Paolo Borsellino. L’altro Paolo ucciso dalla mafia

Un paesino di Agrigento, Lucca Sicula, un padre e un figlio. Altri due Borsellino brutalmente assassinati dalla mafia, sebbene raramente se ne rievochi la storia.

Paolo Borsellino, mentre suo fratello Pasquale si era trasferito a Padova e sua sorella Antonella si occupava di altro, aveva deciso di lavorare fianco a fianco con il padre. Un impianto acquistato per 39 milioni di lire rateizzate era il loro piccolo tesoro: dopo tanti sacrifici e svariati lavori come quello di camionista, i due desideravano far fiorire la propria impresa, forti della complicità che caratterizzava il loro rapporto e che li rendeva più amici che parenti.

Questa loro impresa è piccola, ma è in una posizione strategica. E le imprese di calcestruzzo fanno gola alla mafia. Come sarebbe poi emerso nel corso di importanti operazioni antimafia, che rileveranno come ne fosse gestito il commercio sia direttamente, sia per mezzo di imprenditori conniventi, operanti in regime di monopolio assoluto. E come ci ricorda la vicenda della Calcestruzzi Ericina, messa sotto scacco perché gestita dallo Stato a seguito della confisca al boss Virga.

Appalti miliardari che non finivano perciò mai nelle mani di Paolo e Giuseppe, ruotando sempre intorno alle poche ricche industrie gestite dalla malavita (una di Giuliana, e due di Agrigento).

Così ben presto iniziano i giochi di potere, le intimidazioni, le minacce. Racconta la sorella di Paolo, Antonella: “hanno bruciato un camion, hanno tagliato tutti gli alberi di pesche in un nostro terreno a Bivona, tutto denunciato da mio padre. Nel frattempo aumentavano le offerte per l’acquisto dell’impresa”.

Paolo non abbassa la testa e rifiuta le offerte che dissimulano le minacce, e spinge il padre a fare altrettanto, a non cedere alla protervia. La prima “offerta” è di 150 milioni di lire, a cui Paolo risponde senza esitare un secondo: “con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”.

Dopo qualche mese ne giunge una seconda: di nuovo 150 milioni ma per il 50% dell’impresa, da parte dell’imprenditore di Burgio Calogero Sala. I due tenacemente continuano a rifiutare, ma i debiti aumentano e così il loro timore di vedersi sgretolare tra le mani quella piccola fortezza costruita con tanta fatica e sudore, prende il sopravvento.

Senza neanche aver piena coscienza di quello che stava succedendo, si innesta l’infiltrazione mafiosa nella Lucca Sicula Calcestruzzi S. r. l., nei nomi dei soci Calogero Sala, Mario Davilla, Pietro Galifi, Paolo Polizzo.

Le loro mosse non si fanno attendere: ben presto iniziano a operare le proprie manovre e investimenti e a ricattare i due lavoratori, sperando di riuscire a tagliare del tutto fuori dall’azienda Paolo e Giuseppe. E in fretta. Ad attendere i malavitosi c’è difatti il progetto della canalizzazione di tre fiumi, preziosa occasione per entrare nei giri che “contavano”.

Appena si rendono conto che i due non si piegheranno mai, decidono di “agire” nella maniera più barbara e disumana, in perfetto stile mafioso. Freddano brutalmente Paolo. Il 21 aprile del 1992 il suo corpo di trentaduenne verrà ritrovato morto su una delle auto a disposizione degli operai; i piedi fuori dal finestrino e nessuna traccia di sangue sulla vettura.

Il 17 dicembre verrà ucciso anche il padre Giuseppe, di 54 anni, in piena piazza, per aver denunciato l’accaduto in caserma la sera stessa del funerale del figlio, continuando a urlare e denunciare pubblicamente il suo dolore per tutti i mesi successivi. «Raccontare la storia di mio padre e di mio fratello è importante, è un modo per ricordare due persone dimenticate da tutti e chiedere che venga fatta giustizia».

Echeggia forte la voce della sorella di Paolo, Antonella. Antonella ci racconta anche di come dopo gli omicidi del padre e del fratello, la sua famiglia sia stata abbandonata non soltanto dallo Stato, ma anche dagli amici e dai compaesani: «La paura è più forte del voler bene. Lo Stato non ci ha aiutati e ancora oggi mi sembra di portare avanti una lotta contro i “mulini a vento”. Io voglio solo la verità».

Oggi quella voce che ci racconta di Paolo e di Giuseppe Borsellino e di quella impresa di calcestruzzo che sorgeva sulla collinetta di Burgio, dominando con la vista tutta la valle, è per noi un monito imprescindibile.

Ci ricorda quanto sia importante non abbassare mai la guardia, quanto sia importante ravvivare il ricordo di ogni singola vittima di mafia e non arrendersi davanti alla violenza e alla protervia della criminalità organizzata, anche quando il nostro sembra soltanto un piccolo disperato tentativo sommerso dell’omertà generale.

Soprattutto quando sembra piccolo e disperato. Per essere la goccia diversa.

Valentina Nicole Savino

Valentina Nicole Savino – Cosa Vostra

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