La Via degli Abati. Un gioiello italiano da valorizzare

 Quando si parla di pellegrinaggio, il primo cammino che salta in mente è quello di Santiago. La massiccia popolarità e pubblicità data a questo cammino non dovrebbe però oscurare il fatto che anche in Italia ci siano delle straordinari percorsi, tra cui la “Via degli Abati”, un cammino che gli abati di Bobbio (provincia di Piacenza) cominciarono a percorrere dal VII secolo. L’itinerario della Via parte appunto da Bobbio per giungere a Pontremoli, attraversando Bardi, la Val Taro, Val Ceno e la Toscana, per un totale di 130 km.

Il monastero di Bobbio, fondato dall’irlandese Colombano nel 613, si collega con gli altri monasteri in Val Noveglia, di Borgo Val di Taro e di Pontremoli, dove la Via degli Abati termina ricongiungendosi con la Francigena (itinerario che storicamente collega Canterbury con Roma). La Via degli Abati costituì quindi per molti anni un sentiero sicuro, almeno fino a quando Monte Bardone (oggi Cisa) fu in mano ai Bizantini. Solo dopo la conquista della costa ligure da parte di Rotari, re dei Longobardi, le vie della pianura (tra cui la Francigena stessa) tornarono ad essere percorribili. Questo percorso rappresenta una perla che meriterebbe di essere più conosciuta, vista la sua bellezza ed unicità: solo il 15 % di questa via è asfaltata e praticamente per più di tre quarti del percorso si è circondati da boschi o prati, passando occasionalmente per piccoli paesi e borghi storicamente rilevanti come Bardi.

Gli Appennini sono rigogliosi di vegetazione e di fauna, frequentissimi sono i caprioli, tassi, cinghiali, con anche alcune timide volpi e puzzole. Nessuno di questi animali cerca il contatto con l’uomo, tendendo a rimanere a debita distanza, in particolare i cinghiali vanno lasciati in pace perché se messi alle strette possono dimostrarsi aggressivi, mentre i tassi sono innocui ma curiosi (quindi meglio non lasciare gli zaini all’esterno se si viaggia in tenda).

La via è percorribile a piedi in quattro giorni andando veloci e in sei nel caso si preferisca andare con calma. Per dormire ci sono alcuni bed and breakfast, oltre agli spazi gestiti dai parroci delle parrocchie lungo la via, oppure c’è sempre la possibilità di portarsi dietro la tenda ed accamparsi un po’ dove capita (gli abitanti sono tipicamente molto ospitali ed abbastanza abituati ai pellegrini).

La via permette al viaggiatore di osservare panorami stupendi, oscillando tra i circa 300 mt sopra il livello del mare di Bobbio, e i 1200 mt della Sella dei Generali, di Passo del Borgallo. Conduce lungo rosari di boschi e paesini, su e giù per le montagne. Si trovano le case di chi raccoglieva le castagne nella foresta, antiche torri di guardia e monumenti storici. Un Cippo eretto sul crinale della montagna commemora la morte di 200 partigiani durante la seconda guerra mondiale nella Val Verde, e ci ricorda l’altezza di quel sacrificio.

Oltre ai panorami mozzafiato, la Via degli Abati vanta anche un patrimonio culturale non indifferente. E un esempio su tutti sono le Statue Stele di Pontremoli, risalenti al periodo Neolitico, che rappresentano uno dei pochi veri misteri ancora da svelare, rispetto alla loro presunta funzione ed annesso rito. Queste statue infatti sono state trovate in tutta Europa ma nel caso di quelle della Val Lunigiana, sono quasi sempre state trovate in una posizione diversa da quella originaria, tale da destare perplessità rispetto alla loro originaria funzione. Anche il motivo di questo loro spostamento desta dubbi, visto che non si sa se attribuirlo alla paura che il loro essere possibilmente ritenuti simboli pagani abbia portato alcuni a nasconderle per preservarle, oppure se proprio si sia cercato, una volta affermatosi il cristianesimo, di farle sparire. Si ipotizza possano essere monumenti funerari o indicatori di luoghi di particolare importanza per le varie popolazioni migranti del neolitico o simboli delle famiglie più importanti di un determinato luogo oppure raffigurazioni di divinità, ecc.. Anche riguardo le circostanze del loro ritrovamento, non potrebbero essere le più disparate; infatti, prima che maturasse una sensibilità archeologica, queste statue erano state spesso usate come pietra per costruire case, come rinforzo per un pollaio, o sono state scoperte per un caso fortuito, per esempio grazie ad uno scavo per lavori eseguito dall’Enel, che ha portato alla luce le sette statue di Groppoli. E’ solo grazie alle illuminate menti di alcuni studiosi che questi importantissimi reperti sono stati riconosciuti per il loro intrinseco valore e conservati, come nel similare caso delle punte di freccia neolitiche che venivano ritrovate nei campi e poi tenute in casa come metodo di superstizione contro i fulmini, prima che venissero raccolte e messe nei musei.

Nei sei giorni impiegati a percorrere la Via due cose sono subito risultate evidenti dell’Appennino: la dolcezza e straordinarietà del suo paesaggio e la moria dei suoi abitanti.

Come in tante altre realtà montane, uno dei problemi principali è lo spopolamento, causato tra le altre cose dalla mancanza di investimenti nel territorio.

Si viaggia ormai tra paesi fantasma, dove solo alcuni pensionati vengono per le ferie, senza alcun servizio commerciale, né strade principali che li attraversino. Posti che fino a neanche venti anni fa avevano due asili, oggi quasi non hanno un bar. Il bosco si è ripreso quelli che erano campi coltivati. Molte case, proprio per il fatto di essere fuori dalle strade principali, costano davvero poco, e infatti diversi cittadini stranieri hanno cominciato a comprarle (alcuni sono i figli dei primi emigrati italiani all’estero, che hanno fatto ritorno, altre sono famiglie provenienti dal nord ed est Europa). Da un lato ovviamente fa piacere che le bellezze paesaggistiche dell’Italia e dei suoi piccoli borghi siano apprezzati, e dall’altro lascia un po’ di amarezza il fatto che il loro potenziale non sia allo stesso modo apprezzato dagli italiani.

Eppure se il percorso selvaggio – unico in Italia – che questa Via offre venisse adeguatamente pubblicizzato, questi paesini potrebbero tornare ad avere una dignità, una popolazione, una farmacia. Viceversa, la loro progressiva scomparsa nel tempo precluderebbe l’accesso a tutta l’area montana, di nuovo a rappresentare il fallimento di un equilibrato ed istruttivo dialogo tra uomo e natura. La Via è talmente ricca di possibilità che non si fa alcuno sforzo ad immaginare modi per valorizzarla: il ciclismo montano, il pellegrinaggio a piedi, il nordic walking, l’escursionismo, i percorsi a cavallo, i trail, gli itinerari culturali e perfino enogastronomici. Alcune di queste iniziative sono già presenti nel territorio, ma faticano a trovare fondi e sostentamento, nonostante il grande riscontro che trovano gli sparuti eventi organizzati. Sia per incuria o per miopia, è come avere un ettaro di terreno e usarlo per tre piantine di basilico.

Un grande riconoscimento va rivolto all’associazione di volontari che si incarica di battere i sentieri e di restaurare la segnaletica. Oltre a questo servizio forniscono in collaborazione con vari comuni e ad un prezzo davvero onesto, carte geografiche estremamente dettagliate del percorso.

Un particolare e personale ringraziamento va alle persone conosciute durante il percorso, persone che non sarebbe mai stato possibile conoscere viaggiando in macchina e sono forse il simbolo della vera accoglienza così pubblicamente svilita e segretamente desiderata da ogni persona, nel suo cuore pellegrino. Tra i tanti, grazie a Bruno e Simona e il loro caffè, il più buono che abbia mai bevuto, dopo una giornata di fatica e 30 km sulle spalle. Grazie alla signora Bruna, a sua figlia e a sua nipote, che ci hanno accolto nella loro casa, mostrato le foto e i ricordi lasciati da ogni pellegrino passato per il paese, che come tradizione può, se vuole, colorare uno delle centinaia di sassi che decorano la veranda della signora Bruna, lasciando un pensiero.

Chi scrive ha avuto l’onore di colorare uno dei sassi più grandi che Bruna stava conservando, parole sue, per un ottimo disegnatore: spero che il fungo realizzato sia stato all’altezza! E spero che l’animo di queste persone e la bellezza di questa terra siano apprezzati, che vi si compiano investimenti sostenibili, così che l’Appennino possa tornare a vivere.

Elisa Boni – Cosa Vostra

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