Grand tour in Italia. Il turismo è davvero una certezza?

“Conosci la terra dei limoni in fiore, dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure, dal cielo azzurro spira un mite vento, quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso, la conosci forse?”

Così scrive nel 1789 Goethe nel romanzo “Gli anni di apprendistato di Willhem Meister”. E quella terra, l’Italia, il poeta tedesco l’ha conosciuta nel corso del suo primo Grand Tour, tenutosi dal 1786 al 1788.

Egli non è l’unico intellettuale settecentesco ad optare per una lunga fuga nell’assolata penisola: questa è già tappa obbligata per i giovani esponenti delle élites europee. Dato sorprendente, se si considerano le difficoltà che il viaggio comportava anche per i membri dei ceti più abbienti.

Oggi, più di 200 anni dopo il primo Tour di Goethe, la presenza turistica costituisce una costante caratteristica del Bel Paese. Roma, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo, Milano, solo per citare le città più grandi e iconiche, sono veri e propri luoghi-simbolo del nostro patrimonio culturale.

Simboli cui le periferie turistiche non hanno nulla da invidiare: da Pompei alla Costiera Amalfitana, dalle Alpi alle spiagge rosa della Sardegna, da Assisi a Siena a Matera, tutta l’Italia è un reticolo di suggestioni, musei, affreschi, giardini.

E, naturalmente, non vanno trascurati quegli elementi della cultura viva che ci hanno reso conosciuti a ogni angolo del globo, tra cui spiccano l’arte culinaria, la moda e l’artigianato locale. Un quadro troppo idilliaco, la poco oggettiva descrizione di “un’Isola Che Non C’è?”. Chiunque conosca l’Italia sa che quanto detto sopra non è una forzatura.

Gli italiani, obtorto collo o meno, sono eredi di un territorio che implica responsabilità e ricchezza, anche intangibile, come il prestigio internazionale. D’altra parte, in riferimento a un tipo di ritorno più concreto, il turismo in Italia costituisce già ora circa il 9% del PIL nazionale, mentre a livello globale il PIL generato dal turismo si attesta attorno al 10,5%.

Quest’ultimo dato permette di sollevare qualche legittimo dubbio sulla gestione della risorsa turismo a livello statale. Certo, non sarebbe giusto colpevolizzare tutte le associazioni, gli enti e le pro loco cittadine che ogni anno lavorano per migliorare l’esperienza dei visitatori e per puntare a presenze ogni stagione più elevate.

In molti casi il successo di singoli comuni è sorprendente: celebre è il caso di Gallipoli, cittadina marittima salentina che conta circa 20.000 residenti ma che durante l’estate, in particolare nel periodo tra luglio e agosto, vede il suo bacino d’utenza allargato a oltre 400.000 visite. Certo, anche in un caso del genere non mancano le criticità: la Perla del Salento accoglie un turismo molto giovane, chiassoso e talvolta difficilmente controllabile.

Siamo nella stessa Puglia di cui Briatore ha di recente fatto un ritratto impietoso, definendola incapace di accogliere ospiti che possono permettersi di investire cifre a quattro zeri in cinque giorni di villeggiatura. Un turismo al caviale che la Regione, rea di essere troppo attaccata alla secolare semplicità delle sue tradizioni, non sarebbe in grado di convogliare (e qui c’è da chiedersi se dei pugliesi abbiano effettivamente mai espresso il desiderio di ospitare qualche amico di Briatore – ma questa è un’altra storia).

Eppure la presenza di visitatori, anche illustri, sul territorio pugliese sembra essere in costante aumento, anche escludendo il clamoroso caso di Gallipoli. La Valle d’Itria, punteggiata di trulli, è la meta preferita delle vacanze di cittadini britannici e tedeschi, ma anche per il resto del tacco d’Italia le recensioni su siti web dedicati sono per gran parte positive.

Della Puglia piace proprio ciò che Briatore critica di più: il fatto di essere una terra del Sud turisticamente ancora semi-vergine, rustica e autentica, meno popolare delle isole di Sicilia e Sardegna e meno sofisticata della splendida costiera Amalfitana. Per farla breve, meno esplicitamente “turistica”. Qui resiste il fascino delle tradizioni e del vivere quotidiano, a cui si accostano paesaggi incantevoli intervallati da nascosti tesori cittadini.

Non solo. Il riconoscimento di questi assets da parte di nuove fette del mercato può essere un segnale interessante dell’esistenza di un turismo nuovo, discreto e rispettoso. Un turismo che non è solo mare, cocktail e resort ma anche scoperta, cultura e natura; che non può essere circoscritto in un unico ambito e su cui, forse, varrebbe la pena investire.

In effetti, guardando solo allo stato in cui versano i trasporti e le infrastrutture locali, il successo della Puglia risulterebbe inspiegabile. I collegamenti nell’entroterra salentino sono praticamente assenti, ed è, questa, una caratteristica tristemente nota anche in altre regioni dell’Italia meridionale. Un’inversione di rotta in tal senso non è solo auspicabile ma necessaria proprio per favorire l’accoglienza organizzata di chi ha intenzione di vivere un’esperienza a tutto tondo, controllata e sostenibile.

Del resto favorire il turismo d’assalto si è rivelata una strategia controproducente soprattutto nelle maggiori città italiane, traini ideali dell’industria. Basti pensare al caso di Venezia, patrimonio dell’umanità, vittima del sovraffollamento estivo e del vandalismo di ospiti poco educati.

Nel 2016 il governatore veneto Zaia aveva sottolineato con veemenza il problema, proponendo un inasprimento di pena per chi tentasse di imbrattare la città e l’introduzione di un sistema di prenotazioni di tour cittadini, al fine di ottenere un flusso gestibile di persone nel centro.

Le orde incontrollate sono un problema storico anche per Roma, già affetta da difficoltà interne nello smaltimento dei rifiuti e nella gestione dei trasporti cittadini.

Il caos contribuisce a far sì che le città d’arte più celebri si trasformino in un’opzione low cost, in scenari di una toccata e fuga di un giorno dove nulla importa se non immagazzinare più foto possibili del Colosseo o fare un giro in gondola senza vivere davvero la città. È la maledizione del “bella, ma non ci vivrei” che affligge molti dei serbatoi turistici dello stivale.

Azzardando un’ipotesi, è probabile che Roma e Venezia abbiano puntato su un modello sbagliato: sicure della loro naturale bellezza, vi si sono totalmente adagiate, trasformando gli spazi urbani in giganteschi parchi tematici.

Non si spiegherebbe, altrimenti, come mai tra il 2015 e il 2016 la “grigia” Milano sia stata capace di superare la Capitale per numero di presenze e per ricchezza generata. Non che Milano abbia poche bellezze, anzi: queste si rivelano decisive per la reputazione positiva che il capoluogo lombardo sta progressivamente consolidando. Vero è peraltro che a Milano non si va principalmente per ammirare i bastioni del Castello Sforzesco o per un giro in piazza Duomo: Milano, città della moda, del design e degli aperitivi piace agli stessi che apprezzano Londra e Parigi.

Milano non è una cartolina: è una realtà ibrida, multiforme, in grado di generare quel cosiddetto “turismo d’affari” che caratterizza molte capitali europee. Shopping ed eventi di vario genere rendono possibile anche il ritorno di un rinnovato interesse per la proposta culturale.

Si vola a Milano per la settimana della moda e contestualmente si scoprono i tesori della Pinacoteca di Brera, le mostre temporanee del Palazzo Reale, le vie del centro, una chiesa affrescata: ci si addentra così nelle bellezze di una città solo in apparenza superficiale, che ha molto da raccontare, se non si limita il proprio sguardo allo scintillio di Via Torino o dei Navigli il sabato sera.

La strada da percorrere per sfruttare in toto le potenzialità turistiche del nostro Paese è ancora lunga. Non è stata delineata una chiara direzione nazionale in materia. È necessario appianare gli squilibri e le differenze, cercare di arginare un’eccessiva concentrazione di visitatori in alcuni luoghi a scapito di altri, soprattutto quando si dispone di una rete così fitta di attrattive.

Bisogna che le città crescano a misura di turisti ma anche selezionare un turismo a misura di città, che non generi più caos che ricchezza ed innovazione: e questo non può avvenire se le città stesse e i territori non si dotano di infrastrutture più efficienti, di soluzioni urbane più innovative e della capacità di offrire un’esperienza non più parziale, frammentaria, à la carte, ma completa e avvolgente.

“Andare in Italia” può tornare ad essere un viaggio di formazione intellettuale ma anche spirituale. E forse, allora, anche gli italiani scopriranno di avere una bella casa in cui restare, o una “terra dei limoni in fiore” dove, un giorno, sperare di tornare.

 “Sì, posso dire che solamente a Roma ho sentito che cosa voglia dire essere un uomo. Non sono mai più ritornato a uno stato d’animo così elevato, né a una tale felicità di sentire. Confrontando il mio stato d’animo di quando ero a Roma, non sono stato, da allora, mai più felice.” (Goethe, 9 ottobre 1828)

Carla Nassisi – Cosa Vostra

Immagini tratte da tumblr:

– Paul Wolff, Baia di Napoli, 1930.
– Chim [David Seymour], Visitors observing a statue at the Naples Archeological Museum, Naples, Italy”, 1952.
– Foto di archivio di Mick Jagger e consorte su una gondola a Venezia negli anni 70.

Fonti:

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2016/10/11/turismo-milano-batte-roma-.html

http://www.ansa.it/puglia/notizie/inviaggio/2015/10/23/turismo-per-puglia-trend-in-crescita_db3ef30c-6471-404b-8ec1-771debe10be5.html

http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/09/19/news/otranto_briatore_twiga_salento-148122638/

http://www.ansa.it/veneto/notizie/2017/02/16/zaia-serve-numero-chiuso-per-i-turisti_5fc89637-53bc-439e-9fb0-2d61e9a5df3f.html