Claudio Domino. Il fratellino che non ho mai avuto

Claudio Domino. Un colpo di pistola in fronte. Uno, sparato a bruciapelo. Il corpo che cade esanime a terra. Ma il tonfo non è sordo come ci si aspetta, perché quel corpo che cade non appartiene a un adulto. E non fa abbastanza rumore. Sarà per questo che la Storia, quella con la “s” maiuscola, si è dimenticata di lui. La storia però è anche questa. È quella di un un bambino, undici anni appena, che viene ucciso, freddato un giorno di trent’anni fa. La morte assomiglia ad un’esecuzione, solitamente riservata ai mafiosi. Perché si uccide così un piccolo innocente? Che colpe avrebbe potuto mai avere quel bambino di nome Claudio? Nessuna infatti, se non quella di essere nato nel Paese sbagliato.

Claudio Domino è un bambino come tutti gli altri, abita a San Lorenzo, quartiere di Palermo, gioca a pallone in strada con gli amici, va a scuola. Fa, in altre parole, quello che fanno tutti gli altri bambini. Il 7 ottobre 1986 Claudio sta giocando con altri due amici vicino a casa, in via Fattori, lì dove la madre gestiste una cartoleria. Un uomo in motorino si avvicina al gruppetto di bambini, chiama Claudio a sé, estrae la pistola, la punta sul suo volto e senza esitare spara.

Claudio Domino muore. Un delitto che sconvolge tutti. Apparentemente. Anche la mafia, che è tirata in ballo visti la modalità dell’omicidio e il contesto storico d’allora, prende le distanze. Cosa Nostra infatti è all’inizio del Maxiprocesso, alla sbarra si trovano molti dei capi e dei gregari dell’organizzazione diretta dai Corleonesi. Giovanni Bontade, fratello di Stefano, capomafia di Villagrazia di Carini, durante un’udienza prende il microfono e dice: “Siamo uomini, abbiamo figli, comprendiamo il dolore della famiglia Domino. Rifiutiamo l’ipotesi che un atto di simile barbarie ci possa sfiorare“. È un’affermazione che porta con sé una rivoluzione: gli indagati mafiosi, che fino ad allora non avevano mai ammesso l’esistenza dell’organizzazione, implicitamente ammettono di far parte di un’associazione criminale. Quel “rifiutiamo” circoscrive certe persone nella razza bastarda mafiosa. Razza bastarda che uccide o provoca la morte altrui, direttamente o indirettamente (si pensi alla droga e ai decessi per overdose, o ai rifiuti sepolti e all’aumento delle patologie tumorali). Ma che vuole rappresentare se stessa alla popolazione come un ente benefico, quasi salvifico. E che ama ripetere di non ammette la violenza su donne e bambini. Niente di più falso, come testimoniano i numerosi omicidi succedutisi nel corso del tempo.

La morte di Claudio Domino rimane un mistero. Inizialmente si era ipotizzato che il bambino fosse stato testimone involontario di un sequestro. Poi che la causa dell’assassinio fosse stata una vendetta della mafia, poiché il padre gestiva la ditta di pulizie dell’aula bunker dove si svolgeva il Maxiprocesso. Infine che il bambino avesse visto qualcosa che non doveva vedere. Stando alle parole di alcuni pentiti, infatti, uno dei motivi dell’omicidio sarebbe da ricollegare agli ambienti dello spaccio della droga. Il bambino avrebbe assistito per pura casualità al confezionamento delle dosi, sbirciando all’interno di un magazzino o avrebbe sentito parlare alcuni spacciatori di una partita di eroina nel negozio affianco a quello della madre. Altri pentiti hanno sostenuto invece che Claudio avesse visto sempre la madre in compagnia dell’amante, un pregiudicato legato a quegli ambienti malavitosi di cui si accennava poc’anzi. Luigi Ilardo, pentito e infiltrato all’interno di Cosa Nostra, ha affermato, invece, che il giorno dell’omicidio di Claudio, nel quartiere di San Lorenzo ci fosse “Faccia da mostro”, l’agente dei servizi segreti coinvolto nell’omicidio di Nino Agostino e nella strage di Via D’Amelio.

Purtroppo non c’è alcuna verità che stabilisca chi siano gli assassini di Claudio Domino e perché venne ucciso. Sappiamo che Cosa Nostra, un mese dopo la sua morte, eliminò su ordine diretto di Totò Riina quelli che, secondo i mafiosi, erano i presunti colpevoli. È in questo finale tragico e sanguinolento che ancora una volta, però, emerge con forza la piena responsabilità della mafia, anche per la morte del bambino. Una mafia che toglie la vita in molteplici modi, anche con la propria cultura criminale.

Ci sembrava giusto ricordare Claudio come le altre vittime innocenti, fratelli e sorelle a cui non è stato permesso di crescere e di vivere in questo Paese.

(Articolo originariamente pubblicato il 7 ottobre 2017)

Francesco Trotta

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