Vajont 9 Ottobre 1963. Una storia

Asfalto, una nuova città, macchine parcheggiate, qualche bar, case e poi si vede la Piave profanata. Il fiume sacro alla Patria simile ad un ammasso di ghiaia e l’acqua che scorre qua e là. Poi si passa Longarone e si va su, verso la diga. È il Vajont.

Tappa di un pellegrinaggio per turisti curiosi o amanti del macabro che quasi non sanno la storia. Ma è comunque una tappa obbligata. Ah, ma la diga non è crollata?“. “E queste bandierine?“. 487 nomi di bambini appesi lungo una staccionata che si affaccia sull’abisso. Tut pers, tut andà via in mezo a l’acqua, come una truta straca de la brentana, o an gat negà. Tut pers…‘sti ani butadi via come una scarpa sfondata, ‘na vita intiera consumada in fondo ai mastei dei altri, sui sioli de i altri… par gnent, propi par gnent. La diga dal cemento grigio in mezzo ai monti c’è ancora.

Come c’è l’acqua che scorre sotto come pure la frana. “E il Toc mica scherza“, commenta qualcuno distante osservando la montagna. Proprio il monte franato desta impressione perché non ci si accorge subito di quello che fu. Difficile immaginare. Oggi c’è il verde degli alberi e c’è pure la strada che ti fa camminare sopra quella terra pregna di sangue. “Questa qui era la frana, lo è ancora, ma non ti fa paura eh?“.

Si respirava paura pure in quegli anni. Perché si sapeva, si sapeva che sarebbe successo qualcosa, lì sul Vajont. Era solo questione di tempo. Tina Merlin non fu né la prima né l’ultima a dirlo. Ma fu lei a far emergere con giusta prepotenza il caso. Era nata nel 1926 da una famiglia povera, dopo la Resistenza era diventata corrispondente per L’Unità e gli argomenti di cui si occupava erano quelli della disoccupazione, del sottosviluppo e dell’emigrazione dei veneti.

Erano gli anni ’50, quelli che raccontano un altro – ma non troppo – Veneto rispetto a quello attuale, povero, ma oggetto di grandi progetti infrastrutturali per lanciare l’economia italiana. Sono gli anni della S.A.D.E., società elettrica privata fondata ad inizi Novecento, che costruiva grandi dighe. Durante la dittatura fascista la Sade aveva consolidato il proprio monopolio, acquisendo altre minori ditte del settore, e dopo la guerra aveva iniziato la costruzione di imponenti impianti per lo sfruttamento della Piave e dei suoi affluenti di montagna. Ma c’erano già stati problemi, anche in altre zone. Espropri per far sloggiare gli abitanti, case sommerse o lesionate, a Vallesella, in valle di Zoldo e sul Cismon.

Il progetto di costruzione della diga del Vajont era stato approvato dal governo nel 1957. Due anni dopo la diga era già pronta. Poi nel 1960 una prima grande frana a Erto aveva scatenato il panico e intasato il primo invaso del lago artificiale. Ma alla Sade poco importava di quello che accadeva. Al contrario Tina Merlin ascoltava e raccontava le proteste degli abitanti, quei montanari abbandonati a se stessi. Quelli che erano arrabbiati, che avevano paura per le proprie vite. “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono“, quest’articolo valse alla Merlin un processo per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. La giornalista venne assolta con formula piena perché in quello che aveva scritto non c’era nulla di falso e tendenzioso.

L’intera valle sotto la diga del Vajont rimaneva a rischio. Il caso diventò nazionale, ma nonostante le interrogazioni parlamentari del PCI e alcune ricerche compiute da deputati della DC, nulla cambiò. Anzi, aumentavano le risposte rassicuranti, tanto da parte della Sade quanto dal governo, che si rapportava con il Consiglio superiore dei lavori pubblici, che aveva come fonte la stessa Sade. Ma il Monte Toc franava.

Se ne era accorto Edoardo Semenza, figlio di Carlo il progettista della stessa diga. Edoardo, geologo, aveva scoperto una paleofrana. Il versante sinistro del Toc non era mai stato solido, ma continuava a muoversi. Quando ormai apparve evidente quello che era un problema insanabile, l’unica cosa che si ipotizzò di fare fu quella di controllare la frana, attraverso un lento svuotamento del bacino idrico artificiale. Tuttavia, prima l’esigenza di collaudare la diga e la scelta di compiere più invasi e svasi (con il conseguente abbassamento e rialzamento del livello del’acqua) e poi la scelta di abbassare definitivamente l’altezza dell’invaso, accelerarono la frana.

Il crollo del monte Toc era inevitabile, i movimenti della frana non cessavano e gli abitanti del luogo continuavano a sentire boati, simili a scosse di terremoto. Di notte la paura aumentava.

Alle 22.59 del 9 ottobre 1963 una parte del monte lunga due km e composta da oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra, in circa venti secondi si riversò nella diga. L’onda d’urto causata dallo spostamento d’aria per la frana è stata paragonata per intensità a quella provocata dalla bomba atomica che colpì Hiroshima. All’interno della diga si generarono tre onde.

La prima si propagò in senso opposto alla frana, la seconda si diresse in alto distruggendo alcune località dei comuni di Casso ed Erto e parte di queste città, la terza oltrepassò la diga, che resse l’urto, e piombò sulla valle. Circa venticinque milioni di metri cubi d’acqua misti a detriti distrussero Longarone e alcune frazioni adiacenti.

Quella notte si udì un boato spaventoso. Quella notte alcuni ragazzi che campeggiavano alle pendici del monte Toc erano stati invitati a spostarsi un po’ più in alto per sicurezza. Quella notte scattò l’allarme alla caserma degli Alpini di Belluno. Quella notte fu tragica. Ma la mattina dopo fu atroce per i sopravvissuti, per chi giungeva a soccorrere e vedeva il nulla.

Vajont. 1918 morti. Molti corpi non riconoscibili. 487 bambini tra le vittime, “uccise non per incuria ma per colpa” – così recita oggi un cartello esposto. Alcuni giorni dopo, Tina Merlin fu intervistata da una televisione francese per parlare dell’accaduto. Lei che aveva annunciato la tragedia e che non era stata ascoltata.

L’intervista fu censurata dal governo di De Gaulle per solidarietà con quello italiano, perché si trattava di propaganda comunista. Fu poi trasmessa, una volta, ma presto insabbiata. Ma Tina Merlin fu anche attaccata, direttamente e indirettamente, da penne di un certo spessore come Giorgio Bocca, Indro Montanelli e Dino Buzzati, perché quella tragedia non aveva colpe umane. Oggi sappiamo che non fu così. Tutto si poteva evitare. Tutto era prevedibile.

Vajont. In valle, tra il fango e le macerie, il 10 ottobre 1963 c’era chi pregava, chi stava zitto, ammutolito, chi piangeva e scavava, chi bestemmiava. E c’era una scatola con dentro un nastro. Era una registrazione di canti e di poesie degli alunni della scuola elementare di Longarone. C’erano le voci dei bambini che non c’erano più.

(Articolo originariamente pubblicato il 9 ottobre 2016)

Francesco Trotta

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