Emergenze e modi di consumo. Un cambiamento per il Pianeta

Gli ultimi anni hanno segnato un passaggio epocale per la coscienza collettiva ambientale, per i modi di consumo, individuali e collettivi, per far fronte all’emergenza climatica, al cambiamento in atto nel nostro pianeta.

Il movimento dei Fridays for Future, le conquiste elettorali dei Verdi alle ultime elezioni europee, e il rafforzamento del paradigma dello sviluppo sostenibile; ma anche il negazionismo e le tensioni e contraddizioni che hanno destabilizzato lo scenario politico internazionale, trovano la propria radice comune nella giuntura critica del cambiamento climatico ma anche del prevedibile esaurimento di risorse finite.

La comunità scientifica concorda sull’origine antropogenica di una moltitudine di cambiamenti sostanziali nell’ecosistema planetario, tra cui l’aumento nei livelli di CO2 rappresenta solo il più dibattuto.

I modelli, sempre più numerosi e sofisticati, sembrano indicare che restino solo pochi decenni al raggiungimento del cosiddetto tipping point, oltrepassato il quale le conseguenze dell’innalzamento nei livelli di diossido di carbonio potrebbero non essere più reversibili.

Prevedere lo scenario più probabile dopo il tipping point è ancora più difficile, ma molti esperti temono reazioni a cascata e conseguenze inevitabili e distruttive per gran parte della popolazione mondiale.

E se le generazioni nate poco dopo il boom economico nei Paesi sviluppati, superando le (comunque diffuse) forme di scetticismo e resistenze, sembrano finalmente disposte a riflettere sulle conseguenze dell’emergenza climatica, sono soprattutto i più giovani a percepire la medesima emergenza climatica come un problema più che mai intimo ed esistenziale.

Il messaggio di (ma non solo) Greta Thunberg è chiaro.

Nulla, o troppo poco, è stato fatto. Tuttavia, aspettarsi un cambiamento improvviso e sostanziale tra le mura occulte di palazzi politici e headquarters aziendali potrebbe non essere la strategia più efficace.

Riporre, ancora una volta, il proprio destino nelle mani dell’altro, sia esso un benevolo dittatore o il team di sviluppo di una multinazionale, depaupera di significato un movimento che ha significato un radicale mutamento nelle coscienze individuali.

Una marea di individui e coscienze ha scelto di confluire nelle piazze del proprio paese invece che sedersi in classe, limitandosi a ricevere nozioni e concetti, in attesa di un futuro dilazionato in cui mettere a frutto quanto appreso; come persone che si fanno agenti di cambiamento e non, ancora una volta, ricettacoli passivi o cittadini in sospeso perché ancora non integrati nella società produttiva.

Limitarsi a chiedere un cambiamento radicale non sembra una soluzione né sufficiente né auspicabile per far fronte all’emergenza climatica e a quello che ne consegue o a quello che è strettamente legato.

Ma è possibile pensare oltre la richiesta, oltre lo slittamento di responsabilità dal basso verso l’alto? È possibile non sentirsi impotenti, in quelli che paiono tentativi di lasciare le proprie voci echeggiare nel vuoto? Può forse bastare, nel poco tempo che ci resta?

Il cambiamento che ci auspichiamo non può soltanto essere richiesto e domandato.

Il movimento per il salvataggio del nostro ecosistema e delle nostre società reca con sé la grande opportunità di un’agentività individuale che muti i rapporti di produzione del presente.

Siamo noi, in primis, con le nostre abitudini e i nostri modi di consumo a plasmare un orizzonte produttivo fondato sull’estrazione insostenibile di risorse in via d’esaurimento e sulla produzione di scarti a livello globale; siamo noi i destinatari ultimi di beni di cui non possiamo vedere né percepire le esternalità.

Qualcosa sta cambiando: immagini di oceani colmi di plastica e di delfini con l’apparato digerente invaso da buste e bottiglie stanno indirizzando molti consumatori verso scelte più consapevoli. Ma non è sufficiente.

La plastica non ci piace perché non è invisibile.

Molti degli oggetti che ci circondano hanno un impatto ambientale superiore a quello di numerose bottiglie di plastica. E forse sono anche più inutili.

La corrente dell’economia della decrescita, che vede nel suo fondatore Serge Latouche, già da anni propone un radicale ripensamento dei modi di consumo delle società avanzate. Quella di Latouche e di molti teorici della decrescita è un’istanza che non si limita a proporre una soluzione al problema ecologico, ma è, alla radice, una critica morale al connubio tra consumo e produzione. capitalistica.

Tuttavia, il consumo inteso come tale non è inevitabilmente legato alla dimensione tangibile ed estremamente fisica della compravendita di beni dal forte impatto ambientale.

L’”agentività” del cambiamento nel nostro comportamento di consumatori non richiede necessariamente una chiusura radicale verso qualsiasi prodotto del mercato; per cambiare le sorti del pianeta, forse, è in primo luogo importante cercare di cambiare noi stessi, riconsiderando il nostro rapporto con ciò che riteniamo davvero necessario per le nostre vite.

Non negare lo scambio e la produzione come fattori fondanti dell’economia, ma guardare dentro ciò che questa economia propone, modificare le nostre preferenze e costringere il mercato ad adattarsi ad esse.

Non più essere semplici oggetti di campagne marketing, ma soggetti nella costruzione di un’economia riproduttiva, fondata sull’aggregazione sociale, sul benessere, sulle esperienze intangibili e sul valore aggiunto (e non tolto) alle risorse ambientali già esistenti. Rivalorizzare il nostro paesaggio e la nostra alimentazione, comprendere che non esiste carne a basso prezzo che non abbia un costo superiore sull’ambiente e sulla nostra salute.

Tutto questo non è possibile senza la decostruzione delle nostre priorità. È un esercizio di autocontrollo, che reca in sé la possibilità di renderci più felici perché più radicati nei modi di produzione locali.

Ripensare alla questione ambientale come ad un’opportunità per fare spazio nelle nostre coscienze, osservare con occhio critico i nostri impulsi verso l’acquisto di questo o di quell’oggetto, porsi una semplice domanda: come potrà questa cosa migliorare la mia vita?

Lasciare che qualcuno decida per noi cosa consumare vuol dire negare il nostro potere di agenti e delegare la risoluzione di problemi complessi ad altri, contribuendo a un trasferimento di potere verso chi, probabilmente, non merita la nostra fiducia. Vuol dire essere dipendenti, eteronomi invece che autonomi.

Vuol dire perdere il controllo e abbandonarsi a un’illusione: e cadere nella profonda contraddizione di vivere come se non ci siano limiti, pur pretendendone il rispetto da parte di altri.

Carla Nassisi

Carla Nassisi – Cosa Vostra

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