23 dicembre 1984: il Rapido 904 e la strage di Natale

Sono trascorsi trentuno anni dalla sera del 23 dicembre 1984, sera in cui il Rapido 904, treno diretto da Napoli a Milano, venne fatto esplodere presso la Grande Galleria dell’Appenino, nelle vicinanze del punto in cui, dieci anni prima, era avvenuta la Strage del treno Italicus.

L’attentato dinamitardo tolse la vita a 17 persone, di cui la vittima più giovane aveva quattro anni, ed i feriti ammontarono a 267.

Il treno era partito a mezzogiorno dalla stazione centrale di Napoli, stracolmo di passeggeri, tutti ansiosi e desiderosi di raggiungere la propria casa e i propri parenti per festeggiare il Natale. Il viaggio durò parecchie ore ed il treno lasciò la stazione Santa Maria Novella di Firenze con un leggero ritardo, circa venti minuti.

Il Rapido 904 continuò la sua corsa imboccando la galleria più lunga d’Italia, la Grande Galleria dell’Appennino. Sembrava eterna.

D’un tratto si sentì un forte colpo, il rumore si propagò lungo tutto il convoglio, portando con se una forte aria calda, che poco dopo si trasformò in fuoco.

Il treno era come diviso a metà, la gente scappava in ogni direzione cercando di mettersi in salvo, iniziò a correre lungo la galleria cercandone l’uscita.

Dentro il treno rimasero in quindici, quindici corpi bruciati dalle fiamme. Non sarebbero state le uniche vittime, i morti diventeranno diciassette. Due uomini infatti a causa delle ustioni riportate, morirono in ospedale il giorno successivo.

Quando iniziarono le indagini, venne predisposta una perizia chimico-balistica da parte della Procura di Bologna per capire le dinamiche dell’esplosione e il materiale utilizzato. Un testimone però affermò di aver visto una persona sistemare due borsoni proprio in un certo punto del treno presso la stazione di Firenze, per cui l’inchiesta fu trasmessa alla Procura di Firenze. 

Nel marzo dell’anno successivo vennero arrestati Guido Cercola e Giuseppe “Pippo” Calò per traffico di stupefacenti. Quest’ultimo era un importante capo mafia di Cosa Nostra, da qualche tempo residente a Roma. Sarebbe poi passato alla storia come il “cassiere” dei “corleonesi”.

Cercola invece era un criminale romano, amico di Calò e con lui in affari. Si iniziò ad ipotizzare il coinvolgimento non solo della mafia siciliana ma anche della Camorra, di alcuni esponenti della banda della Magliana, della loggia P2 e alle frange neofasciste.

Il legame tra mafia ed altre organizzazioni borderlines era diventato più stretto a partire dagli anni settanta del Novecento in particolare a Roma, quando proprio la banda della Magliana iniziò ad intrattenere a stringere rapporti diretti con altre organizzazioni criminali italiane, come Cosa Nostra e Camorra, che allora si espandevano nel Lazio, e con le frange estreme della destra italiana, di stampo neofascista.

Lo svilupparsi di queste collaborazioni avrebbe avuto come obiettivo primo quello di estendere il controllo e il potere oltre alle zone in cui già si esercitava la propria influenza, non disdegnando comunque di partecipare attivamente a quelle azioni che avrebbero contraddistinto il cosiddetto periodo della tensione.

Come conseguenza si ebbe l’aumento di azioni terroristico-mafiose sparse su tutto il territorio, difficili da prevedere e da controllare. E l’attentato al Rapido 904 non sarebbe stato né il primo né l’ultimo triste esempio. 

Successivamente all’arresto di Calò e Cercola, venne ispezionato il loro covo nel quale vennero trovati alcuni chili di eroina ed un apparato ricetrasmittente, apparecchi radio, antenne, cavi, armi ed esplosivi.

Il materiale e l’esplosivo, dopo diverse perizie, risultarono compatibili con quelli utilizzati nell’attentato al Rapido 904.

Il primo intervento della giustizia avvenne il 9 gennaio 1986, il pubblico ministero Pierluigi Vigna, firmò l’imputazione per la stage a carico di Calò e Cercola. In un primo momento questi due, insieme ad altri imputati (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso) furono condannati all’ergastolo e nella sentenza veniva esplicitamente dichiarata da parte dei giudici la presenza di un legame tra l’attentato e i settori di Cosa Nostra e Camorra napoletana.

In secondo grado, il 15 marzo 1990, venne confermato l’ergastolo per Calò e Cercola, a cui si aggiunse Franco Di Agostino (che in primo grado era stato condannato a 28 anni), ma Misso, Pirozzi e Galeota vennero invece assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo.

Nel marzo 1991 la Suprema Corte di Cassazione, presieduta dal famoso “ammazza sentenze” Corrado Carnevale, annullò la sentenza d’appello, disponendo quindi un nuovo giudizio dinnanzi ad altra sezione della Corte d’Assise d’Appello di Firenze.

Quest’ultima il 14 marzo 1992 confermò gli ergastoli per Calò e Cercola, Di Agostino venne condannato a 24 anni, Misso si vide la condanna ridotta a soli tre anni, mentre le condanne di Galeota e Pirozzi furono ridotte a un anno e sei mesi. La Cassazione infine nel novembre dello stesso anno confermò le pene.

Rimasero però punti poco chiari, e ci si poneva una domanda: quali erano le motivazioni ed i progetti che spinsero un gruppo di criminali a posizionare una bomba su un treno? 

Si può trovare risposta a questa domanda nelle pagine della sentenza che venne pronunciata dalla Corte d’Appello di Firenze nel marzo del 1992: “l’organizzazione mafiosa dovette compiere un gesto clamoroso e gravissimo al fine di distogliere momentaneamente da essa l’impegno repressivo ed investigativo dello Stato”, versione che non venne smentita da Tommaso Buscetta, il primo pentito che decise di collaborare e di far luce sulla vicenda.

Il 24 novembre 1992 venne confermata la sentenza e riconosciuta una matrice di stampo terroristico-mafiosa dell’attentato. Giulio Cercola si suicidò nel carcere di Sulmona il 3 gennaio 2005. Nel 2011 un ulteriore sisma scosse la vicenda del Rapido 904.

Il 27 aprile, la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Totò Riina, accusandolo di essere il mandante della strage del Rapido 904. Il processo venne aperto nel novembre 2014 e si è concluso quest’anno, il 14 aprile 2015, con l’assoluzione del boss per mancanza di prove.

I giudici comunque hanno motivato la sentenza scrivendo che la strage indubbiamente giovava alla mafia ma non ne recava la tipica impronta. Perché Calò godeva di una certa autonomia nella Capitale, tale da permettergli di stringere rapporti con chi più gli aggradava.

Non si può non pensare quindi alle trame occulte con la P2, la banda della Magliana e la destra eversiva di Valerio Fioravanti o Massimo Carminati.

Le vittime e i loro familiari non vennero mai riconosciute come tali dallo Stato, che decise di non risarcirle.

Si tolse loro l’ultima parvenza di vittoria, seppur su un piano prettamente giuridico, e anche se di fronte a tale morte sarebbe stato impossibile poter parlare di vittoria. Purtroppo la giustizia italiana non fu in grado di tutelare, allora come in altre occasioni, le vittime di questo attentato.

Doveva essere fatta giustizia per dar voce a chi purtroppo non poteva più far sentire la sua, a chi purtroppo non aveva più i mezzi per ottenere la verità. È proprio nella verità storica che vanno cercate tutte le risposte e questo non semplicemente per chiudere “il caso”, ma per rendere omaggio alle vittime e a chi ora ne ricorda la scomparsa.

Nell’anniversario della strage scriviamo i nomi degli innocenti che persero la vita quel 23 dicembre di 31 anni fa: Giovanbattista Altobelli (51), Anna Maria Brandi (26), Angela Calvanese in De Simone (33), Anna De Simone (9), Giovanni De Simone (4), Nicola De Simone (40), Susanna Cavalli (22), Lucia Cerrato (66), Pier Francesco Leoni (23), Luisella Matarazzo (25), Carmine Moccia (30), Valeria Moratello (22), Maria Luigia Morini (45), Federica Taglialatela (12), Abramo Vastarella (29), Gioacchino Taglialatela (50, morto successivamente in ospedale), Giovanni Calabrò (67, morto successivamente in ospedale).

Chiara Sammaritani – Cosa Vostra

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