Perché in Italia la prima vittima delle mafie è l’ambiente

È l’ambiente la prima vittima delle mafie. Ma anche del crimine quotidiano, della corruzione e della mala politica.

L’Italia è uno dei Paesi europei più ricchi di biodiversità: le specie animali sono oltre 58.000; le piante superiori, tra specie e sottospecie, sono poco più di 7.600, il 18% delle quali endemiche.

Ma il livello di minaccia è alto: sono a rischio di estinzione circa il 31% dei Vertebrati, il 42% delle 202 policy species e il 54% delle 1.020 piante vascolari di Lista Rossa. La biodiversità è principalmente minacciata dalle attività umane e dalla crescente richiesta di risorse naturali e di servizi ecosistemici. La perdita e la degradazione degli habitat (circa 120 specie) e l’inquinamento (circa 80 specie) sono le principali minacce per i Vertebrati terrestri, esclusi gli uccelli.

Come custodi del nostro più importante bene comune, l’ambiente, siamo stati amorevolmente sottratti ad esso dal guadagno facile, dalle facili scorciatoie, dall’indisciplina, dalla mancanza di buon senso.

L’Italia è prova vivente di tutto questo. Da Sud a Nord. Da Ovest ad Est. Dalla Palermo devastata da un famigerato “sacco” che distrusse tra gli anni Cinquanta e Sessanta, agrumeti storici (ambiente naturale) e ville in stile Liberty (ambienti umani), perpetrato dalla corrente andreottiana della Dc – Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino – all’autostrada A31-Valdastico Sud, in cui al catrame recentemente si è aggiunta, tumulata sotto il manto stradale, una quantità aberrante di rifiuti tossici. Che di mafie si muore in molti modi.

E in altrettanti, le mafie – o chi per esse – agiscono. Terra e terre dei fuochi, amianto, imprenditori che non si fanno scrupoli a sotterrare l’insotterrabile accanto a scuole d’infanzia. Cave riempite abusivamente. Mari divenuti cimiteri di navi fatte affondare per non far riemergere più carichi pericolosi.

È il metodo mafioso che unisce l’Italia. Non solo mafie, quindi. Grandi industrie, ma anche piccole aziende familiari, che di familiare non hanno nulla. Perché i reati sono sempre quelli. Come pure uguali ne sono gli effetti: ecomafia, ossia traffico e smaltimento illecito di rifiuti. L’Italia ne ha fatto invenzione e lauto guadagno. Se non fosse per le patologie tumorali in cui sempre più sfortunati incorrono, quasi quasi a molti non importerebbe.

Eppure, ci si domanda, da dove prendono il cibo che mangiano, questi signori della morte? Vivono così distante da sentirsi al sicuro dall’olezzo nefasto del male che procurano?

Ecomafia è un termine onnicomprensivo: vuol dire anche abusivismo edilizio, connesso al incessante consumo di suolo (3 metri quadrati al secondo nel 2016), talvolta persino di aree poste sotto tutela, che affossa l’Italia. E in particolare le sue coste. Nel 2016 sono stati costruiti 17mila immobili abusivi. Il problema è che, ammesso che si abbattano dopo anni, quell’ambiente non sarà più lo stesso.

Nelle sue sotto declinazioni, ecomafia vuol dire anche agromafia, con la compromissione della filiera alimentare, lo sfruttamento della manodopera, la contraffazione di cibo; vuol dire archeomafia, ossia traffico illegale di reperti archeologici, anch’essi beni comuni); vuol dire zoomafia, ossia la miriade dei reati che si commettono verso gli animali. Dall’abigeato alla corse clandestine, dal traffico di animali esotici al bracconaggio di specie nostrane. Maltrattamenti di ogni genere verso i più indifesi. C’è pure chi ha utilizzato i gatti, per appiccare gli incendi per devastare zone protette, per arrivare infine, a deprezzare il valore di un terreno. Per costruirci sopra, ancora.

Restiamo capaci di osservare tutto questo nel suo insieme? Oppure continuiamo a non comprendere quanto sangue getta fuori ogni singolo centimetro di natura che deturpiamo?

Dati alla mano la situazione è a dir poco drammatica per ogni singola regione. Nel 2016 la classifica degli ecoreati è ancora una volta guidata dalla Campania, dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla Calabria. La Liguria è la prima regione del Nord, il Lazio quella del Centro. Sempre più diffusi sono i casi di corruzione, in associazione ai reati ambientali: tra gennaio 2016 e giugno 2017 Legambiente ha censito 76 inchieste, per un totale di 320 persone arrestate e 820 denunciate in 14 regioni. Sempre più al centro e al nord Italia, dove si concentrano potere politico, economico, scarsa indignazione e acquiescenza dei più.

Nella Giornata Mondiale dell’Ambiente, allora, vale la pena ricordare tre vittime uccise dal sistema mafioso, per essersi opposte ad esso: Renata Fonte, Domenico Beneventano e Natale De Grazia, tre custodi del nostro più importante bene comune.

L’amore per l’ambiente non dovrebbe essere solo quello, sottilmente egoistico, che mira a valorizzarlo e a migliorarlo per rendere la vita più piacevole e più sana, ma è un dovere, un imperativo morale di rispetto quasi sacrale per madre natura che crea e nutre tutte le specie, quella umana compresa”. Fonte: Una carezza per guarire

Redazione – Cosa Vostra

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