Italia interrotta. Immobilismo e opere mai concluse

C’è l’Italia che crolla. L’Italia dell’approssimazione, dell’incuria, della trascuratezza, degli scarichi di responsabilità.

L’Italia delle infrastrutture vecchie, malridotte, dove la manutenzione ordinaria viene soppiantata da quella straordinaria che spesso nemmeno in extremis riesce a salvare. C’è l’Italia che cade a pezzi, devastata dal degrado, dall’indifferenza che si tramuta in scandalo e indignazione solamente quando la parola disastro aleggia sopra vittime e disperazione.

C’è l’Italia delle scelte politiche, delle priorità deviate e sottomesse a interessi opachi, sottili, ambigui, corrotti.

Questa è l’Italia che si vede, che grida aiuto, che piange lacrime di sangue.

Dietro, c’è l’Italia interrotta. Quella in potenza. Quella delle progettualità frenate, dei sogni infranti, dei miti caduti. L’Italia di Icaro. È silente, questa Italia. Non urla allo scandalo. È nascosta, parte integrante della quotidianità di ognuno di noi. È una voragine coperta di erba.

L’Italia dell’incompiutezza. Di tutte le opere lasciate a metà, incomplete, mai finite, in un limbo sospeso tra l’essere e il non essere. Di tutte le infrastrutture abbandonate, cadute nell’oblio, dimenticate, immobili.

Viadotti sospesi, ospedali vuoti, edifici inanimati. Circa 700 “quasi-opere” in tutta Italia, come orme di un made in Italy che nessuno conosce, o vuole riconoscere. Un gruppo di artisti, Alterazioni Video, insieme al supporto di Fosbury Architecture, ha voluto ridare dignità a queste strutture quali simbolo di un Paese che investe e non supporta, che progetta e non conclude, che finanzia e poi abbandona e trascura.

Un libro, incompiuto: la nascita di uno stile e scatti che raccontano il presente di strutture senza senso, con la speranza che la conoscenza divenga azione e progettualità. Un viaggio lungo il Bel Paese, partendo dalla regione che detiene il primato di opere incompiute, la Sicilia.

A Giarre (CT), dove uno stadio da polo (si, da polo!) è inerte, bloccato nel suo divenire a causa di problemi di sicurezza: non sarà mai uno stadio da polo ma nemmeno uno stadio in generale. Non sarà, punto.

A Napoli c’è un viadotto che attraversa il Vomero senza giungere da nessuna parte. In Piemonte un’autostrada che finisce in un prato.

Ma credo che se solo facciamo attenzione a ciò che ci circonda, scopriremo che anche intorno a noi, proprio sotto i nostri occhi, rimangono scheletri di strutture che erano e che ora non sono più o che non sono ma che avrebbero potuto essere.

L’abbandono e il degrado, l’incapacità di riqualificare e di reinvestire in nuove destinazioni d’uso percorrono le forme del nostro territorio, esempi imperituri dell’imperizia italiana.

Secondo gli autori (tra cui spiccano collaboratori quali Marc Augè, Paul Virilio e Salvatore Settis), questa tipologia di infrastrutture è talmente radicata, talmente comune lungo tutto il territorio italiano, da poter essere definita come uno degli stili architettonici tipici del nostro Paese negli ultimi decenni. Paradossale, ma esemplificativo.

Paradossale perché la gente del posto non riconosce più queste opere come qualcosa di estraneo o di anomalo, ma esse si intrecciano così tanto con il territorio da divenire parte integrante del paesaggio circostante: l’assurdità, se così si può definire, è che i locali spesso non tematizzano più queste strutture, le lasciano con-vivere nell’immobilismo tipico dei nostri giorni, l’immobilismo di chi non si pone più domande.

E allora questo libro come spinta, come punto interrogativo visivo per poter elaborare delle strategie di intervento, di rigenerazione, di riqualificazione. “Vogliamo capire quale sia il reale valore di queste opere. La riprogettazione parte proprio da qui, da comprendere l’effettiva necessità di queste strutture sul territorio. il nostro progetto vuole avere effetti sulla realtà, non rimanere solo sul piano teorico. Parte da un cambio nello sguardo e nella percezione che deve però essere seguito da un cambiamento autentico”, dice Alberto Masu, uno dei cofondatori di Alterazioni Video.

Perché la maggior parte di queste opere sono nate come chiave per raccogliere consensi, per distribuire ricchezza e quindi per coltivare interessi politici locali e non. Poco importa se non si sarebbero potute portare a compimento, la fattibilità dell’opera veniva messa in secondo piano rispetto al sistema di scambi e favori che essa attirava e generava.

D’altronde l’Italia adora gli inizi e l’entusiasmo di chi muove i primi passi, poi la soglia di attenzione inevitabilmente cala fino a scivolare nell’oblio. Ripensare queste opere significa dunque ridare loro un futuro, toglierle dall’immobilismo che le ha fossilizzate come istantanee di un eterno presente e far sì che diventino un monito e un’interrogazione per chi vuole contribuire a restituire la vita alle rovine contemporanee della nostra cara Italia.

Ludovica Mazza

Ludovica Mazza – Cosa Vostra

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