Storia di Bernardino Verro e dei Fasci Siciliani

Perché si crei memoria collettiva occorre raccontare: a Corleone, nel paese che è diventato suo malgrado simbolo della mafia siciliana, si celano storie di ben altra natura, storie di lotte e di dignità civile, come quella di Bernardino Verro.

Nacque qui il 3 luglio del 1866, nel rione di San Nicolò e fin dalla giovane età aveva partecipato attivamente alla politica. Aveva creato il circolo di ispirazione repubblicana la “Nuova Età”, poi si era iscritto al neonato Partito socialista.

In un’Italia da poco unificata e in un Mezzogiorno ancora profondamente agricolo e latifondista, la terra era un bene per pochi. Proprietari terrieri e gabellotti, figure di un “mondo di mezzo” oggi assai noto, facevano il bello e il cattivo tempo della situazione. E ai contadini era concesso solo di lavorare quel bene prezioso.

Il Meridione non aveva un’economia florida. Era stato “depredato” dallo Stato unificato, come accertato da alcuni storici e giornalisti, tra cui Pino Aprile nel suo libro “Terroni”. Servivano riforme, servivano ammodernamenti.

La Sicilia era già allora bilancia delle sorti nazionali. Era fucina di idee, luogo atto a “sperimentare”, era già permeata da quel potere politico-mafioso che ben conosciamo oggi – si legga la storia del processo del 1871 al questore di Palermo Giuseppe Albanese.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento sorsero spontaneamente nell’isola movimenti di protesta che interessavano la grande fetta di popolazione – braccianti ma anche proletariato urbano e “zolfatai”, ossia i minatori delle cave di zolfo di cui era ricca la regione.

Il primo movimento di cui si ha notizia è quello di Messina, nato nel dicembre del 1888, poi nel 1891 e nel 1892 a Catania e a Palermo si proclamarono i “Fasci dei lavoratori”.

L’intento che ci si prefiggeva era molto alto, utopistico: ristabilire un ordine democratico nell’isola e assicurare un miglioramento alle condizioni di vita del popolo siciliano. Fino a quel momento erano state poche le organizzazioni sindacali interessate realmente a dare una risposta ai problemi di natura sociale, soprattutto non controllate direttamente da baroni o proprietari terrieri attraverso il circuito mafioso.

Non è un caso che, non appena si inventò il termine “Fasci”, proliferarono nell’isola associazioni dall’omonimo nome al cui interno c’erano mafiosi.

Eppure il contesto sociale – assai complesso – dell’isola non forniva una sola chiave di lettura. Se è vero che vi era già un’alleanza tra la mafia e i latifondisti, la stessa mafia attraversava allora un profondo mutamento – dettato dalla crisi economica nazionale.

Scrive lo storico Merlino nel 1890: “La mafia storica perisce, anche se il suo spirito, quello che la ispirò nelle lotte del Risorgimento, non cessa di animare il forte popolo siciliano“. Cosa voleva dire? Che per i mafiosi di rango inferiore due erano le “strade”: essere assorbiti dal contesto criminale non associativo o fare il salto di qualità ed entrare nella mafia “canonica”, quella ricca e braccio destro dei proprietari terrieri.

Per i delinquenti quindi, vi era la possibilità, non remota, di entrare in contatto con le classi dei lavoratori. Non deve sorprendere allora che nei Fasci confluirono anche questi malandrini.

La previsione era quella di unire l’intera classe proletaria, sottraendo ai canali dell’illegalità anche i criminali di strada per indebolire o far scomparire la mafia: “Mano a mano che i lavoratori riconoscono l’identità dei propri interessi, si intendono fra loro e organizzano la resistenza per mezzo dello sciopero o preparando la rivoluzione sociale, la mafia si indebolisce […] Essa cesserà di esistere del tutto allorquando l’organizzazione dell’intera classe operaia sarà un fatto compiuto“.

Il Comitato centrale dei Fasci siciliani comunque aveva tenuto ufficialmente una linea di chiusura sulla possibilità di far partecipare i malavitosi, ma non mancarono le eccezioni per i delinquenti pronti a ravvedersi, come affermava Bernardino Verro: “Siccome non sono che pochi questi pregiudicati e condannati per qualche piccolo furto campestre, li accettiamo nel Fascio come a Piana dei Greci, per renderli migliori.

Da che esiste il Fascio, infatti, abbiamo qui una grande diminuzione della delinquenza. Non avvengono quasi più liti, perché quasi tutte le questioni si accomodano al Fascio dove facciamo spesso da retori e da giudici conciliatori“.

Verro all’epoca era diventato capo dei Fasci di Corleone, da lui stesso creato per chiedere e ottenere una più equa ripartizione dei proventi della terra tra proprietari terrieri e contadini.

Nel 1893 in città vennero stipulati i “Patti colonici” – definiti come il primo contratto sindacale scritto nell’Italia capitalistica. Tuttavia non tutti i proprietari terrieri li approvarono. Quelli più ricchi e che potevano contare sulla borghesia mafiosa – potere in grado di “contrattare” i propri servigi – rifiutarono di attuarli.

Ma era chiaro che l’ondata di manifestazioni, sempre più accese anche a seguito del massacro di Caltavuturo, in cui cinquecento contadini furono mitragliati e tredici persero la vita dopo un’occupazione simbolica di terre demaniali, aveva spaventato la classe latifondista e aristocratica.

I Fasci a partire proprio dal 1893 avevano acquisito un peso specifico non indifferente e continuavano a promuovere scioperi anche fuori dalla Sicilia (Napoli, Roma, Bologna, Venezia) – in un Paese che allora aveva appena cancellato il reato di sciopero e non lo garantiva nei fatti.

Il malcontento si estendeva oltre agli operai anche alla medio-piccola borghesia produttiva (sia chiaro non quella mafiosa!).

Nell’isola ormai si respirava aria di insurrezione di stampo socialista e l’idea di una guerra sociale quindi non era poi così lontana dalla realtà.

Si chiese e si ottenne l’intervento del neo capo del governo, il sicilianissimo Francesco Crispi. E la storia del potere politico-mafioso di allora diventa anche quella attuale. Dapprima i Fasci respinsero la richiesta di Crispi di porre la mafia come mediatore tra la classe padronale e il proletariato, poi l’aristocrazia latifondista chiese di mettere fuorilegge gli stessi Fasci e di proclamare lo stato d’assedio.

Crispi inviò l’esercito. È lo Stato che obbedisce ai poteri forti locali siciliani. Poteri mafiosi. Seguirono atti intimidatori nei confronti dei contadini e dei Fasci.

È qui che la mafia dette prova della propria forza e di una strategia occulta: da un lato compì reati – anche l’omicidio – per far ricadere la colpa su i lavoratori e farli incriminare; dall’altro intimidiva bruciava i raccolti, devastava le sedi delle cooperative – e uccideva gli stessi lavoratori.

A dimostrare ancora una volta che la mafia stava con chi gestiva il potere e che quindi i “Fasci dei lavoratori” erano intrinsecamente “antimafiosi”.

Crispi scioglieva i Fasci e concedeva pieni poteri al Generale Roberto Morra di Lavriano, nominato commissario straordinario e alla guida di un esercito di 56 mila soldati.

L’ordine era quello di sparare sulla folla e tra il dicembre del 1893 e il gennaio del 1894 si contarono sette eccidi: a Giardinello (11 morti), a Lercara (12 morti), a Pietraperzia (8 morti), a Gibellina (20 morti), a Belmonte (2 morti), a Marineo (18 morti) e a Santa Caterina Villarmosa (14 morti). A uccidere i contadini e le loro famiglie erano stati i soldati, gli agenti municipali e i campieri mafiosi.

La Chiesa prese le difese del potere politico mafioso e si scagliò contro i “mestatori anarchici e socialisti”. Tutti i capi dei Fasci vennero arrestati e con loro anche chi li appoggiava. Iniziarono processi non solo iniqui, ma essi stessi illegali: erano processi tenuti dal Tribunale di guerra istituito senza voto parlamentare. Le accuse: cospirazione contro lo Stato, incitazione alla guerra civile, strage, saccheggio.

Le prove erano inesistenti o sommarie, come nel caso delle contadine Lugia Ponzio e Caterina Girolamo, condannate a sedici anni di prigione per aver ucciso il pretore di Gibellina.

In realtà ad ucciderlo era stato un capo capraio mafioso. Le condanne furono pesantissime anche per tutti i capi del movimento: dai dieci ai sedici anni di carcere. Poi, due anni dopo, col nuovo presidente del Consiglio, il palermitano Di Rudinì, fu concessa l’amnistia, a patto che non venissero più costituiti i Fasci.

In questa macro-storia siciliana, si inserisce ancora una volta quella di Bernardino Verro. Da capo dei Fasci di Corleone egli aveva avuto l’idea di organizzare i Fasci in società segrete. Fu allora che la mafia lo avvicinò.

La cosca “Fratuzzi” lo informò che già esisteva una società segreta, composta da uomini valorosi e coraggiosi, che aveva simpatia per lui e si era opposta al suo omicidio.

I proprietari terrieri infatti lo volevano eliminare. Bernardino Verro forse perché temeva per la sua vita o forse perché pensava veramente di poter sfruttare la mafia a suo vantaggio, decise di diventarne membro. E lo fu a tutti gli effetti, entrandovi nel 1893 seguendo quelli che poi sarebbero stati i classici schemi dell’affiliazione, ovvero la “punciuta”.

Poco tempo dopo Bernardino Verro si sarebbe pentito di questa decisione, rendendosi conto che alla mafia non interessavano i diritti dei lavoratori e che voleva renderlo innocuo. Venne poi processato nel 1894, condannato e amnistiato. Tornato di nuovo a Corleone fondò una cooperativa agricola e continuò la propria attività sindacale contro i latifondisti e soprattutto contro i gabellotti. La sfida alla mafia era aperta.

Nel 1910 all’uscita da una farmacia riuscì miracolosamente a scampare ad un attentato. Poi nel 1911 fu arrestato con l’accusa di truffa mentre si candidava a sindaco di Corleone. Ovviamente l’accusa era solo una montatura, ordita per screditarne l’immagine e bloccarne la carriera politica. Uscito dal carcere nel 1913, la mafia si accorse di quanto ancora Bernardino Verro fosse amato dai contadini.

Infatti alle elezioni comunali dell’anno dopo, fu eletto sindaco di Corleone.

Ma un sindaco socialista, pacifista, che difendeva i lavoratori non era tollerabile. Il 3 novembre del 1915 durante un violento temporale, Bernardino Verro cadde sotto undici colpi di pistola in Via Tribuna.

Questa via oggi si chiama via Bernardino Verro. C’è una targa che lo ricorda. C’è una tomba che porta il suo nome. Oggi sappiamo che al suo interno la mafia ha seppellito Calogero Bagarella, fratello di Leoluca, killer morto nel 1969 durante un regolamento di conti tra mafiosi. Lo sfregio più grave che si potesse fare.

Chi sapeva, ha taciuto, come allora. Cento anni fa Corleone era già metafora del potere mafioso di oggi, visto che ancora non sappiamo chi ha ucciso Bernardino Verro. E La Sicilia metafora dell’Italia attuale.

C’è una frase che spiega bene questo. A termine del processo contro i Fasci siciliani, uno dei capi del movimento, Napoleone Colajanni, affermò: “I delinquenti operai per piccoli reati vanno in galera, i commendatori delinquenti vanno fino in Senato“.

Francesco Trotta – Cosa Vostra

Immagini tratte da Google Immagini