Lo scandalo Eni. La maxi-corruzione internazionale in Nigeria

Due compagnie petrolifere, l’italiana Eni s.p.a. e l’anglo-olandese Shell plc, sono accusate di corruzione internazionale. E pare che lo scandalo poco interessi in Italia, visto che la notizia è passata quasi in sordina nella cronaca giornalistica nazionale. Fortunatamente, invece, il caso è oggetto di attenzione nei media internazionali.

L’Eni già in passato è stata protagonista in negativo: 9 manager furono accusati di un’evasione fiscale da record (1,7 miliardi di euro) perpetrata dal 2003 al 2008 per poi essere prosciolti dal giudice delle indagini preliminari. Inoltre, di recente, la comunità nigeriana di Aggah ha accusato una controllata dell’Eni di aver causato inondazioni che hanno investito la medesima comunità, violando i diritti umani degli abitanti di quest’area previsti dagli standard internazionali contenuti nelle linee guida per le imprese multinazionali stabilite dall’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. E sotto l’occhio vigile della Procura di Milano sono finite alcune attività, realizzate da aziende partner del colosso italiano, anche in Congo e in Algeria.

Lo scandalo Eni ha già portato all’arresto di alcune personaggi di rilievo. Tra questi figurano anche Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, rispettivamente l’ex – dal 2006 al 2014 – e l’attuale amministratore delegato di Eni. Tra i nomi anche l‘ex presidente della Shell Foundation ed ex direttore esecutivo per esplorazione e produzione di Shell, Malcolm Brinded. Ad entrambi i dirigenti italiani è stato notificato, nel settembre 2014, dai pm milanesi, di essere sotto indagine per corruzione internazionale e tangenti. L’indagine scaturì da una segnalazione congiunta di Global Witness, The Corner House, Re:Common e un attivista anti-corruzione nigeriano, Dotun Oloko.

Il processo si terrà a Milano il 5 marzo prossimo su decisione del giudice delle indagini preliminari Giusy Barbara, la quale dovrà pronunciarsi sulle condanne che investono le due compagnie, più altri 11 individui, per uno scandalo relativo all’acquisizione di una licenza – di proprietà congiunta con la Shell – per l’esplorazione e l’estrazione di petrolio nel Golfo di Guinea, al largo della linea di costa nigeriana, avvenuta nel 2011.

L’accusa riguarda nello specifico il versamento di 1.3 miliardi di dollari formalmente diretto al governo nigeriano, in realtà finito nelle tasche di singoli funzionari, in qualità di tangenti.

Secondo il Wall Street Journal, Claudio Descalzi, all’epoca senior executive all’Eni, si sarebbe incontrato con Dan Etete, Ministro del Petrolio tra il 1995 ed il 1998 sotto la dittatura militare di Sani Abacha, in un hotel di Milano; durante la cena, l’ex ministro nigeriano avrebbe avanzato una tanto attesa offerta di vendita dei diritti di estrazione – in precedenza garantiti da Abacha alla neonata Malabu Oil & Gas Ltd, costituita dallo stesso Etete – su un grande giacimento petrolifero. Il giacimento in questione è l’OPL 245. Secondo alcune stime potrebbe contenere fino a 9 miliardi di barili di petrolio; si intuisce come il possesso di tale area potesse fare gola alle maggiori compagnie petrolifere. Shell infatti da tempo corteggiava Dan Etete, cercando di battere sul tempo altre compagnie internazionali interessate al medesimo acquisto.

Ma solo grazie all’entrata in gioco di Eni nel 2010 e alle seguenti negoziazioni gestite dal Descalzi, Shell sarebbe riuscita nell’intento. L’accordo prevedeva che le due compagnie petrolifere comprassero inizialmente parte della Malabu, con la mira finale di aggiudicarsi la proprietà congiunta (50/50) dell’intera società, e quindi diritti esclusivi di estrazione. Non restava che discutere delle somme da versare e dove versarle. La cifra totale ammontava a circa 1.3 miliardi di dollari. Vengono compiuti diversi fallimentari tentativi di trasferimento dei fondi su conti a Londra (amministrato da JP Morgan), in Svizzera e in Libano. Il denaro viene alla fine versato su due conti appartenenti alla Malabu direttamente in Nigeria. I fondi così in mano ad Etete sarebbero poi stati impiegati per pagare funzionari del governo nigeriano, tra cui l’ex presidente Goodluck Jonathan – in carica fino al 2015 – vari amministratori dell’Eni e per acquisti di auto ed un jet privato dallo stesso Etete negli Stati Uniti; acquisti rintracciati dal FBI e trasmessi come prove alle autorità giudiziarie italiane.

In una dichiarazione rilasciata da Eni, la società si dice sicura di essere estranea a qualsiasi condotta illegale e reitera la legittimità dell’acquisto dei diritti di estrazione, anche facendo riferimento ad un indagine indipendente guidata da uno studio legale statunitense, incaricato dalla stessa Eni di esaminare le condizioni della transazione. Gli fa eco la compagnia olandese che nega comportamenti illeciti da parte propria. Se Eni addossa senza ritrosia le colpe al governo nigeriano, libero di usare a proprio piacimento il denaro versato, un portavoce della Shell mette le mani avanti e sostiene che, nel caso vengano accertati pagamenti illeciti, la compagnia non ne era certo a conoscenza, né li ha mai autorizzati.

Oltre alla causa civile in Italia, le due compagnie sono coinvolte in procedimenti penali in Nigeria per la medesima accusa di corruzione ai danni dello stato africano. A fronte di tali pendenti denunce, l’autorità anti-corruzione nigeriana ha chiesto la revoca temporanea della licenza illegalmente acquisita da Eni e Shell. A seguito di tale richiesta il capo dell’autorità anti-corruzione Ibrahim Magu è recentemente stato vittima di tentato omicidio.

Torniamo in Italia. Agli inizi di febbraio sono 15 gli ordini di custodia emessi dalle Procure di Roma e Messina. Si legge su L’Espresso: “Tra i fermati ci sono Giancarlo Longo, ex pm della Procura di Siracusa, l’avvocato Piero Amara e gli imprenditori Fabrizio Centofanti e Enzo Bigotti”.

I giornali italiani, nella fattispecie proposta L’Espresso, il Fatto Quotidiano ed IlSole24Ore, hanno approfondito – a differenza de Il Corriere della Sera – il secondo livello, parallelo, della faccenda – non meno grave, ma non trattato dalla stampa estera: la mercificazione della funzione giudiziaria che sarebbe stata compiuta – a casa nostra – dall’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, il quale, in cambio di soldi e vacanze pagate, usava la sua posizione per ottenere informazioni e documenti e così favorire i clienti (Eni, in questo caso) degli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Il fine ultimo era bloccare le indagini milanesi sul grave caso di corruzione petrolifera in Nigeria.

Il piano di depistaggio – che ha visto la partecipazione di vari attori, tra cui Massimo Mantovani, ex responsabile dell’ufficio legale di Eni e attuale dirigente della società – prevedeva l’ingegnosa creazione, tramite la redazione di atti giudiziari fittizi e la corruzione di consenzienti pubblici ufficiali, di un finto complotto ai danni dell’Eni e del Descalzi.

Si legge sul IlSole24Ore:Sarebbe stato, stando alle indagini del procuratore aggiunto Laura Pedio, il milanese Massimo Gaboardi, tecnico-progettista che ha lavorato anche per l’Eni, a denunciare alla Procura di Siracusa il falso complotto. E per farlo avrebbe ricevuto soldi da Alessandro Ferraro, collaboratore di Amara”. Sono proprio i colleghi di Longo – arrestato l’8 febbraio scorso – a denunciare nel 2016 il sospetto di rapporti illeciti tra l’ex pm di Siracusa e gli avvocati Calafiore ed Amara (legale esterno di Eni).

Il diverso focus dedicato allo scandalo di maxi-corruzione petrolifera che ha coinvolto Eni e Shell, da parte della stampa estera – che esamina le operazioni dei due attori in Nigeria – e di quella italiana – che guarda all’ostruzione di giustizia ed abuso di ufficio di pm e legali italiani vicini ad Eni, – si rifà alla prossimità ed all’immediata rilevanza nazionale o internazionale della faccenda.

Il rimprovero qui va fatto ai mezzi d’informazione italiani. Perché “Se queste accuse dovessero essere confermate in giudizio, si tratterebbe del più grave scandalo della storia della Repubblica Italiana: uno dei massimi dirigenti di un’impresa controllata dallo Stato che depista le indagini per rendere inefficaci i controlli sulla società a cui appartiene e permetterle di agire come entità autonoma, al di fuori della legge”. Sono le parole dell’economista Luigi Zingales, scontratosi proprio con il blocco di potere capeggiato da Eni. Uno scandalo che in Italia è già stato dimenticato ancora prima che si inizi il processo.

Silvia Bortoletto

Silvia Bortoletto – Cosa Vostra

(Revisione Testo F.T.)

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