevoli. Più ricche e resilienti. Detto altrimenti, società in cui vale la pena vivere”.

L’iter giudiziario per rendere giustizia a Daphne Caruana Galizia e riscattarne la memoria a oggi è lungo e difficile: è l’iter di un Paese “catturato”, le cui istituzioni sono delle istituzioni profondamente “catturate”.

Lo stesso Commissario europeo Voura Jourova ha criticato le modalità di indagine delle autorità maltesi durante i mesi scorsi: la lentezza, l’affidamento dell’incarico al ministro dell’economia maltese, Chris Cardona, niente di meno che uno dei tre sospettati dell’esplosione dell’autobomba. I continui depistaggi. Come l’aver chiamato “menzogna” la testimonianza di Daphne su un incontro privato che sarebbe avvenuto tra il criminale Joseph Gerada e il ministro Cardona.

Finalmente la verità sta cominciando a venire a galla e il nome della giornalista a ripulirsi di tutta questa nefandezza codarda: il “Daphne Project” era infatti riuscito inizialmente a documentare l’avvicendamento del titolare dell’indagine, il pubblico ministero Anthony Vella, poi rimosso dall’incarico e sostituito da Neville Camilleri, e il conflitto durato otto mesi, tra l’ufficio del ministero e la polizia maltese che gli ha negato l’accesso ai tabulati telefonici dei tre uomini oggi detenuti in quanto esecutori materiali dell’omicidio: i fratelli George e Alfred De Giorgio e Vincent Muscat, tre malavitosi locali.

Anche il team inviato ad aiutare la polizia forense locale dall’Olanda e quelli inviati da FBI ed Europol erano soltanto riusciti a rischiarare le dinamiche dell’assassinio materiale della giornalista, analizzando i dati telefonici e i video di sorveglianza.

Oggi l’inchiesta è in grado di avvalersi di nuovi elementi e di documentare i legami tra il ministro Chris Cardona e uno dei tre killer, Alfred De Giorgio.

Due testimoni confermano infatti i sospetti, affermando di aver visto il killer e il ministro insieme, quattro mesi prima dell’omicidio, il 29 giugno 2017, in una festa di addio al celibato in una villa con piscina di Fawwara. E quello stato di negazione, rimozione, obliterazione, che i giornalisti coinvolti nel “Daphne Project” denunciano da mesi, comincia a creparsi, incrinarsi, ed è infine vicino alla rottura.

Quel sottosuolo che lega il contrabbando illegale di sigaretti, hashish, carburante, così come le altre manovre della finanza nera, ai nomi del potere costituito inizia ad emergere, le sue vene cominciano a gonfiarsi e ad accendersi di un rosso indicale, segnaletico.

Ed è così che è stato accertato il legame esistente tra Cardona e De Giorgio e l’armatore Pierre Dermanin, che rintracciato telefonicamente dalla testata Malta Today si è prontamente inabissato. Come il ministro Cardona, che entrato in Parlamento alla Valletta, ha lasciato promesso che avrebbe chiarito tutti questi punti nevralgici, per poi limitarsi a correggere la sua iniziale dichiarazione menzognera; che aveva cercato di nascondere i suoi rapporti con Alfred De Giorgio. E la seduta parlamentare diventa una corrida a chi grida più forte senza dire niente.

Un grande buco nero risucchiante: con Muscat che invece di chiedere pubblicamente ragione a Cardona dei nuovi rilevamenti, si preoccupa di battere i suoi tizzoni contro l’opposizione del Partito Nazionalista, nell’illusione che questo basti a distogliere l’attenzione dei media e delle persone. Definisce nel suo impeto allocutorio l’ex segretario del Partito Nazionalista un “truffatore che merita di non mettere più piede a Malta” e al contempo nega l’accesso al materiale istruttorio che Daphne aveva raccolto sulla società “Egrant”. La società era indicata come il mezzo privilegiato per far transitare un milione di dollari di tangenti dal regime dell’Azerbaijan alla moglie del primo ministro, Michelle Muscat.

Cinque parlamentari europei nelle persone di David Casa (europarlamentare maltese del Partito Nazionalista), Ana Gomes (socialista portoghese), Monica Macovei (democratico- liberale rumena), Maite Pagazaurtundùa (socialista spagnola) e Stelios Kouloglou (greco di Syriza), hanno chiesto alla Commissione Europea di continuare a monitorare l’inchiesta e di sostenere la richiesta della famiglia di Daphne Caruana Galizia di insediare a Malta una commissione parlamentare di inchiesta in grado di arrivare alla verità.

In un governo dove Schembri e Mizzi sono rimasti al loro posto di potere malgrado siano titolati di società off-shore destinate a ricevere tangenti del regime azero, dove nessuna spiegazione è stata profusa sulla “Pilatus Bank”, la “banca-lavanderia” come è stata ben definita, di capitali opachi, a cui il governo aveva nel 2014 concesso la licenza a operare nell’Eurozona, e ancora: in cui Schembri aveva aperto un conto destinatario di transizioni criminose, e il cui proprietario, Ali Sadr Ahmadinejad, detenuto in Usa, rischia una condanna di 125 anni di reclusione per riciclaggio e frode bancaria.

E intanto la stampa non si arrende: dal 15 al 17 ottobre una delegazione di organizzazioni tra cui la Federazione nazionale della Stampa italiana, la Federazione europea dei giornalisti, il Centro europeo per la libertà di stampa e dei media, l’International Press Institute e Reporter Senza Frontiere, sarà a Malta nell’ambito di una missione internazionale che sosterrà le iniziative locali promosse in occasione del primo anniversario della morte di Daphne. Condurranno approfondimenti e valuteranno lo stato di salute della libertà di stampa maltese.

E al termine della missione pubblicheranno una dichiarazione congiunta dei risultati ottenuti, in una conferenza che avrà luogo direttamente a La Valletta. Perché in questa storia di linee d’ombra e di luce, di occultamenti, insabbiamenti, sviamenti, svicoli più o meno furbi, elusioni più o meno ottuse, è importante levarsi all’unisono per proteggere quella libertà che ha insegnato Daphne con il suo sacrificio. Quell’amore e quella sete di verità che abbiamo il dovere ma soprattutto il diritto di tenere sempre accesi dentro di noi, anche a costo di doverci scontrare con voci più influenti: tese nella propria protervia vana come corde ormai dissonanti.

Valentina Nicole Savino

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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