Storia di amianto in un autoparco in provincia di Venezia

 

Sono cresciuta a Peseggia, una frazione di Scorzè, in provincia di Venezia, o come dico a chiunque mi chieda da dove venga, il posto dove imbottigliano l’acqua San Benedetto, c’è lo stabilimento dell’Aprilia e dove negli anni ’50 venne pure l’attrice Joan Crawford, in quanto moglie di uno dei dirigenti della Pepsi Cola, che aveva ed ha tutt’ora uno stabilimento lungo Viale Kennedy a Scorzè.

Fa abbastanza pensare che riesca a ricordare fatti del genere per tutta una vita ma, fino a poco tempo fa, ad ignorare completamente la vicenda dell’Autoparco e delle oltre 30mila tonnellate di  rifiuti pericolosi non trattati contenenti amianto usate nel progetto.

Una montagna di veleni a meno di 7 km da casa.

Era il 2009 quando era in corso il cantiere per realizzare il progetto dell’autoparco, approvato nel 2008 per il costo di 15 milioni di euro; nel settembre di quell’anno una serie di controlli effettuati dal Corpo Forestale dello Stato nell’azienda “Carraro Fratelli” a Campodarsego  fece emergere un traffico di rifiuti pericolosi.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti (1) la “Carraro Fratelli” avrebbe frantumato e miscelato rifiuti pericolosi non trattati contenti amianto, vendendoli all’Azienda Merlo, che li avrebbe utilizzati  per la realizzazione dell’Autoparco,  insieme ai rifiuti forniti da altri due imprenditori,  Lino Pigozzo, titolare della “Pigozzo Scavi” di Salzano e Ennio Telve, il responsabile tecnico della “Telve Rigo Srl” di Vedelago.

Le indagini portarono  la procura della Repubblica in Venezia a richiedere il  rinvio a giudizio per i reati di attività di gestione di rifiuti non autorizzata (256.1 del d.lgs 152 del 2006,cosiddetto “codice dell’ambiente”) , getto pericoloso di cose (674 codice penale)  ed ex articolo 15, comma 1, della legge 27 marzo 1992, n. 257 (Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto).

Delle accuse dovettero rispondere l’imprenditore padovano Alberto Merlo, rappresentante della “Merlo Srl“, di Borgoricco (PD), il suo collaboratore Silvano Bolzonella, Danilo Michieletto, il direttore dei lavori, e i fornitori dei rifiuti ovvero, oltre al titolare della “Carraro Fratelli Srl” di Campodarsego (PD) Elio Carraro, Lino Pigozzo ed Ennio Telve.

In nessuno degli stabilimenti di questi ultimi tre imprenditori i rifiuti avevano ricevuto alcun trattamento (mantenendo quindi la loro qualifica di rifiuto pericoloso), venendo conferiti alla Merlo srl sotto la falsa classificazione di “materie prime secondarie”. In tal modo era possibile abbattere i costi utilizzandoli fraudolentemente nella realizzazione dell’Autoparco.

Il Pubblico Ministero a suo tempo chiese da un anno e sei mesi di arresto a seimila euro di ammenda; nello specifico chiese cinque mesi di arresto e seimila euro di ammenda per Merlo, Bolzonella e Michieletto, mentre per Carraro chiese un anno e sei mesi di arresto e seimila euro di ammenda per Pigozzo. Il giudice Natto comminò un anno di arresto a Carraro e cinque mesi ciascuno a Merlo e Pigozzo; Michieletto e Bolzanella furono assolti per insufficienza di prove.

Il caso dell’Autoparco purtroppo non è che uno dei tanti casi esemplificativi di una pratica diffusa, ovvero dell’ impressionante serie di miscelazioni  illecite resa possibile dalla falsificazione dei codici CER (codice europeo dei rifiuti, assegnato in base alla tipologia di rifiuto e alla sua provenienza) per  milioni di tonnellate di rifiuti.

Questa pratica è ormai prassi posta in essere da un altissimo numero di impianti di trattamento rifiuti e sfruttata da un altrettanto alto numero di imprese che, pienamente coscienti del non avvenuto trattamento dei loro rifiuti industriali, li conferiscono illecitamente tramite false fatturazioni per evitare di sopportare i costi del loro corretto smaltimento, con la convenienza e il guadagno sia degli imprenditori che dei titolari degli impianti

Fortunatamente la vicenda dell’Autoparco si è risolta con la bonifica avvenuta nel 2012 e la decisione di riprendere in mano il progetto da parte di un consorzio di imprese.

Una conclusione che fa bene sperare ma che rimane comunque una rarità in un magna magna alla faccia della salute dei cittadini, dell’ambiente, e dei pesanti oneri economici sopportati dagli enti territoriali per la bonifica.

Elisa Boni

Elisa Boni – Cosa Vostra

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Note:

(1) http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/984139.pdf  Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, DOC. XXIII N.17, Relazione territoriale sulla regione Veneto, approvata dalla Commissione nella seduta 23 giugno 2016, pagina 145.

(2) http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/984139.pdf  Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, XXIII N.17, Relazione territoriale sulla regione Veneto, approvata dalla Commissione nella seduta 23 giugno 2016, pagina 97.