Bruno Caccia. Una storia trascurata

Il 26 giugno del 1983 Bruno Caccia, professione magistrato, portava a passeggio il proprio cane. Era domenica e in quella tarda sera estiva il magistrato camminava lentamente per le strade di Torino.

Lungo il marciapiede c’era lui, dall’aria severa, un po’ stempiato e con gli occhiali dalla montatura rettangolare. Era domenica per tutti ma anche quel giorno Bruno Caccia aveva scelto di lavorare. Era domenica per tutti e per questo il magistrato non aveva chiamato la scorta.

Che vuoi che succeda a una persona che si occupa di giustizia, che indaga sulla mafia e su certi affari? Fu facile per i sicari sorprenderlo da solo. Fu così facile che gli spararono diciassette colpi.

Quattordici erano giunti da un’auto che lo aveva affiancato lungo il marciapiede in cui Bruno Caccia, immerso nei suoi pensieri, percorreva insieme al proprio cane. Un’esecuzione. Gli altri tre furono il colpo di grazia, così si dice.

Che vuoi che succeda a un bravo magistrato che non chiama la sua scorta perché è domenica? Questa fu la parte finale della storia di Bruno Caccia.

Dopo le undici e mezza di sera, il suo corpo in una pozza di sangue giaceva lì sul marciapiede di una Torino poco avvezza a sentir parlare di mafia.

Eppure ci sono altre storie che si legano a quella di Caccia, storie di depistaggi, di presunti terroristi, di Cosa Nostra e di ‘Ndrangheta. Il suo assassino – uno dei suoi sicari o presunti tali – è stato arrestato solo nel dicembre 2015.

Si chiama Rocco Schirripa, professione panettiere. In questo lasso temporale gli “ignoti” sono stati i protagonisti di una vicenda ancora mai chiarita. Nel 1995 il collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia aveva parlato di questo Rocco, ma aveva chiesto protezione.

Era venuto a conoscenza di legami tra crimine organizzato e magistratura. Poi il suo verbale si è perso nell’oblio. Come pure un’altra storia che ci porta in un casinò.

Il magistrato Caccia sarebbe stato ucciso dopo aver aperto alcune indagini sul Casinò di Saint Vincent e sul riciclaggio dei soldi provenienti dai riscatti dei sequestri di persona compiuti dal crimine organizzato.

Nel 1985 Luigi Incarbone, interrogato dalla procura torinese aveva detto: “Sono stato detenuto con Franco Chamonal (del Casinò di Saint Vincent) che ancora oggi mi fa arrivare 500mila lire. Mi disse che Caccia è morto per il fatto del Casinò, che il mandate era un palermitano importante che aveva conosciuto e che aveva deciso l’omicidio”.

Secondo l’avvocato della famiglia Caccia, Fabio Repici, il palermitano sarebbe Rosario Cattafi, nella cui abitazione milanese fu trovato il falso volantino che attribuiva l’omicidio del magistrato alle Brigate Rosse. A sostegno della sua tesi ci sarebbe anche l’attentato al pretore di Aosta, Giovanni Selis, che nel dicembre 1982, mentre stava indagando sul Casinò, fu bersaglio di un attentato. Ma questa è un’altra storia…

Intanto a San Sebastiano da Po, in provincia di Torino, c’è una cascina, intitolata a Bruno e Carla Caccia. Una volta apparteneva a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, detto Mimmo, capo ‘ndranghetista e condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.

Perché fu ucciso Bruno Caccia? La sua colpa era quella di aver aperto un vaso di Pandora, svelando come la ‘Ndrangheta si fosse ormai infiltrata in Piemonte. L’aveva fatto troppo presto, con troppa forza.

Francesco Trotta

(Articolo originariamente pubblicato il 25 giugno 2016)

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