Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’eredità di un Generale

L’intervista del 10 agosto 1982, fatta dal giornalista Giorgio Bocca al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene definita come il “testamento” del Generale.

È un’intervista che nonostante affronti i temi della mafia, del terrorismo e del trasferimento di Dalla Chiesa alla Prefettura di Palermo, mostra in modo abbastanza nitido l’uomo che c’era dietro quella divisa.

Un uomo che dopo lunghe e faticose battaglie non vuole ancora mollare, un uomo mai stanco di adempiere al proprio dovere, un uomo che palesa lo stato di solitudine nel quale si trova e l’altrettanto bisogno che quella solitudine venga colmata prima che sia troppo tardi.

Oltre al lato umano, l’intervista mostra anche l’estrema professionalità e la tenacia del Generale, caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto durante la sua carriera.

Le intuizioni che ha avuto durante il suo percorso lavorativo, dal terrorismo al mondo mafioso, dovrebbero essere fari e vademecum per tutte quelle persone che oggi combattono la mafia.

Carlo Alberto dalla Chiesa già negli anni Cinquanta a Corleone combatteva la mafia, quando ancora si chiamava “onorata società”. All’epoca si conosceva ben poco della sua organizzazione e dei suoi capi.

Ritorna in Sicilia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando si sentivano nell’aria i presagi di una nuova guerra di mafia. Durante quegli anni, il Generale, davanti alla Commissione parlamentare antimafia espone il suo enorme lavoro investigativo chiamando in causa esponenti collusi della politica, della borghesia e dell’imprenditoria siciliana.

Era l’epoca in cui l’attività criminale dei mafiosi si concentrava prevalente nel settore edilizio. Dalla Chiesa descrive la mafia come un “substrato della società“.

Nel 1973 viene spostato a Torino dove coordina il Nucleo Speciale Antiterrorismo, nucleo nato per combattere le brigate rosse. I risultati furono straordinari.

Il Consiglio dei Ministri nel 1982 lo nomina Prefetto di Palermo. Visti i brillanti esiti che aveva raggiunto contro il terrorismo, il Governo sperava di ottenere con lui gli stessi risultati contro Cosa Nostra.

La situazione però, fin dal suo arrivo, risulta ambigua: ufficialmente gli avevano dato carta bianca, sostanzialmente lo avevano mandato allo sbaraglio, privo di quei poteri che con insistenza chiedeva. Settimana dopo settimana si sentiva sempre più solo.

Bastarono cento giorni agli uomini d’onore per decidere di eliminarlo. Quegli uomini d’onore che si credevano invincibili agirono per paura: il Generale era un uomo di Stato che faceva paura alla criminalità. Sapevano benissimo che non si sarebbe fermato davanti a niente.

Carlo Alberto dalla Chiesa viene ucciso il 3 settem

bre 1982 assieme alla moglie Emanuela Setti-Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo da trenta pallottole di Kalashnikov.

Furono condannati all’ergastolo e ritenuti i mandanti dei tre omicidi i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.

Per cogliere la lungimiranza del Generale questo stralcio dell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca è fondamentale:

“Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia l’hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia, la dittatura fascista come le democrazie pre e post fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e il bandito Giuliano, l’ala socialista dell’Evis indipendente e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale, la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci. Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio petto blu prefettizio e ci vuole riprovare”.

“Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga al più presto definito il carattere della specifica investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io, badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere. Mi fido della mia professionalità, sono convinto che con un abile, paziente lavoro psicologico si può sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati”.

Aveva capito una cosa importantissima: per combattere la mafia lo Stato non doveva servirsi solamente dell’arma della repressione violenta, ma servirsi dell’antimafia sociale e dei diritti. Quell’antimafia fatta da uno Stato che garantisce diritti fondamentali, lavoro, assistenza economico-sanitaria.

Solo in questo modo si poteva togliere manovalanza alla mafia.

Quell’uomo dagli occhiali grandi e dal sorriso buono è rimasto dentro al cuore degli Italiani.

Carlo Alberto Dalla Chiesa è quel punto di rifermento istituzionale di cui oggi avremmo tanto bisogno.

Sara Carbonin

Sara Carbonin – Cosa Vostra

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